Busoni non fu solo un compositore e pianista ma anche un teorico precursore della musica concreta, supportata dalla nascente Elettronica. Il suo “Credo ” lo si può sintetizzare in una prospettiva di rinnovamento musicale attraverso i valori della tradizione (Nuova Classicità).
(Dante, Benvenuto, Michelangelo)
Ferruccio Busoni nacque ad Empoli il I° aprile 1866, in una famiglia dove la musica veniva coltivata con grande passione. Suo padre Ferdinando, infatti, era un eccellente clarinettista e sua madre, Anna Weiss, possedeva un'abilità pianistica paragonabile a quella di una concertista.
Triestina di nascita, per metà di origine tedesca, fu la genitrice ad impartire i primi rudimenti musicali al proprio ed unico figlio, un periodo di intenso studio che permise al piccolo settenne Ferruccio di esibirsi in pubblico, allo Shiller-Verein di Trieste (24 nov.1873) insieme ai genitori e da solo, affrontando il Primo tempo della “Sonata in do magg. K.309” di Mozart, due brani di Schumann, la “Quarta sonatina” di Muzio Clementi.
Qualche mese più tardi, sempre a Trieste, città nella quale la famiglia Busoni si era trasferita fin dal 1871, Ferruccio tenne il primo concerto come solista, suonando brani di Händel, Schumann ed Hummell; seguirono poi altre esibizioni, alcune delle quali si svolsero a Vienna, dove l'insigne critico musicale Eduard Hanslick gli presagì un grande avvenire. Nella Capitale austriaca, Busoni frequentò il Conservatorio per due anni senza ottenere apprezzabili risultati, nonostante le sue indubbie doti musicali e gli incoraggiamenti di eminenti personalità del Panorama musicale viennese, tra le quali August W. Ambros, J. Brahms, e lo stesso Hanslick.
Stabilitosi con i genitori a Graz (1876), Busoni ricevette sommarie lezioni di composizione da Johannes Evangelist Habert; tuttavia furono i successivi studi regolari con il boemo Wilhelm Mayer a permettergli di comporre una Messa a 6 voci a Cappella, preceduta da 2 Ave Maria e da 5 pezzi pianistici, che scrisse come puro esercizio accademico.
Nel 1882, dopo una serie di concerti dati in Italia, la Filarmonica di Bologna conferì a Busoni il Diploma ad honorem di composizione, riconoscimento prontamente ricambiato con la realizzazione della cantata Il Sabato del villaggio, per soli, coro e orch., sul testo di Leopardi, eseguita al T. Comunale del capoluogo emiliano, sotto la direzione di Luigi Mancinelli (22 mar. 1883).
Dal 1886 al 1888, il ventenne musicista italiano si trasferì a Lipsia per intercessione di Brahms. Qui conobbe il celebre direttore d'orch. Carl Reinecke, grazie al quale ebbe modo di avvicinare Čajkovskij, Grieg e Mahler, i quali, sia pure indirettamente, furono determinanti nella crescita del giovane verso una dimensione artistica di carattere europeo.
Grazie all'interessamento del musicologo e critico tedesco Hugo Riemann, nel 1889 Busoni occupò la Cattedra di pf. alla Scuola musicale di Helsingfors (diventata poi Helsinki), incarico che mantenne un solo anno, sufficiente tuttavia per radunare intorno a sé allievi e colleghi (i Leskovites), tra cui J. Sibelius e Armas Järnefelt. Nella Capitale finlandese, Busoni conobbe Gerda Sjöstrand, figlia di uno scultore svedese; i due giovani si incontrarono ad una festa di beneficenza e, nel breve tempo di una settimana, annunciarono il loro fidanzamento ufficiale che li portò al matrimonio nella primavera del 1890.
