Giacomo Puccini
Giacomo Puccini (Lucca IT 22 Dic.1858 - Bruxelles 29 Nov. 1924)

Compositore autodidatta.
Si può dire che il teatro operistico fu l'essenza dell'attività musicale di Giacomo Puccini, che non ebbe confronti per Inventiva melodica e capacità d'espressione.
Per queste ragioni, le Arie del maestro toscano hanno trovato anche ascolto e successo nei circuiti della musica leggera.


(Antonio, Michele, Secondo, Maria)

Proveniente da una famiglia di lunga tradizione musicale, Puccini nacque a Lucca, nella Casa di corte S. Lorenzo, il 22 dicembre 1858; e gli fu dato il primo nome Giacomo in memoria del suo trisavolo che operò, come organista e compositore, a Celle in Val di Roggio nella Seconda metà del Settecento.

Figlio di Michele, organista, compositore e Insegnante di musica a Lucca, Giacomo venne avviato agli studi musicali dalla madre Albina Magi, rimasta vedova quando egli aveva sei anni e il fratello Michele II era nato da tre mesi.

Certa del talento del figlio, la solerte genitrice decise di affidarlo a suo fratello Fortunato Magi, organista della Cattedrale di Lucca, affinché provvedesse all'Istruzione musicale del nipote; ma Giacomo si dimostrò un allievo alquanto svogliato, tanto che lo zio, dopo aver consigliato alla sorella di fargli abbandonare gli studi musicali, giunse a definirlo un autentico “Falento”, ossia un fannullone senza talento.

Nonostante le ristrettezze economiche in cui versava, grazie ad un sussidio della Regina Margherita e ad un prestito elargito da un parente, Albina Magi iscrisse Giacomo al ginnasio cittadino e, nel contempo, desiderosa di continuare le tradizioni familiari, riuscì a mantenere il figlio anche all' Istituto musicale “Giovanni Pacini” (oggi “Luigi Boccherini”) di Lucca. Qui venne ammesso alla Classe di Carlo Angeloni, ma gli studi non risultarono particolarmente brillanti. Tuttavia, il ragazzo dimostrò di possedere una spiccata attitudine per il genere operistico e questa innata dote convinse il direttore del Conservatorio a non espellerlo dall'Istituto dove, nell'ottobre del 1880, Puccini conseguì il Diploma di composizione.

L'amore per il Teatro musicale scaturì in lui l'11 marzo 1876, giorno in cui, da Lucca, si recò a Pisa a piedi per assistere ad una rappresentazione dell'”Aida”, l'opera più recente di Verdi: l'evento entusiasmò il giovane, al punto che, sentendosi chiamato dal destino, decise di consacrarsi interamente alla musica.

Fino a quel momento, Puccini si era comportato da autentico scavezzacollo. Un aneddoto vuole che, mentre ricopriva l'Incarico di organista per la Parrocchia di S. Pietro in Somaldi, egli avesse sottratto alcune canne dell'organo del Duomo di Lucca per venderle ad un rigattiere.

Benché questo fatto non sia sostenuto da prove sicure, è inconfutabile che lo scapestrato Giacomo ebbe guai con la Legge per “Concorso in simulazione di suicidio” di un amico; e risulta anche pienamente appurato che, nel periodo adolescenziale, svolgesse mansioni di organista di chiesa in maniera poco ortodossa, preferendo, di gran lunga, esibirsi come pianista in locali frequentati da avventori di dubbia reputazione.

Tuttavia, con il tempo, e attraverso lo studio della Musica, lo spirito ribelle dell'ormai ventenne toscano si trasformò in un forte temperamento, determinato ad emergere in campo operistico. Alla fine del 1877 risalgono le prime composizioni pucciniane, che suscitarono interesse negli ambienti musicali della città, come la Cantata I figli d'Italia bella, scritta per Esposizione di Lucca, e il Mottetto per San Paolino, inserito poi nella Messa di gloria in la bem. magg. a 4 voci con orchestra, scritta e diretta dall'autore al Saggio del Diploma, come, a quei tempi, era usanza nell'Istituto musicale cittadino.

