Donizetti fu un compositore molto versatile e, al tempo stesso, infaticabile musicista che trovò la propria dimensione ideale nel caotico mondo del Teatro operistico.
La sua produzione è davvero imponente; ramificata in tutti gli ambiti e generi musicali.
(Domenico G. Maria)
Quinto figlio di Andrea e Domenica Nava, Gaetano Donizetti venne alla luce in un misero scantinato della Bergamo Alta il 27 o 29 novembre 1797.
A parte le sue umili origini, non ci sono notizie di come il piccolo Gaetano si sia avvicinato alla musica, se non in data 1806, quando venne iscritto ed ammesso alle “Lezioni caritatevoli”, istituite dalla benefica Congregazione di Carità, alla quale faceva capo gran parte dell’attività musicale bergamasca. In questa Scuola di carattere professionale, il giovane Donizetti fu indirizzato allo studio del canto e del clavicembalo, ed ebbe modo di farsi notare, non tanto per la bella voce, quanto per il buon orecchio musicale e la vivace intelligenza, con la quale apprendeva le nozioni teoriche impartitegli. Nonostante queste indubbie qualità, Donizetti rischiò più volte di essere cacciato dall’Istituto per cattiva condotta, un fatto che sarebbe effettivamente accaduto, se il suo insegnante Simone Mayr non avesse avuto a cuore le sorti del ragazzo, avendo egli intravisto i segni rivelatori del "Genio". Donizetti frequentò questa Scuola musicale per circa nove anni, periodo nel quale, oltre a far parte del coro della Basilica cittadina S. Maria Maggiore, completò gli studi di composizione, che gli permisero di porre in evidenza una straordinaria vocazione per il teatro d’opera.
Sempre su iniziativa di Mayr, nel novembre 1815 il giovane Gaetano venne indirizzato a Bologna, per perfezionarsi nelle tecniche compositive sotto la guida di Padre Mattei, ritenuto la massima autorità italiana in questa disciplina. Questo proficuo corso di studi nel Capoluogo emiliano è documentato dai 62 Esercizi di Contrappunto (40) e Fughe (22); musiche raccolte in un volume conservato nel museo donizettiano di Bergamo. Terminato il periodo di perfezionamento bolognese, Donizetti tornò alla sua città natale nella primavera del 1817, portando con sé le partiture di tre brevi saggi operistici (Il pigmalione, Olimpiade, L’Ira di Achille), che non furono allora rappresentati, ma che consolidarono la sua fiducia (e quella di Mayr) in una quanto mai promettente carriera di compositore teatrale.
L’occasione di debuttare come operista davanti ad un pubblico, egli l’ebbe con Il Duca di Borgogna, opera semiseria in due atti rappresentata al Teatro S. Luca di Venezia il 14 novembre 1818. I pareri positivi della critica riguardo questo lavoro indussero Donizetti (e ancor più, l’amico d’infanzia Bartolomeo Morelli, curatore del Libretto) a ripresentarsi, esattamente un mese dopo, nello stesso teatro con la Farsa Una follia. Dopo il buon successo di quest’ultima, nacque tra i due un sodalizio artistico, che produsse altri due lavori “buffi” (I piccioli virtuosi ambulanti - Estate 1819 - e Le nozze in villa - dic. 1820 -), acclamati rispettivamente a Bergamo e a Mantova. Nell’arco di tempo che intercorre tra queste due rappresentazioni, Donizetti trovò l’ispirazione per un’altra Opera di carattere Buffo: Pietro il Grande, Czar delle Russie ovvero Il falegname di Livonia, musicata su libretto del marchese Bevilacqua Aldobrandini. Rappresentato con successo al teatro veneziano San Samuele (26 dic. 1819), questo melodramma burlesco aprì, al giovane compositore, la strada che lo condusse verso piazze teatrali altrettanto importanti, come Roma e Napoli. In queste città dal pubblico esigente, egli scrisse due opere di carattere serio: Zoraide di Granata (genn. 1822, T. Argentina, Roma) e La Zingara (magg. 1822, T. Nuovo, Napoli) riscuotendo, in entrambe le occasioni, successi trionfali. A conferma di quanto detto, è da ricordare l’imponente fiaccolata notturna, al suono di squilli e marcette, che festeggiò l’esultante e commosso maestro all’uscita del teatro romano.