Dopo aver vinto il “Premio Rubinštejn” a San Pietroburgo con il proprio Konzertstück op. 31 a, per pf. e orch., Busoni si stabilì a Mosca, in qualità di insegnante di pf. e composizione al Conservatorio Imperiale. Egli restò deluso, soprattutto a causa della scarsa organizzazione programmatica dell'Istituto, ragion per cui, dopo aver valutato diverse proposte, scelse di recarsi negli Stati Uniti, dove, tra il 1891 e il 1894, insegnò pf. al New England Conservatory di Boston.
In un primo momento, il proverbiale efficientismo americano parve soddisfare le aspettative di Busoni. Tuttavia, con il tempo, dovette ricredersi sull'effettiva realtà musicale di questo Paese. In una lettera egli, infatti, scrisse: “In America la media è forse più alta che altrove, ma, nello stesso tempo, vi è molta più media, ergo, se non mi sbaglio, presto sarà tutto media...” (Febb. 1892). In verità, queste riflessioni furono da addebitare solo in minima parte all'ambiente americano che, nonostante tutto, gli riservò grandi successi in tutti i teatri ed auditorium, dove si esibì. Occorre dire che in quel periodo Busoni stava vivendo una situazione artistica alquanto delicata, divisa tra l'impegno costante dell'insegnamento e le estenuanti tournées, che lasciavano ben poco tempo all'attività compositiva.
Deciso a rinsaldare i rapporti con amici e colleghi europei, nel 1894 Busoni lasciò gli Stati Uniti e si stabilì a Berlino definitivamente, se si escludono gli spostamenti dovuti alle Stagioni concertistiche ad Amburgo, Lipsia, Mosca, San Pietroburgo e ai vari corsi di perfezionamento che lo impegnarono a Weimar (1902-03), a Vienna (1908) e a Basilea (1910).
Il primo periodo berlinese di Busoni si concluse con lo storico Concerto dell'ottobre 1911 (allestito per commemorare il centenario della nascita di F. Liszt). Tuttavia, in questo periodo, nonostante l'accresciuta fama, egli non ebbe che un solo desiderio: quello di tornare a vivere o comunque fare dell'Italia il Centro della propria attività. Invano cercò la collaborazione di Gabriele D'Annunzio, incontrato più volte a Parigi, per accordarsi su una possibile opera teatrale riguardante la vita di Leonardo da Vinci. Fallito il progetto, Busoni contò sull'aiuto di alcuni amici per attuare la formazione di un'orchestra sinfonica, operante nel Centro-Nord Italia.
L'iniziativa parve concretizzarsi nel 1912, anno in cui Busoni assunse la direzione del Lliceo musicale “Gioachino Rossini” di Bologna. Tuttavia, nel Capoluogo emiliano non si soffermò a lungo. Già nel mese di novembre partì per un giro di concerti nei Paesi dell'Est europeo, in Francia e in Germania. A Bologna egli ritornò nella Primavera dell'anno successivo, con l'intento di lasciare l'incarico direttoriale al termine dell'anno scolastico. Stabilitosi nuovamente a Berlino, il maestro vi rimase fino al dicembre del 1914, applicandosi energicamente nello studio del pianoforte e nella composizione del Doctor Faust, la sua opera teatrale più significativa, lasciata però incompleta, e che fu terminata dal suo allievo Philipp Jarnach nel 1925.
Il 5 gennaio 1915, con la moglie e i due figli, Busoni partì nuovamente in tournée negli Stati Uniti, e là apprese dell'entrata dell'Italia nel primo conflitto mondiale. L'evento lo mise di fronte al gravoso dilemma di scegliere se tornare a Bologna, oppure rientrare a Berlino, dove aveva la sua casa e i suoi legami artistici. Alla fine, optò per un soggiorno forzato nella neutrale Svizzera, stabilendosi a Zurigo fino al 1920.