Spronato da questi risultati positivi, nell'autunno del 1880 Puccini si recò a Milano per perfezionare i suoi studi al Conservatorio, dove fu allievo di Antonio Bazzini e di Amilcare Ponchielli, i quali, fin da subito, intravidero le sue enormi potenzialità in ambito operistico. Nel capoluogo lombardo, il giovane musicista toscano fu un assiduo frequentatore di teatri, entrando in contatto con la viva realtà musicale milanese. Tramite il compositore e concittadino Alfredo Catalani, Puccini fece parte, sia pur marginalmente, della cerchia dei Musicisti “Scapigliati”, capeggiata dal compositore e librettista Arrigo Boito e sostenuta da Franco Faccio, all'epoca direttore d'orchestra del Teatro alla Scala, e, soprattutto, dal commediografo Marco Praga, in quanto figlio del poeta, scrittore, pittore Emilio Praga, uno dei promotori della “Scapigliatura”, il Movimento artistico e letterario sviluppatosi in Italia settentrionale agli inizi della Seconda metà dell'Ottocento.

Tornando a Puccini, il convincente debutto in campo orchestrale con un capriccio sinfonico, preparato per Saggio di Diploma al Conservatorio milanese (1883), permise a Giacomo di conoscere il noto poeta, giornalista e librettista Ferdinando Fontana; dalla loro collaborazione, nacque la prima Opera pucciniana Le Villi: Opera-ballo in un atto (Milano, T. Dal Verme 31 magg. 1884). Con la realizzazione di quest'Opera, Puccini e Fontana parteciparono ad un Concorso indetto dalla Casa editrice Sonzogno, classificandosi al Secondo posto, e, grazie all'interessamento di Boito e di Marco Braga, il lavoro venne rappresentato al Teatro milanese Dal Verme (31 magg.1884) con il titolo “Le Willi”, che andò in scena in una Seconda versione, in 2 atti, al T. Regio di Torino (26 dic. 1884).

Il successo ottenuto in entrambe le occasioni suscitò l'interesse dell'editore Giulio Ricordi, il quale commissionò al fortunato binomio artistico Puccini-Boito Edgard: una nuova opera tratta dal poema “La Coupe et les Lèvres” di Alfred de Musset. Nonostante i tiepidi consensi ottenuti, con questo dramma lirico, in 4 atti, ebbe inizio il duraturo sodalizio tra il compositore toscano e la celebre Casa editrice milanese.

Accoglienze trionfali ricevette, invece, Manon Lescaut, Dramma lirico in 4 atti, andato in Scena tre anni dopo il suo inizio al T. Regio di Torino (I° febb. 1893). Al Libretto, di autore anonimo, tratto dal romanzo “Histoire du Chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut” di Françoise-Antoine Prévost, collaborarono un manipolo di letterati e musicisti, tra essi Marco Praga, Giuseppe Giacosa, Luigi Illica, Ruggero Leoncavallo e lo stesso Puccini.

Con quest'opera, il trentacinquenne musicista toscano, considerato dalla critica italiana l'erede del genio di Verdi, assurse a maestro di levatura internazionale, anche se Jules Massenet, con la sua “Manon”, aveva ottenuto precedentemente grandi consensi in ogni parte del mondo.

Sull'onda del successo e coadiuvato da Giulio Ricordi, Puccini compose La Bohème, la Prima di tre opere che lo consacreranno definitivamente tra i grandi nomi del teatro musicale. Tratta dal celebre romanzo “Scènes de la vie de bohème” di Henri Murger, la stesura del libretto, effettuata da Giacosa e Illica, fu alquanto travagliata e, in alcuni momenti, rischiò di interrompersi per i netti contrasti emersi tra Puccini e i due drammaturghi, senza contare la forte polemica avanzata da Leoncavallo che reclamava la priorità dei "diritti" sul soggetto. Il lavoro, tuttavia, fu portato a termine, sia pur con due anni di ritardo, grazie all'azione diplomatica di Giulio Ricordi; venne rappresentato al T. Regio di Torino il I° febb. 1896 sotto la direzione di un giovane promettente direttore d'orch. di nome Arturo Toscanini. La reazione del pubblico fu decisamente positiva, mentre la critica si divise tra coloro che consideravano il lavoro un'“Opera mancata”, e chi vide in “Bohème” il capolavoro pucciniano, una delle più originali realizzazioni operistiche di tutti i tempi.

