Compositore Pianista e Dir. d'Orchestra.
Nonostante avesse abbracciato i concetti della musica contemporanea, Ghedini cercò assiduamente di rendersi indipendente a qualsiasi corrente musicale del suo tempo.
La sua personalità artistica rivela decisamente un volontario ritorno alle forme rinascimentali, pre-barocche, senza dimenticare la lezione dei Compositori classici.
Figlio di Alfredo Ghedini, stimato ingegnere del Genio civile, e di Clotilde Margaritelli, Giorgio Federico nacque a Cuneo l'11 luglio 1892. Avviato giovanissimo agli studi musicali nella città natale (pf. e org. con Evasio Lovazzano), nel 1905 Ghedini si trasferì con la famiglia a Torino, dove frequentò il Liceo musicale, partecipando ai Corsi di violoncello, sotto la guida di Samuele Grossi.
Sempre in questa città, il ragazzo studiò privatamente armonia e contrappunto con di Giovanni Cravero. Poi, quando il padre si trasferì a Bologna (1909), perfezionò gli studi di composizione con l'illustre didatta Marco Enrico Bossi e, nel 1911, conseguì il diploma in questa disciplina al Liceo musicale del Capoluogo emiliano.
I primi incarichi artistici consistettero nella direzione di stagioni operistiche in alcuni teatri di provincia del Nord Italia, quindi a Torino, in qualità di “maestro sostituto” al T. Regio.
Poco propenso a svolgere tale mansione, Ghedini si dedicò all'insegnamento nella Scuola di Canto Corale della città e nel 1918, dopo il matrimonio con Laura, figlia del dir. d'orch. Ferruccio Negrelli, iniziò la stesura di piccoli brani cameristici ed abbozzi teatrali, che prepararono la strada alla sua innata vocazione compositiva.
Abbandonato il progetto dell'opera “L'Intrusa” su libretto di Romualdo Giani, nel 1921 Ghedini si cimentò con il linguaggio austero della musica antica, rivisitando la Lauda drammatica duecentesca Il Pianto della Madonna presso la Croce di Jacopone da Todi (1236 ca.-1306) senza, tuttavia, rinunciare alla Cattedra di Composizione al Liceo musicale torinese, incarico che mantenne dal 1920 al 1938.
Nel vivace clima accademico, Ghedini fece incontri decisivi per la propria formazione culturale ed artistica. In questo periodo egli conobbe, e si legò da profonda amicizia, con l'autorevole critico Guido Maggiorino Gatti, il quale lo aggiornò sulle più recenti conquiste delle avanguardie musicali europee. Si venne così a creare, nella personalità artistica di Ghedini, un duplice aspetto, che lo avrebbe portato da un lato al rifiuto del sinfonismo ottocentesco e post-romantico, dall'altro ad un modernismo, del quale il compositore adottò solamente ciò che poteva convivere con la sua visione poetica, estranea a qualsiasi “programma” e costantemente al servizio dell'espressione.
Per trovare il modello creativo ideale, negli anni '20 Ghedini si rivolse al glorioso passato della musica italiana, in particolare ai Maestri del Cinquecento e del Seicento, soprattutto di Area veneziana.
A tal proposito occorre ricordare le mirabili elaborazioni sulle musiche di Andrea e Giovanni Gabrieli, su quelle di Claudio Monteverdi e di Gerolamo Frescobaldi, che si concretizzarono in una copiosa produzione di musica sacra, tra cui la Cantata Ecco il Re forte, per Soli, "doppio" Coro e Orch. (1923); la Lauda spirituale Di' dolce Maria, per v. e pf. (1926); La Messa del Venerdì Santo, oratorio per soli, coro e orch. (1929).
Questi lavori, frutto di un'adesione spontanea, confermarono la decisione di Ghedini di estraniarsi da Scuole e Correnti a lui contemporanee. Tuttavia, a partire dal 1936, per il compositore ebbe inizio un progressivo accostamento ad un Politonalismo armonico aggiornato sui modelli di Stravinskij e di Bartók, che lo portarono ai confini dell'Atonalità.