Pur essendo in precarie condizioni di esule, durante gli anni zurighesi Busoni lavorò intensamente soprattutto nella composizione: nacquero, così, importanti lavori come Arlecchino, oder Dien Fenster, Capriccio teatrale in 1 Atto (su libr. proprio), iniziato in America, poi terminato a Zurigo nel 1916, e Turandot, fiaba cinese in 2 Atti (su libr. proprio, tratto da un lavoro letterario settecentesco di C. Gozzi), che il maestro volle dedicare ad A. Toscanini (magg. 1917). Anche in qualità di concertista, Busoni seppe distinguersi dai molti suoi colleghi che, per le contingenze della guerra, si erano rifugiati in Svizzera. A Zurigo, diventato nel frattempo un centro artistico artistico-culturale di primo piano, Busoni fu invitato, come interprete, all'apertura della Stagione concertistica cittadina. Il programma comprendeva tutte opere per pf. e orch., inclusa la sua Fantasia indiana, alla quale seguirono musiche di Beethoven e il “Totentanz” di Liszt (Zurigo 24 nov. 1915).
Nel Gennaio 1916, Busoni prese il posto di Wolkmar Andreae nella direzione della “Zürker Tonhalle Gesellschaft Orchester”, con la quale il maestro italiano eseguì due memorabili concerti interamente dedicati a Liszt (Zurigo, 21-22 febb. 1916), ed altri successivi, con musiche di Beethoven, Sibelius, Mozart, Berlioz e Dvořák. All'attività direttoriale Busoni alternò quella di concertista, esibendosi in serate monografiche dedicate a Bach, Beethoven, Chopin e Liszt. Poi, alla fine di Maggio, per riposarsi dalle fatiche, accettò l'invito del Marchese Silvio della Valle di Casanova, che lo ospitò, con la moglie Gerda, sul Lago Maggiore a Villa San Remigio di Pallanza.
Rientrato a Zurigo, Busoni continuò ad interessarsi della situazione musicale italiana, manifestando sempre più ardentemente il desiderio di ritornare in patria, se lo avessero richiamato con proposte concrete. Una flebile speranza gli giunse dall'amico e collega Alfredo Casella, a quel tempo professore di pf. all'Accademia musicale Santa Cecilia di Roma. Il progetto consisteva nell' attivazione di una sorta di “Rinascimento” della musica italiana da contrapporre allo "strapotere" sinfonico tedesco. Benché l'idea fosse allettante, Busoni la considerò anacronistica e, comunque, impraticabile.
Dopo il conferimento da parte dell’Università di Zurigo della Laurea "honoris" Causa, i primi mesi del 1920 rappresentarono per Busoni un periodo di intensa attività concertistica. In febbraio si esibì alla Società del Quartetto di Milano, il mese successivo a Parigi, in una serie di concerti dedicati alle sue nuove composizioni, tra cui la Fantasia da camera sulla “Carmen” di Bizet. Quindi lasciò la Francia per Londra, che accolse benevolmente l'operato del maestro italiano.
Rientrato a Berlino, l'Accademia di Stato delle Arti e delle Scienze offrì a Busoni la direzione dei Corsi Superiori di Composizione; per indurlo ad accettare, venne incluso un progetto per la rappresentazione di alcune sue opere. Nonostante egli avesse preferito vivere in Italia, assentì alla proposta e si stabilì definitivamente nella Capitale tedesca (sett. 1920).
La città prussiana accolse Busoni con tutti gli onori, dovuti soprattutto alla sua fama di virtuoso pianista che era rimasta intatta. Il primo concerto lo diede alla Filarmonik Halle, dove eseguì i preludi di Chopin, la Sonata op. 106 di Beethoven e i 6 Studi di Paganini e di Liszt, suscitando entusiastiche ovazioni (16 nov. 1920). Nel frattempo, la critica tedesca iniziò ad apprezzarlo anche come compositore; a lui la rivista specializzata Musikblätter, che esaltava le sue composizioni più significative, comprese le "suites" orchestrali delle opere Turandot, Die Brautwahl, e i due Studi Sarabande e Cortége, tratti dal “Doktor Faust”, dedicò un intero articolo.