Ancora più netta fu la divergenza tra critica e Pubblico, riguardo al melodramma in tre atti Tosca, librettato dalla collaudata coppia Giacosa-Illica e andato in scena a Roma (14 genn. 1900). L'opera, tratta dall'omonimo dramma storico di Victorien Sardou, fu accolta al Teatro Costanzi da un clima carico di tensione, che fece temere un attentato (il lancio di una bomba) da parte di alcuni elementi facinorosi, fomentati dalla rovente situazione politica e dalla presenza, alla “Prima”, della Regina Margherita e di alcuni Ministri del II° governo Pelloux.

Nonostante una prima e necessaria interruzione, la rappresentazione si svolse regolarmente e, al termine, l'opera venne accolta freddamente da una critica impietosa: una valutazione plausibile, condizionata dagli incresciosi eventi accaduti durante la serata. Di altro avviso fu, invece, il parere del pubblico, che espresse il suo giudizio con scroscianti applausi e prolungate ovazioni.

Quasi a voler stemperare i sopraddetti fatti drammatici romani, Puccini decise di abbandonare gli Ambienti a tinte forti della Città capitolina, i luoghi d'azione incalzante di “Tosca”, per dedicarsi ad un altro genere di Tragedia teatrale: quella legata all'Intimismo, agli sviluppi poetici dei sentimenti interiori, che portarono il maestro toscano al concepimento di Madama Butterfly. Per quest'opera, intrisa di esotismo dell'Estremo Oriente giapponese, l'autore si avvalse, ancora una volta, della collaborazione di Giacosa e Illica, che gli fornirono il libretto ricalcando, per quanto riguarda la Seconda parte dell'Opera, il Dramma omonimo dello scrittore e produttore teatrale statunitense David Belasco. Il testo del primo atto, invece, fu ricavato sia dal racconto “Madame Butterfly” dello scrittore americano John Luther Long sia dal romanzo “Madame Chrysanthème” di Pierre Loti, pseudonimo del letterato francese Louis Marie Julien Viaud.

La prima e unica esecuzione nella versione originale ebbe luogo al Teatro alla Scala (17 febb. 1904) e cadde clamorosamente tra gli schiamazzi del pubblico, che condannò l'opera senza possibilità di appello. Fu un “fiasco” di enormi proporzioni, imputabile non tanto alla qualità artistica del lavoro quanto alla eccessiva lunghezza dei 2 unici atti, e, soprattutto, all'esagerata concentrazione su certi particolari di secondaria importanza, che appesantivano l'azione scenica.

Per rimediare a questi errori, Puccini, sebbene a malincuore, accettò il consiglio di applicare al Secondo atto una cesura, facendo calare il sipario nel punto tra la Veglia notturna di “Butterfly” e l'arrivo dell'Alba; poi apportò alcune lievi modifiche di carattere strutturale per alleggerire la trama.

Rappresentata in 3 atti al Teatro Grande di Brescia (28 magg.1904), davanti ad un pubblico in prevalenza milanese, l'opera riscosse un autentico trionfo che, ancor oggi, continua inalterato.

Il 3 febbraio 1904, Puccini sposò Elvira Bonturi, vedova di Narciso Geminiani, amico intimo di Puccini e facoltoso commerciante di Lucca; ma la relazione appassionata tra il maestro toscano e la donna esisteva fin dal 1886 e dall'amore dei due amanti, dieci anni dopo, nacque il loro unico figlio Antonio.

Lo scandalo suscitato da questo rapporto more uxorio indusse la coppia a vivere a Milano fino al 1891, quando la famiglia Puccini si trasferì a Torre del Lago (una frazione di Viareggio), dove rimase esattamente un trentennio.

Per il maestro, il primo decennio del Novecento ebbe risvolti artistici alquanto fortunati. Le sue opere entusiasmavano critica e pubblico di ogni Paese; di conseguenza, Puccini viaggiò molto, soprattutto in Inghilterra e in Francia, ma anche Oltre-oceano: nel 1905 a Buenos Aires e due anni dopo a New York, per presenziare ad una Stagione operistica allestita in suo onore. Nella grande città statunitense, il compositore italiano assistette ad una Rappresentazione del Dramma “The Girl of the Golden West” di D. Belasco, da cui trasse La fanciulla del West, opera in tre Atti su libretto di Carlo Zancarini e Guelfo Civinini. Andato in scena al Teatro Metropolitan (10 dic. 1910), il lavoro ottenne dal pubblico newyorkese accoglienze trionfali; al termine dell'esecuzione gli interpreti ebbero ben quarantasette “chiamate” tra interminabili applausi e ovazioni, mentre all'autore, tra il Secondo e Terzo atto, venne posta sul capo una Corona d'argento, adorna del Tricolore e della bandiera americana.