Dopo essersi affermato in Veneto e in gran parte dell’Italia centro-meridionale, a Donizetti mancava soltanto un esordio vincente a Milano, avvenimento che lo avrebbe consacrato come il più grande compositore teatrale attivo in patria. Consapevole di questa importante sfida, il celebre maestro, considerato da molti l’erede legittimo del grande Gioachino Rossini, si avvalse della collaborazione del famoso librettista Felice Romani per rappresentare Chiara e Serafina o I pirati, opera semiseria in due atti, con la quale Donizetti decise di debuttare al Teatro alla Scala.
I rapporti con la sovraintendenza artistica del celebre teatro milanese non furono, però, affatto facili per via dei vincoli contrattuali, che imponevano tempi molto stretti alla realizzazione dell’opera stessa.
La conseguenza della affrettata operazione incise notevolmente sul risultato dello spettacolo, che fu alquanto deludente (26 ott.1822). Scoraggiato ed intimidito da questo primo cocente insuccesso, Donizetti si recò a Napoli ove, nell’arco di due mesi, mise in scena l’Opera Seria Alfredo il Grande per il S. Carlo e l’Opera buffa Il fortunato inganno (T. Nuovo 1823). Le tiepide accoglienze riservate a questi lavori convinsero Donizetti a lasciare Napoli per Roma. Qui, le sorti artistiche del compositore lombardo si risollevarono con la rappresentazione dell’Opera buffa in due atti L’aio nell’imbarazzo o Don Gregorio, avvenuta al Teatro Valle (4 febb. 1824).
Dopo questo fortunato momento, dovuto anche alla collaborazione dell’amico letterato e librettista Jacopo Ferretti, il musicista bergamasco si recò a Palermo per accettare un incarico annuale di maestro di coro, direttore della musica e compositore d’opera al Teatro Carolino. Ciò nonostante, viste le condizioni precarie del teatro siciliano, Donizetti decise di partire anzitempo per Napoli ove confidava in una migliore situazione organizzativa. Nella città partenopea, tuttavia, lo stato delle cose si presentò anche peggiore. I teatri, pur di mantenere alta la produzione operistica e l’affluenza di pubblico, usavano affidare la loro gestione a direttori artistici senza scrupoli, i quali, a discapito della qualità, ingaggiavano ogni compositore che fosse in grado di proporre innovazioni.
Inoltre, nel centro operistico più importante del nostro meridione, sussisteva una maggiore imposizione degli impresari a “fare presto”, una deliberata volontà di spronare librettisti e compositori a rispettare scadenze, stabilite da ferrei contratti.