Alla volontà modernista di Ghedini, nel 1937 si aggiunse l'esordio in Campo teatrale con Maria d'Alessandria, opera in 3 atti e 4 quadri, su libretto di Cesare Meano (Bergamo, T. Donizetti 9 sett.) che, pur svelando reminiscenze wagneriane e pizzettiane, dimostrò da subito una visione poetico-drammatica del tutto originale, confermata anche nelle opere future.
Un'altra attività di questo fecondo periodo fu l'insegnamento della composizione presso il Conservatorio di Parma (1938) protrattosi fino al 1941, anno in cui Ghedini ottenne il trasferimento al Conservatorio di Milano. Nella cittadina emiliana prese vita Re Hassan, il secondo lavoro teatrale del compositore, pensato per il T. La Fenice di Venezia, dove debuttò il 26 gennaio 1939. L'opera, in 3 atti e 4 quadri, ambientata nella Spagna moresca del XV sec., sancì il distacco definitivo dalle influenze pizzettiane, attribuite all'autore dalla critica italiana.
Quasi a voler mitigare i venti di guerra incombenti sull'Italia, Ghedini si cimentò nel genere comico musicando la fiaba La pulce d'oro, su libretto di Tullio Pinelli, che già aveva collaborato con il compositore piemontese durante la realizzazione di “Re Hassan”.
Questa operina, in 1 atto e 3 quadri, fu molto apprezzata al suo debutto (Genova, T. Carlo Felice 15 febb. 1940) e i critici non esitarono a definirla un autentico gioiello del Teatro musicale novecentesco. Nonostante il successo, Ghedini preferì accantonare il genere operistico per dedicarsi a lavori sinfonici, con il Concerto per orchestra Architetture (1940) che, oltre a far emergere la vera personalità artistica del maestro piemontese, lo avvicinò al linguaggio delle nuove correnti musicali europee.
Gli anni bui del Conflitto mondiale Ghedini li trascorse a Milano, in qualità di Insegnante al Conservatorio e di compositore. Tra gli allievi e i colleghi, che il maestro conobbe e con cui collaborò, si contano gli esponenti più significativi della musica del Secondo Novecento italiano, a partire da Luciano Berio, Niccolò Castiglioni, Marcello e Claudio Abbado, Franco Donatoni, Bruno Bettinelli ed altri ancora.
Dell'attività compositiva di questo periodo, vanno ricordati il dodecafonico Divertimento contrappuntistico per pf. (1940); il Concerto Spirituale de l'Incarnazione del Verbo divino per 2 v. sopr., e picc. orch. (ded. a Goffredo Petrassi, 1943), e i Sette Ricercari ded. al Trio di Trieste (1943).
Dopo il gelido e rarefatto Concerto dell'Albatro, per v. recitante, Trio con pf. e orch., ispirato al Romanzo “Moby Dick” di Herman Melville (1945), le esperienze moderniste di Ghedini si stemperarono in un clima più disteso con il Concerto per vl. e archi Il Belprato (1947). Ad esso vanno aggiunti il Concerto funebre per Duccio Galimberti, martire della resistenza partigiana (1948); L'Alderina, Concerto per fl. vl. e picc. orch. (1950); Il Rosero, concerto per voci e strumenti (1950).
Nel genere teatrale, decisamente non melodrammatico, la piena maturità artistica di Ghedini si manifestò nell'Opera in un prologo, 3 atti e 5 quadri Le Baccanti (da Euripide), su libr. di Tullio Spinelli (Milano, T.alla Scala 21 febb. 1948), alla quale fece seguito il Dramma in un atto Billy Bud, librettato da Salvatore Quasimodo su testo di Melville (Venezia, T. La Fenice 8 sett. 1949).
Grazie alla collaborazione della Casa Ed. Ricordi e sostenuto dalla Rai, nel 1952 Ghedini, che già da un anno dirigeva il Conservatorio di Milano, si aggiudicò il “Premio Italia” con l'Opera radiofonica Lord Inferno, successivamente rielaborata con il titolo L'ipocrita felice, su libr. di Franco Antonicelli, desunto dalla novella “The Happy Hypocrite” di Max Beerbohm (Milano, Piccola Scala 10 mar. 1956).