Per quanto riguarda la vita privata del celebre maestro, i primi anni del nuovo secolo si rivelarono molto travagliati ed incisero notevolmente sulla sua inoperosità compositiva durata sette anni e terminata con il compimento della “Fanciulla del West”. Nel 1903, Puccini rimase coinvolto in un incidente automobilistico (uno dei primi in Italia), riportando gravi ferite, che lo immobilizzarono per circa due mesi; nel 1906, mentre si trovava in Argentina, apprese la notizia della morte del librettista Giuseppe Giacosa, suo prezioso collaboratore. Ma il fatto determinante del lungo silenzio creativo fu la vita coniugale di Puccini, rivelatasi burrascosa fin dall'inizio, a causa dei continui sotterfugi e tradimenti galanti che il maestro perpetrava e che sfociarono nello scandalo suscitato dal suicidio tramite il veleno di una giovane domestica, presa “a servizio” a Torre del Lago, denunciato pubblicamente dalla moglie Elvira, ossessionata dalla gelosia. Profondamente turbato da questo fatto drammatico, avvenuto nel 1909, Puccini cadde in uno stato di forte prostrazione, tormentato da un terribile senso di colpa, al quale si aggiunse il dolore per la morte di Giulio Ricordi (1912), l'editore che seppe gestire al meglio le qualità artistiche del compositore lucchese.

Subentrato il figlio Tito, i rapporti tra Puccini e l'Impresa editoriale milanese si deteriorarono anche per l'avvenuta proposta di scrivere un'operetta per il Karltheater di Vienna. In un primo momento il maestro accettò, poi, durante la realizzazione, cambiò idea e impose la sua volontà di trasformare il lavoro in un'opera teatrale, nonostante le contrarietà dei committenti. Nacque così, nel 1914, La Rondine, commedia lirica in tre atti, ambientata nell'Alta Società parigina durante il Secondo Impero.

Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, per sottrarsi dalle accuse di filogermanesimo, Puccini decise di non far rappresentare l'opera a Vienna e la destinò all'Opéra di Montecarlo, con un nuovo libretto steso dallo scrittore e critico musicale veronese Giuseppe Adami.

L'esito nel Principato monegasco fu grandioso, caratterizzato da scene di sfrenato visibilio; tuttavia questo tripudio non venne ripetuto nelle successive repliche, in quanto” La Rondine” fu valutata, malgrado l'eleganza formale, un'opera dal carattere ibrido, infarcita di ritmi moderni e di facile fruizione (slow-fox, tango, one-step, couplets), inadeguati all'Epoca di Napoleone III.

Nel frattempo, a Puccini nacque il desiderio di realizzare un'Idea lungamente accarezzata fin dai tempi della “Tosca”: comporre tre opere di un atto, da eseguire nell'arco di una serata. Il progetto originario prevedeva che i rispettivi soggetti fossero tratti dall'Inferno, dal Purgatorio e dal Paradiso di Dante. Per la realizzazione del lavoro, Puccini chiese più volte la collaborazione letteraria di Gabriele D'Annunzio, che puntualmente declinò gli inviti, data l'incolmabile distanza intellettuale tra i due artisti.

Il sogno del maestro toscano si concretizzò nel 1918, con Il Trittico, composto dalle Opere Il Tabarro, Suor Angelica e Gianni Schicchi. I tre lavori, dai soggetti contrastanti, ebbero però cammini diversi, poiché, dopo il congiunto debutto avvenuto al “Metropolitan” di New York (14 dic. 1918), a malincuore Puccini si convinse dell'eccessiva durata dell'esecuzione e separò il “Trittico” in tre distinte Opere: “Gianni Schicchi”, di Carattere comico, su libretto di Gioacchino Forzano, fu la realizzazione più fortunata e l'immediato successo si protrasse nel tempo. Altrettanto non si può dire per gli altri due lavori, fin da subito immeritatamente trascurati. Solo molti anni dopo “Il Tabarro”, dai risvolti drammatici, librettato da Giuseppe Adami, suscitò l'interesse della critica, mentre, delle tre, “Suor Angelica”, su libretto di Forzano e ambientata nel Seicento, restò nell'oblio, nonostante fosse l'opera preferita dall'autore.

