Dallapiccola visse l'esperienza di essere un “Enfant prodige” in tutte gli ambiti musicali. Egli, infatti, se da giovane compì accurate indagini sul Romanticismo e Post-Romanticismo, in seguito si dedicò integralmente alla Dodecafonia e al Serialismo Integrale proposto da Anton Webern.
Nato a Pisino d'Istria il 3 febbraio 1904, Luigi era figlio di Pio Dallapiccola, preside del Realgymnasium locale, e di Domitilla Alberti, entrambi di origine trentina.
Nel 1915, a seguito dell'entrata in guerra dell'Italia, il Governo austriaco decise la "chiusura del liceo" diretto da Pio Dallapiccola, il quale, considerato Elemento politico infido, di sentimenti irredentisti, nel 1917 fu confinato con la famiglia a Graz, Capoluogo del Land austriaco della Stiria. Qui, nonostante l'ambiente ostile e vessatorio, il tredicenne Luigi poté frequentare il Teatro d'opera cittadino ed assistere alle opere di Mozart, di Strauss, di Wagner. Fu proprio il wagneriano “Der fliegende Holländer” (L'Olandese volante), con la sua Musica ricca di sonorità suggestive, ad impressionare fortemente il giovane ed indurlo ad abbracciare la carriera di Musicista.
Finita la guerra, con l'annessione dell'Istria al Regno d'Italia, la famiglia Dallapiccola tornò a Pisino, e Luigi, fermo nei suoi propositi, oltre a completare gli studi liceali, studiò pf. a Trieste con Alice Andrich Florio, armonia e composizione sotto la guida di Antonio Liersberg. Quest'ultimo si rivelò un insegnante di ampie vedute artistiche. Oltre al repertorio rinascimentale e barocco italiano, si prodigò per far conoscere al promettente allievo i capolavori di Maurice Ravel, di Claude Debussy, le rivoluzionarie Formulazioni dodecafoniche dei viennesi Arnold Schoenberg, Anton Webern ed Alban Berg.
Ottenuta la maturità liceale nel 1921, l'anno successivo Dallapiccola si trasferì a Firenze e proseguì gli studi al Conservatorio Luigi Cherubini dove, nel 1924, si diplomò in pf. con Ernesto Consolo e, nel 1931, in composizione con Roberto Casiraghi, Corrado Barbieri, perfezionandosi poi con Vito Frazzi.
Il periodo trascorso nel Capoluogo toscano fu determinante per l'indirizzo musicale di Dallapiccola, attratto artisticamente da quanto si svolgeva nei Paesi d'Oltralpe. Al Conservatorio, in cui insegnò pf. complementare e composizione (1934-67), nella seconda metà degli anni '20, egli subì il fascino della musica antica grazie a Ildebrando Pizzetti che, in qualità di direttore, fece confluire nei programmi didattici e concertistici la summa della produzione rinascimentale e barocca europea. A Firenze, inoltre, Dallapiccola studiò a fondo l'Impressionismo francese, attraverso i lavori di Ravel, di Debussy, quindi il personale "neoclassicismo" di Igor Stravinskij, le produzioni di Darius Milhaud, di Paul Hindemith, ed infine i primi accostamenti alla tecnica dodecafonica di matrice mitteleuropea.
La consacrazione alla “Neue Musik” (nuova musica) avvenne nel Capoluogo toscano la sera del 10 aprile del 1924, quando Schoenberg diresse il suo “Pierrot lunaire” a Palazzo Pitti. Per il ventenne Luigi fu un'autentica folgorazione. Tuttavia, i tempi non erano ancora maturi per un così radicale cambiamento. Nel 1926 iniziarono i primi concerti e, per circa tre anni, Dallapiccola alternò le apparizioni in pubblico con Lezioni private e con attività di pianista accompagnatore. Fu in questa veste che, al seguito di una danzatrice americana, nel 1930 egli intraprese una tournée a Vienna e a Berlino, città dalle quali ricavò preziosi orientamenti per il proprio futuro di compositore. Nella capitale tedesca, inoltre, Dallapiccola conobbe il violinista Sandro Materassi, con il quale formò un prestigioso Duo di musica moderna, che rimase attivo per quasi quarant'anni, interpretando composizioni di Stravinskij, Debussy, Ravel, Milhaud, Hindemith ed altri ancora.