Nel caotico ambiente artistico napoletano, paradossalmente, Donizetti trovò un clima a lui congeniale. Le dure condizioni di vita, che lo temprarono fin dall’infanzia, la sua innata e fluente vena compositiva, unita ad un febbrile, incessante, quasi un morboso bisogno di comporre, gli permisero di assolvere, nei tempi pattuiti, la grande mole di opere che dovette comporre in questo snervante periodo. Durante i tre anni di soggiorno a Napoli (1827-30), Donizetti, vincolato da un contratto capestro con il famoso impresario Domenico Barbaja, scrisse, infatti, ben 15 lavori teatrali, tra opere serie, semiserie, buffe e farse. A questo imponente numero, non corrispose, però, la qualità artistica necessaria per affermarsi e mettere a tacere i maldicenti, che lo avevano soprannominato “Gaetano Dozzinetti”. Le uniche note positive, in questo arco di tempo, furono una discreta sistemazione economica e il suo matrimonio con Virginia Vasselli, appartenente ad una agiata famiglia borghese romana. Dal punto di vista artistico, il vero successo giunse con l’Opera Seria in due Atti Anna Bolena, rappresentata al Teatro Carcano di Milano il 26 dicembre 1830. In quella occasione, Donizetti ricevette particolari elogi dalla critica, per aver saputo svincolarsi dai modelli stilistici rossiniani e Giuseppe Mazzini, attraverso i giornali, considerò quest’opera un evento di portata epocale. Da questo momento in poi, e per cinque anni consecutivi, si aprì all’affermato compositore un fortunato periodo che vide la nascita di altri suoi capolavori, primo fra tutti L’elisir d’amore, accolto trionfalmente al Teatro della Cannobiana (Milano 12 magg.1832) e considerato un vero gioiello dell’opera comica ottocentesca. Ad esso seguirono Il furioso all’ isola di San Domingo, (opera seria in tre atti T. Valle Roma 2 genn. 1833) e Lucrezia Borgia, l’opera più contrastata di Donizetti. Osteggiato dalla censura politica, chiamata in causa dalla famiglia Borgia, questo dramma tragico, che ebbe grandi ovazioni alla “Prima” (T. alla Scala 26 dic.1833), dovette in seguito cambiare titolo e sceneggiatura molte volte per poter essere nuovamente rappresentato. Sull’onda del successo, nella primavera del 1837, il celebre maestro fu invitato dal Re di Napoli ad occupare la Cattedra di composizione al Real Collegio di Musica e, allo stesso tempo, Gioachino Rossini lo esortò a musicare una nuova opera teatrale per il Theatre des Italiens di Parigi, del quale aveva assunto la direzione artistica. Donizetti giunse nella Capitale francese verso la fine dello stesso anno, portando con sé la partitura del Dramma tragico in tre Atti Marin Faliero, composto appositamente per il pubblico parigino.
Il successo ottenuto non fu, purtroppo, quello sperato, complice anche il trionfo dell’Opera “I Puritani” di Vincenzo Bellini, data nello stesso teatro due mesi prima.
L’incontro con il maestro siciliano e i contatti con il mondo artistico e letterario francese stimolarono, tuttavia, il "genio" di Donizetti. Tornato a Napoli profondamente ispirato, egli iniziò e portò a termine, in trentasei giorni, l’Opera seria in tre atti Lucia di Lammermoor, su libretto di Salvatore Cammarano, tratto dal celebre romanzo “The Bride of Lammermoor” di Walter Scott.
Questo dramma tragico, che apre il periodo della maturità artistica di Donizetti, riscontrò un successo di critica e di pubblico eccezionale fin dalla prima rappresentazione (T. San Carlo, Napoli 26 sett.1835). Esso rappresenta non solo il capolavoro per eccellenza dell’insigne maestro, ma, secondo la critica, una delle migliori opere del periodo antecedente a Giuseppe Verdi.
Nel quadriennio 1836-40, la prestigiosa carriera di Donizetti sembrò confermarsi definitivamente nei lusinghieri successi ottenuti a Venezia (dopo diciassette anni di assenza) con l’allestimento di due opere serie Belisario e Pia de’ Tolomei, alle quali collaborò l’amico e valido librettista Cammarano. Ma, proprio quando il celebre compositore si apprestava a raccogliere i meritati frutti di questi lavori, in un breve lasso di tempo, gli mancarono il padre, la madre, due figli in tenera età e anche l’amata moglie Virginia a causa di una violenta epidemia di colera. Profondamente ferito negli affetti e rimasto solo, Donizetti decise di rinunciare all’attività teatrale e per lenire il suo grande dolore si tuffò nell’Insegnamento e nella direzione del Conservatorio di Napoli, che era rimasta vacante. Ma i fatti non andarono secondo le sue aspettative e poiché l’incarico fu affidato a Saverio Mercadante, egli si rivolse al Conservatorio di Milano, senza che il suo desiderio venisse soddisfatto. Demoralizzato per i dinieghi subiti, Donizetti si recò a Parigi. Nella capitale, il compositore italiano arrivò il 21 ottobre 1838, mentre le sue opere si stavano ancora replicando sulle scene parigine.