Nel 1920, Puccini si lasciò riconquistare dal filone esotico dell'Estremo Oriente, dagli ambienti di Turandot, la gelida e crudele principessa cinese, nata dalla fantasia del Conte e drammaturgo veneziano Carlo Gozzi, contemporaneo e rivale di Goldoni. Per la stesura del libretto di questa Favola teatrale, furono scelti Giuseppe Adami e Renato Simoni. La parte musicale, pur procedendo con difficoltà, per le continue divergenze tra il compositore e i due librettisti, fu facilitata dal Barone Edoardo Fassini, il quale regalò a Puccini un “Carillon”, da cui il maestro toscano ricavò alcune elaborazioni melodiche che inserì poi nell'opera.

Un'altra ragione del cammino alquanto impervio di “Turandot” fu il clima sfavorevole nella quale quest'opera nacque: l'agguerrita avanguardia musicale italiana considerava oramai Puccini un compositore anacronistico, un personaggio da consegnare alla storia. Inoltre, qualche anno prima, il “moderno” Ferruccio Busoni mise in scena una sua “Turandot”, perfettamente aderente allo spirito giocoso della Favola di Gozzi, prerogativa che indusse Puccini ad una trasformazione Tragico-eroica del proprio lavoro. Nell'estate del 1924, mentre il compimento della partitura stava volgendo al termine, il maestro iniziò ad accusare forti dolori alla gola, che tentò di lenire con varie terapie naturali, senza riscontrare alcun beneficio. Ad accertamenti più approfonditi, gli fu diagnosticato un Papilloma, rivelatosi un Carcinoma laringeo che, purtroppo, lasciava pochissime speranze di guarigione.

Venne deciso, allora, di sottoporre il maestro ad una cura di radioterapia alla Clinique de la Couronne di Bruxelles. Nella capitale belga, Puccini arrivò il 5 novembre, accompagnato dal figlio Antonio e da Eugenio Clausetti, Amm. delegato di “Casa” Ricordi. Furono ricevuti dal Prof. Ledoux, il quale, resosi conto della situazione disperata, dopo due settimane di applicazioni radioterapiche, concordò per una radicale asportazione del tumore maligno.

L'intervento, effettuato il giorno 24, durò quasi quattro ore; in un primo momento, la salute dell'illustre paziente parve migliorare, tanto che Ledoux dichiarò pubblicamente: “Puccini s'en sortirà” (Puccini ne uscirà). Purtroppo, la sera del 28 novembre, il Maestro venne colto da un improvviso attacco cardiaco e perse conoscenza; in un momento di lucidità chiese i Conforti religiosi e, al suo capezzale, accorse il Nunzio apostolico in Belgio Mons. Micara, che impartì i Sacramenti a Puccini ormai in fin di vita. Il decesso avvenne alle undici e trenta del giorno seguente.

La sera stessa al Teatro la Monnaie, dove si teneva in programma la “Bohème”, prima dell'esecuzione, furono osservati due minuti di silenzio e, al termine della rappresentazione, venne eseguita la Marcia funebre di Beethoven.

Le Esequie furono officiate da Mons. Micara il 1° dicembre nell'Èglise de St. Marie e un silenzioso e commosso corteo accompagnò il Feretro alla stazione ferroviaria per il trasferimento a Milano; giunta nel Capoluogo lombardo, la Salma fu onorata con i Funerali solenni e con la dichiarazione del Lutto nazionale. Durante la celebrazione, svoltasi il 3 dicembre in Duomo, Arturo Toscanini diresse l'Orchestra e il coro della “Scala” nella Messa di Requiem, tratta dal Dramma lirico pucciniano “Edgard”.

Dopo una provvisoria tumulazione nella Cappella di Toscanini, al Cimitero Monumentale milanese, la Bara fu trasferita a Torre del Lago e inumata nel Mausoleo della villa di famiglia.

