Origini e diffusione
Il Pianoforte deve il suo nome originario “ gravicembalo col piano e forte” alla possibilità di aumentare o diminuire l’intensità del suono - prodotto dall’azione di martelletti sulle corde - tramite tasti premuti con le dita.
Il primo costruttore di questi strumenti fu il padovano Bartolomeo Cristofori il quale, mentre si trovava a Firenze in qualità di maestro liutaio alla corte dei Medici, nel 1698 -700 realizzò un meccanismo a martelletti da applicare alla cordiera di un clavicembalo.
Più tardi, nel 1726, il tedesco Gottfried Silbermann migliorò tale meccanismo e, per merito delle sue innovazioni, verso la metà del secolo si cominciarono a costruire pianoforti su scala industriale.
Come quasi sempre accade, anche in questo caso accanto all’invenzione primaria, nacquero numerosi tentativi per cercare nuove soluzioni; dalla cassa “a coda”, che i primi costruttori avevano copiato dal clavicembalo, si passò a modelli detti “da tavolo” le cui dimensioni ridotte ne fecero uno strumento “domestico”, molto richiesto, nonostante la sua scarsa sonorità.
Il periodo cosiddetto “moderno”del Pianoforte, iniziò verso la metà dell ‘800; ed è legato al progresso industriale, soprattutto siderurgico e meccanico.
I costruttori di questo periodo infatti, poterono migliorare la qualità dei loro modelli, grazie al fatto che alcune parti di essi, fino ad allora costruite in legno, vennero realizzate in metallo: come il telaio - in ghisa - che tiene in tensione le corde.
A grandi linee, le innovazioni più significative, che hanno influito sui pianoforti di quel tempo, riguardarono il potenziamento della sonorità, la nascita del pianoforte verticale - con le corde disposte verticalmente - e i metodi di fabbricazione che già cominciavano ad orientarsi verso la produzione in serie.
Attualmente, i pianoforti di maggior prestigio portano i nomi dei costruttori tedeschi, austriaci, e inglesi che fecero la storia di questo strumento dalla metà del 1800 in poi.
Di questi ricordiamo: per la Germania Bechstein, Steinweg e Blüthner; in Austria si distingue Ignaz Bösendorfer, forse il più rinomato di tutti; in Inghilterra vantano una solida tradizione Broadwood e Collard.
Da qualche decennio, un’altra nazione ha cominciato ad imporsi come valida alternativa al predominio europeo; si tratta del Giappone con i modelli della Yamaha, un vero gigante della produzione strumentale.
Struttura
Le parti riguardanti il Pianoforte, e che rendono questo strumento uno dei più complessi sono: la cassa, ovvero il mobile di legno, dove ci sono tutte le altre parti.
In commercio ne esistono tre tipi: a coda, che è la più usata per le esibizioni in pubblico; a tavolo, molto diffusa in Inghilterra e in America fin dal 1790 - ora però praticamente scomparsa - e la verticale, apprezzata per il poco spazio che occupa, dalla sonorità più esile, quindi particolarmente adatta per lo studio.
La maggior parte della cassa è occupata dal telaio destinato a mantenere la tensione delle corde - e dal pancone, oppure somiere.
Costituito da una tavola di faggio sulla quale vengono applicate alcune liste di acero a venature incrociate, esso acquisisce una maggiore compattezza e resistenza alla forza esercitata dai pironi o cavigliere che, mediante rotazione, servono ad attorcigliare le corde nel momento dell’accordatura.
Vi è poi la cassa armonica o di risonanza, con la funzione di amplificare il suono delle corde percosse dai martelletti in legno, foderati di feltro, e a loro volta azionati da un sistema di leve che ricevono il movimento dalla pressione delle dita sui tasti della tastiera.
L’insieme delle corde, fino alla metà dell’1800 era disposto all’incirca come quello dell’arpa; dagli inizi del 900 fu preferito il sistema detto a “corde incrociate”, costituito da due telai di forma triangolare e sovrapposti.
Le corde sono di acciaio: quelle più grosse vengono ricoperte da un filo di rame e, nel registro più grave, una sola è sufficiente per produrre un suono. Nel registro grave e medio, i martelletti ne percuotono due - accordate all’unisono - per ogni nota;. mentre in quello acuto, le corde percosse sono tre.
L’accordatura del pianoforte è fondata sul sistema “temperato”, che divide l’intervallo di “ottava” in 12 parti uguali, e i tasti, che nell’azionare i martelletti si comportano come delle leve, si dividono in: bianchi, quelli corrispondenti agli intervalli naturali della scala diatonica di Do maggiore, e neri, i corrispondenti ai suoni estranei alla scala suddetta.
La tastiera, quando è formata da 88 tasti, conferisce a questo strumento un’estensione di oltre 7 ottave: dal La -1 al Do7.

Tecnica
La tecnica pianistica è alquanto complessa e difficile da apprendere, al punto che, mediamente, occorrono 10 anni per acquisirla con una certa padronanza.
Le difficoltà maggiori risiedono nel “tocco” dei tasti, nell’indipendenza totale tra le due mani e, non ultimo, nell’uso appropriato dei pedali che hanno un ruolo molto importante nell’interpretazione stilistica.
Curiosità
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Federico II di Prussia, valente flautista-musicista ed appassionato sostenitore di qualsiasi novità tecnico-scientifica, acquistò dal costruttore Silbermann 7 Pianoforti, pagandoli 700 talleri, una cifra astronomica per quel tempo.
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Quando fu chiesto a J. S. Bach un parere su un Pianoforte che aveva appena provato, egli dichiarò di non trovarlo affatto di suo gradimento per via del suono esile e per la meccanica troppo pesante.
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Nel 1776 alla Corte di Madrid, alcuni Pianoforti appena giunti dalla Germania, delusero talmente le aspettative dei Sovrani che si pensò di trasformare questi nuovi strumenti in “vecchi” clavicembali.
- Una marca di pianoforte che gradualmente si impose ed oggi è di gran lunga la più diffusa è la Steinway & Song nata a New York nel 1852, quando Heinrich Steinweg si trasferì con la famiglia negli Stati Uniti e fondò - con i suoi 5 figli - la ditta Heinrich Engelhard Steiweg.