In questo clima di consolidata popolarità, Donizetti riconquistò l’entusiasmo del pubblico d’Oltralpe, con l’Opera comica in due atti La fille du Régiment (La figlia del Reggimento), la sua prima opera in lingua francese, messa in scena all’Opéra-Comique l’11 febbraio 1840. Nonostante il successo di questa e quello di Les Martyrs (opera seria pensata per il più raffinato Teatro dell’Opéra), il morale di Donizetti non riuscì a sollevarsi e, mentre lo stato di salute deperiva, egli cominciò ad avvertire il desiderio di tornare nella sua città natale, dopo sei anni di assenza. Donizetti giunse a Bergamo nell’agosto 1840 e le accoglienze tributategli furono degne di un sovrano. Dopo qualche mese, tuttavia, su invito del direttore dell’Opéra, egli ritornò a Parigi per far rappresentare il Grand’opéra in quattro atti La favorita, un lavoro composto precedentemente, al quale il maestro aggiunse un quarto atto, scritto nel breve tempo di una notte. Da questo momento, pur afflitto da gravi disturbi che gli procuravano terribili emicranie, l’infaticabile compositore continuò a viaggiare e a sfornare opere in maniera vertiginosa per i teatri di Roma, Milano, Parigi e Napoli. Anche Vienna si accorse del geniale maestro e gli tributò calorose accoglienze alle rappresentazioni dei due suoi nuovi Melodrammi: Linda di Chamounix e Maria di Rohan ovvero Il Conte di Chalais. Tra queste due opere, messe in scena entrambe al Teatro di Porta Carinzia (19 magg.1842 - 5 giug. 1843), Donizetti, nonostante le continue vertigini procurate da una malattia celebrale, trovò la forza necessaria per comporre il suo ultimo capolavoro Don Pasquale. Musicato in soli undici giorni, questo dramma buffo debuttò al Théâtre Italien il 3 gennaio 1843 ed ottenne uno strepitoso successo.
Per nulla appagato dall’evento, egli affrontò con incredibile perseveranza la stesura di un’altra partitura per il pubblico parigino, quella del Dom Sèbastien de Portugal, grand’opéra in cinque atti, rappresentato all’Opéra il 13 nov. 1843. Nel luglio dell’anno seguente, Donizetti compì un altro viaggio in Italia, toccando, oltre a Bergamo, Milano, Roma e Napoli; indi si recò a Vienna, per curare l’allestimento delle sue ultime opere e, successivamente, rientrò a Parigi. Un mese più tardi, una paralisi mentale determinò la fine della sua capacità di intendere. La decisione di internare Donizetti nella casa di salute di Ivry fu presa con l’inganno dal nipote Andrea, di comune accordo con i medici curanti. Un anno dopo, però, l’intervento di amici influenti riuscì a “liberare” Donizetti da questa totale segregazione e a farlo trasportare a Parigi in un confortevole appartamento di Avenue Chateaubriand. Consumato dalla malattia, Donizetti visse ancora per circa due anni in Francia, poi, accompagnato dal fratello e dal nipote, rientrò a Bergamo, accolto nel palazzo della nobildonna Rosa Basoni e qui, nella totale incoscienza, si spense l’8 aprile 1848.
L’imponente numero di opere dedicate al teatro (ben 74) può indurre a pensare che Donizetti sia vissuto molto a lungo. L’impressione viene inoltre avvalorata se aggiungiamo anche la musica sacra (5 Messe e molte Sezioni separate di esse), 270 Composizioni di musica vocale profana, 15 Sinfonie scritte negli anni giovanili e l’abbondante Musica da camera per archi e pianoforte. Al contrario, egli visse solo 51 anni, e questa monumentale produzione è dovuta all’incredibile capacità di comporre rapidamente, senza ripensamenti, e ad una ferrea, tenace volontà, con la quale egli si dedicò alla musica.