Durante la degenza in Belgio, Puccini continuò a lavorare, nella vana speranza di portare a termine la sua “Turandot”; a Bruxelles aveva portato con sé la partitura, alla quale mancavano solamente il Duetto ultimo e il Finale che non riuscì a completare.

Con il benestare degli eredi, il debutto di “Turandot” avvenne al T. alla Scala il 25 aprile 1926, sotto la direzione di Arturo Toscanini, il quale, giunto all'ultima nota della partitura incompiuta, ossia dopo il Corteo funebre che segue la morte di Liù, interruppe l'esecuzione, si rivolse al pubblico, e annunciò:” Qui finisce l'Opera perché a questo punto il Maestro è morto!

Solamente a partire dalla Seconda replica in poi, fu eseguito il Finale che il compositore Franco Alfano, su consiglio di Ricordi e Toscanini, aveva composto nei mesi successivi alla scomparsa del grande maestro, riconosciuto universalmente come il vero erede di Giuseppe Verdi.

Nel corso della sua vita artistica, Puccini partecipò attivamente alla messa in scena delle sue opere, selezionando personalmente cantanti e direttori d'orchestra: questo perché al grande maestro toscano interessò soprattutto la qualità e non la quantità del lavoro svolto. Egli, infatti, scrisse soltanto 12 opere, per le quali viaggiò assiduamente, presenziando nei luoghi di rappresentazione affinché tutto venisse realizzato nei minimi particolari, secondo la sua volontà.

Sprezzante con chi non gli era simpatico, Puccini detestava i compromessi, le situazioni ambigue e non si lasciò mai sedurre da ritorni nostalgici di carattere nazionalista, assimilando con sorprendente abilità Linguaggi e Culture musicali differenti tra loro.

Sin dagli esordi milanesi, egli fu un acceso sostenitore della musica di Wagner, che studiò a fondo insieme a Mascagni. Dimostrò l'influsso acquisito prima nei due lavori sinfonici presentati come Saggi di Conservatorio; più tardi, nella tecnica compositiva e nell'utilizzo del “Leit motiv” (Tema ricorrente, per rievocare un dato personaggio) in alcune opere, a partire da “Manon Lescaut”.

Anche l'esempio dei compositori francesi, in particolare quello di Bizet e di Massenet, costituì un elemento importante per gran parte della produzione musicale pucciniana: dal primo decennio del Novecento, in essa apparve l'influenza di Debussy, attraverso l'uso massiccio di Scale pentatonali ed esatonali: le prime impiegate per ricostruire le atmosfere esotiche di “Madama Butterfly” e di “Turandot”; le Seconde, utilizzate largamente nella “Fanciulla del West”.

Per quanto riguarda l'eredità italiana, Puccini si accomunò a Giuseppe Verdi nella ricerca della massima Sintesi Drammatica e dell'esatto equilibrio tra “Recitativo” (momento reale in cui si sviluppa l'azione) e “Aria” (momento psicologico nel quale viene espresso uno stato d'animo).

Sul piano delle scelte artistiche, tuttavia, le analogie tra i due grandi operisti si esaurirono rapidamente, in quanto il maestro toscano, al contrario di Verdi, rifuggì sempre da soggetti legati a qualsiasi forma di patriottismo e scrisse prevalentemente per un pubblico internazionale.

La produzione pucciniana, nonostante debba la sua Gloria al Teatro operistico, si estende anche al genere vocale e strumentale. Oltre alla cantata giovanile “I Figli d'Italia bella”, tra le composizioni vocali di vario genere, occorre ricordare la Messa di Gloria in la bem. magg., della quale, l'Agnus Dei venne successivamente impiegato come “Madrigale” nel II Atto di “Manon Lescaut”. Seguono poi il Requiem a tre voci (STB) in memoria di G. Verdi, l'Inno a Roma “Roma divina” per voce e pf., dedicate alla Principessa Jolanda di Savoia, e varie Melodie sempre per voce solista e pf.

In Campo strumentale sono da annoverare i già citati “Preludio sinf.” e “Capriccio sinf.”, per i Conservatori di Lucca e Milano; 3 Minuetti per Quartetto d'Archi, ripresi in Manon Lescaut; l'elegia Crisantemi, anch'essa inserita in “Manon”, la Marcia per Orch. Scossa elettrica, ed infine Calmo e molto lento, composizione per pf. edita in favore delle famiglie dei Caduti lucchesi.