Nel Marzo 1921 Busoni riprese l'attività concertistica a Londra, e, in aprile, a Roma, dove, per lo strepitoso successo ottenuto, venne insignito del titolo di “Commendatore della Corona d'Italia”; poi, nel mese di maggio, fu di nuovo a Berlino, città nella quale curò le prime rappresentazioni in Germania di “Arlecchino” e “Turandot”. Il successo di critica e pubblico fu caloroso in entrambi i casi. Tuttavia, per il compositore italiano si trattò solo di una tappa intermedia, in quanto già stava pensando al completamento del “Doktor Faust”, l'opera che considerava il proprio capolavoro.
Nonostante l'assiduo impegno, nel periodo estivo Busoni si dedicò anche ad altri lavori, tra i quali la Fantasia contrappuntistica per due pianoforti, che rappresenta una sorta di testamento artistico della sua ricerca compositiva su J. S. Bach, ed alcune pregevoli “cadenze” per il Concerto in fa magg. K. 459 di Mozart.
In Autunno, un violento blocco renale costrinse il musicista italiano ad un forzato riposo; era la prima manifestazione della grave malattia che lo porterà alla morte. Ristabilitosi dopo qualche settimana di cura, riprese l'attività concertistica a Berlino, concentrandosi, soprattutto, sulla produzione mozartiana. Mirabili furono le esecuzioni dei Concerti K. 482 in mi bem. magg., K. 453 in sol magg., K. 503 e K.467 in do magg. (dic. 1921).
Nel Gennaio 1922, avvenne l'ultimo soggiorno londinese del maestro. Nella capitale britannica, oltre ai concerti, lo attendevano importanti impegni discografici, a cui Busoni avrebbe volentieri rinunciato ma che, per vincoli contrattuali, dovette accettare. Dopo Londra, fu la volta di Parigi, dove viveva ormai da tempo suo figlio Raffaello; nella "Ville Lumière", Busoni fu invitato a commemorare la recente scomparsa di Saint-Saëns con l'esecuzione del “Concerto in Mi bem. magg.” del compositore francese e del “Concerto in Sol min.” di Mendelssohn.
Lasciata la Francia, si recò a Roma per una serie di concerti organizzati al T. Augusteo, appuntamenti nei quali il maestro, oltre ad esibirsi al pf., figurò anche come direttore d'orchestra delle sue più recenti composizioni sinfoniche, senza, tuttavia, sollevare particolari entusiasmi.
Tornato, infine, a Berlino, stanco, sfiduciato e preoccupato per la malattia che lo affliggeva (si era manifestata una grave affezione renale), Busoni si concesse al pubblico per l'ultima volta con l'esecuzione del “Concerto in mi bem.” di Beethoven (Philharmonic-Halle, 29 Magg. 1922). L'esito opaco dell'esibizione convinse i critici che il celebre pianista fosse arrivato alla fine della carriera, anche se, per rispetto, nessuno lo manifestò apertamente.
Ritiratosi dalle scene, Busoni si dedicò intensamente al suo “Doktor Faust”, ossessionato dal timore di non riuscire a portare a termine l'opera, da lui considerata il “Summa” della sua creatività artistica. Nei primi mesi del 1923, un lieve miglioramento delle condizioni di salute indusse il compositore a sperare di riprendere l'attività concertistica. A stimolarlo furono le continue proposte che gli giungevano, soprattutto, da Londra, dove poteva contare ancora su un pubblico affezionato. Riprese quindi a studiare il pianoforte, ma, in breve tempo, dovette arrendersi: le sue dita avevano perso definitivamente la sensibilità e l'agilità necessaria.