Raggiunta la notorietà su vasta scala, Ghedini non si lasciò sedurre dalle conquiste delle avanguardie. Egli volle dedicarsi al recupero del sinfonismo classico-romantico con il Concerto per orchestra di matrice beethoveniana (1955) e con una serie di composizioni in chiaro stile ottocentesco, come gli Studi per un affresco di battaglia (1961); il grandioso Credo di Perugia per coro e orch. (1962) e l'Ouverture pour un concert (1963). Un altro legame di Ghedini con la tradizione è testimoniato da Symphonia: lavoro rimasto incompiuto e ricostruito dal pianista e musicologo varesino Guido Salvetti, sulla base delle "Pagine" trovate sul tavolo di lavoro, dopo che la morte colse improvvisamente il compositore (Nervi, Genova, 25 marzo 1965).
Considerato dalla critica un Modernista e, allo stesso tempo, un Conservatore, Giorgio Federico Ghedini, nonostante la sua attenzione agli svolgimenti della musica contemporanea, non aderì a nessuna Scuola e trovò i propri modelli nell'Arte musicale cinquecentesca e prebarocca italiana, senza dimenticare J. S. Bach, Heinrich Schütz e, non ultimo, L.Van Beethoven.
Legato essenzialmente all'attività compositiva, Ghedini si ispirò soprattutto alla musica del passato, che a volte riuscì a far convivere con gli stilemi del linguaggio novecentesco, come è dimostrato nella Partita per orch. del 1926, opera di grande eleganza timbrica, non estranea da influssi raveliani.
Altra grande vocazione fu l'insegnamento (il Cons. di Cuneo porta il suo nome), per il quale il compositore piemontese rinunciò a “piazze” importanti europee, anche quando gli infausti accadimenti bellici e le vigorose polemiche, mosse dalla critica italiana, avrebbero potuto indurlo ad emigrare.
Pur avendo iniziato a comporre giovanissimo, Ghedini raggiunse la notorietà relativamente tardi: intorno al 1940. Prima di allora, le componenti espressive di un'arte affatto personale rimasero quasi o del tutto ignorate, come nel caso della citata “Messa del Venerdì Santo”, scritta nel 1929, ma eseguita con grande successo a Perugia soltanto vent'anni dopo.
La produzione ghediniana è davvero imponente. Tra i lavori non ancora menzionati occorre ricordare l'Azione mimica per bambini Girotondo (Venezia, 1959); le Musiche di scena La via della Croce (id., 1961); Medea tratta da Euripide (Ostia, 1949); il concerto per vl. e orch. da camera Concentus basiliensis, ded. al Dir. d'Orch. svizzero Paul Sacher.
Anche l'opera pianistica di Ghedini, distribuita nell'arco di mezzo secolo (1908-58), conferma l'estraneità da scuole e correnti. Tuttavia, alla luce della sua produz. giovanile, non mancano riferimenti “romantici”, come è dimostrato dalla Mazurka, scritta e dedicata all'amico Ludwig Valter (Torino,1908), nella quale appaiono espliciti rimandi a Chopin.
Stessa considerazione va fatta per il Tema con variazioni sulla parola FEDE (1911): qui “FEDE” non ha un significato religioso, ma è l'abbreviazione di “FEDERICO”, che corrisponde al nome anglosassone delle note FA-MI-RE-MI. Il Tema, costituito da questi quattro suoni, si apre ad altrettante variazioni in chiaro stile romantico, nate sull'esempio di Robert Schumann.
Altri lavori pianistici, appartenenti al periodo giovanile, sono i 29 Canoni (dic.1909- magg.1910), composti quando Ghedini era ancora studente. Tuttavia, in alcuni di essi è presente una forte tensione drammatica, protesa ad annunciare quello Stile personale che, alcuni anni dopo, verrà definito il “demone ghediniano”.
Riguardo alle musiche vocali, accompagnate da strumenti o a “cappella”, oltre a quelle già citate, di particolare importanza sono 2 Cori sacri a 4 v. (1928); 2 Canzoni a 5 v. (id.); la Messa in re magg. per 4 v. masch. e org. (1930); il Cantico del Sole, per v. e archi (da S. Francesco d'Assisi, 1932); le Laude spirituali per voce, coro, e archi (1946); la Lectio Geremiae propethae per v. sopr. e picc. orch. del 1960.