Di fronte a questa straziante realtà, Busoni reagì dedicandosi totalmente alla composizione. Tuttavia, la malattia lo minava anche psicologicamente: il suo carattere era cambiato in modo radicale, con l'ossessionante certezza che una parte di lui si stava spegnendo.
Inaspettatamente, un improvviso e significativo miglioramento della salute gli permise di recarsi a Parigi per farsi visitare da uno specialista, il quale sentenziò che la situazione clinica era drammatica e, se non avesse smesso di fumare, gli sarebbe rimasto poco tempo da vivere.
I biografi non accennano se Busoni seguì alla lettera il consiglio del luminare parigino: senza dubbio il maestro dovette sopportare una lunga agonia e l'angustia dovuta alla consapevolezza di non riuscire a terminare il “Doktor Faust”.
Busoni morì a Berlino il 27 luglio 1924, verso le tre del mattino, nella sua casa all'11 di Viktoria-Luisen-Platz. La Cerimonia funebre si svolse in forma privata e, dopo la cremazione, le Ceneri furono tumulate in un monumento fatto erigere dall'Accademia delle Arti, nel cimitero Friedenau della capitale tedesca.
La personalità artistica di questo compositore, ricca di aspetti nuovi, talvolta sconcertanti per le frequenti contraddizioni dovute alle sue molteplici attività, si formò durante un lungo cammino iniziato sotto il segno di Bach; poi, attraverso il Classicismo (Mozart e Beethoven), si congiunse all'esperienza romantica (Chopin e Liszt) per arrivare infine, senza fratture, alle forme più rappresentative del Primo Novecento musicale.
Busoni non fu l'iniziatore di alcuna corrente musicale, né, tantomeno, un caposcuola. L'evoluzione del suo operato non si realizzò attraverso una personale innovazione sintattica, ma avvenne quando egli si rese conto che le conquiste formali di altri compositori collimavano con le proprie esigenze artistiche. Quanto detto, tuttavia, non rende Busoni estraneo alla maggior parte degli sviluppi musicali del suo tempo. Anche se teorizzò, in età matura, il concetto di una “Junge Klassizität” (di una “Giovane Classicità”) fin dal 1906, con il Saggio di una nuova estetica musicale egli seppe intuire l'approssimarsi della Dodecafonia e, addirittura, il suo possibile superamento nell'accezione originaria schoenberghiana. Alle proprie domande: “Quale sarà il prossimo passo?”, “Dove volgeranno lo sguardo i nostri occhi?” Busoni si rispose: “Le dissonanze non esistono, la natura non ha diviso lo spazio sonoro di un'ottava in dodici parti uguali, ma lo ha reso infinitamente graduato”. Per lui, la soluzione poteva risiedere nell'utilizzo dei "suoni sintetici" convinto, al pari di Schoenberg, che ormai l'arte musicale stava infrangendosi contro le possibilità tecniche degli strumenti tradizionali. Tuttavia, anche quando l'americano Thaddeus Cahill nel 1906 annunciò l'invenzione del suo Dynamophone, un apparecchio in grado di produrre suoni elettronici, Busoni non lo applicò alle proprie composizioni, dichiarando: “Se c'è qualcosa di altrettanto cattivo quanto il voler ostacolare il progresso, è forzarlo avventatamente”.
Questo, però, non gli impedì di procedere nella ricerca, di essere un compositore di frontiera. Egli colse tutte le possibilità di diminuire e di aumentare gli intervalli dei Gradi della Scala tonale con pianoforti appositamente “preparati” fino ad ottenere 113 scale musicali differenti ed altrettante conseguenti tonalità.
Le potenzialità scaturite dall'utilizzo di terzi, quarti e sesti di tono offrirono spunti creativi non solo a Busoni, ma innescarono quei procedimenti definiti “Poliarmonia” e “Politonalità”, largamente impiegati nelle opere di Igor Stravinskij, Béla Bartók, Paul Hindemith, Darius Milhaud, Alfredo Casella e tanti altri compositori del Novecento musicale.
Nella sua duplice origine etnica, Busoni sembrava destinato allo storico compito di recuperare la precaria condizione della musica strumentale italiana di fine Ottocento. Tuttavia, sentendosi incompreso nel Paese in cui nacque e per la formazione culturale ricevuta, egli fece della Germania la sua patria d'elezione. Ma anche qui, l'effettivo valore artistico delle sue composizioni, le sue indubbie doti di Teorico ricercatore, di Insigne didatta e, soprattutto, di abilissimo trascrittore furono per decenni oscurate dalla fama di virtuoso pianista.
Soltanto nella Seconda metà del Novecento, il compositore, l'interprete, il filologo Busoni iniziarono ad essere un tutt'uno inscindibile, cioè quando i tempi furono maturi per stabilire l'esatta valutazione artistica della monumentale trascrizione delle opere di J.S. Bach. Due sono le grandi edizioni che raccolgono questo fondamentale lavoro durato un trentennio (1890-1920): la “Bach-Busoni gesammelte Ausgabe” (Edizione Bach-Busoni) e la “Busoni-Ausgabe” (Edizione Busoni). La Prima consta di sette volumi, due dei quali dedicati alla revisione del “Clavicembalo ben Temperato”; gli altri cinque, contengono studi, revisioni, trascrizioni pianistiche originali di Busoni, improntate a Bach. La Seconda, ben più vasta, è composta da venticinque volumi che, oltre ad inglobare l'Edizione Bach-Busoni, raccoglie opere organistiche e clavicembalistiche bachiane, trascritte per pianoforte da Busoni stesso e da due suoi collaboratori, Egon Petri e Bruno Mugellini.
Come Revisionista e Trascrittore, Busoni non si limitò solo a J. S. Bach. Furono rivisitati anche autori classici (Beethoven, Mozart), romantici e tardo-romantici (Schubert, Chopin, Schumann, Brahms, Liszt, Goldmark, Wagner), fino ad arrivare a Schoenberg, del quale il maestro italiano ampliò, in forma di concerto, il secondo “Klavierstück” op. 11 (Vienna, 1910).
Riguardo alla produzione musicale di Busoni, oltre alle già citate 4 Opere teatrali “Die Brautwahl” (La sposa sorteggiata), “Arlecchino, oder die Fenster” (Arlecchino, oppure la Finestra), “Turandot” e “Doktor Faust”, occorre ricordare un rilevante numero di composizioni per orchestra, tra cui la Berceuse élégiaque, dedicata a sua madre Anna Weiss, la Nocturne Symphonique, il Rondò arlecchinesco e l'Indianische fantasie op. 44, su temi tratti da canti di pellirosse. Più esigua è la produzione cameristica, che comprende una piccola “Suite”, 2 quartetti per archi, 2 sonate per vl. e pf., 1 sonata per vcl., 10 variazioni su un canto popolare finnico (Kultaselle) e Albumblatt, duetto da camera per flauto e pianoforte. A questo strumento, Busoni dedicò la parte più cospicua della sua vena creativa, che si manifestò in tutte le forme: Concerti, Pezzi caratteristici, Studi, Variazioni, Scherzi, Fantasie, Sonate, Preludi, ecc. Anche la musica vocale interessò questo compositore, soprattutto sottoforma di Lieder con accompagnamento del pf., e dell'orchestra, come L'Ave Maria per Baritono op. 35 e le 4 Liriche Primavera, Estate, Autunno, Inverno, per coro masch. e orch. op. 40.
Oltre al già citato “Saggio di una nuova estetica musicale”, Busoni lasciò alcune opere didattiche e molti scritti, raccolti e tradotti in italiano nel volume Scritti e Pensieri sulla Musica, la cui revisione fu curata da Luigi Dalla Piccola e da Guido Maggiorino Gatti (Milano, 1955).