Nel 1932, Luigi esordì come compositore al Festival di Venezia, dove presentò, in un concerto di “Musica radiogenica”, Tre studi per voce sopr. e orch. da camera, che ottennero vivi consensi di critica e l'appoggio di colleghi già affermati, come Alfredo Casella, Gian Francesco Malipiero e Goffredo Petrassi, ai quali si legherà da profonda e duratura amicizia.
Altri personaggi influenti, determinanti per l'ascesa di Dallapiccola nel panorama musicale italiano, furono i maestri d'orch. Vittorio Gui e Mario Rossi, che diressero i suoi primi lavori: Partita (1933); le tre Serie dei Sei cori di Michelangelo Buonarroti il Giovane (1933; 1934; 36); Rapsodia (1934); Musica per tre pianoforti (Inni), Composizione cameristica vincitrice del Concorso “Carillon” di Ginevra (1935).
A metà anni '30, mentre stava cercando un linguaggio personale, Dallapiccola visse un periodo di forte condizionamento creativo, dovuto agli accadimenti politici fortemente contrastanti con la sua concezione di vita sociale e morale.
La guerra d'Etiopia (ott. 1935) e il "sostegno" di Mussolini alla dittatura franchista in Spagna (lug. 1936) orientarono il compositore istriano alla realizzazione di lavori aventi come soggetto la Sofferenza dell'individuo e la Caducità dei diritti dell'essere umano. Dallo spirito antifascista del maestro istriano nacque l'Opera teatrale Vol de nuit (Volo di notte, su libr. proprio, tratto da un racconto di Antoine de Saint Exupéry (Firenze, T. della Pergola 18 magg. 1940). Quindi, in contrasto con le Idee razziste del “regime", scrisse Canti di Prigionia per voci miste e strum. (1938- 41).
Nel 1937, la fama di Luigi Dallapiccola iniziò ad avere una certa risonanza anche in ambito internazionale. Un viaggio a Parigi gli permise di conoscere Milhaud e Poulenc. Quindi, nel mese di giugno del 1938, dopo aver sposato Laura Coen Luzzatto, si recò a Londra per assistere al Festival della S.I.M.C. (Soc. Internaz. di Mus. Contemp.). Qui ascoltò per la prima volta la Cantata “Das Augenlicht” di Webern: un'occasione importante e fortemente voluta dal musicista italiano che da tempo aveva mostrato un grande interesse per le innovazioni seriali della IIª Scuola viennese.
Durante il periodo bellico, l'attività di Dallapiccola si esplicò su vari versanti. Dopo aver ottenuto la Cattedra di composizione al Cons. di Firenze (1939) e dopo il debutto da operista con “Vol de nuit”, nel 1941 egli intraprese con materassi una lunga tournée in Italia, Svizzera e Ungheria; quindi, nel marzo del 1942, fu a Vienna dove conobbe Anton Webern che lo ragguagliò sulle ultime conquiste tecnico-seriali.
Questi furono anche gli anni di una feconda attività compositiva. Nel clima cupo e devastante della guerra, vennero alla luce il balletto Marsia, iniziato nel 1942; le Liriche greche; la revisione del “Ritorno di Ulisse in patria” di C. Monteverdi e, soprattutto, l'Opera Il Prigioniero. Nato come forma di protesta contro i provvedimenti razzisti, questo lavoro, su libr. proprio, poté avere inizio solamente nel 1944 (anno della liberazione di Firenze) e debuttò al T. Comunale del capoluogo toscano il 20 magg. 1950. Nonostante il buon successo di pubblico, la critica italiana si mostrò piuttosto scettica, a causa dei procedimenti dodecafonici utilizzati dall'autore e per via dei contenuti ideologici del libretto. Tuttavia, l'opera ebbe un'ampia e rapida diffusione all'estero: la prima rappresentazione fuori dall'Italia avvenne nel marzo del 1951, al T. Juilliard di New York.
Nel dicembre 1944, i coniugi Dallapiccola furono allietati dalla nascita di Annalibera, alla quale il Maestro dedicherà, in occasione dell’ottavo compleanno, la Composiz. cameristica per pf. Il Quaderno di Annalibera.
Nell'immediato dopoguerra, su invito di Alessandro Bonsanti, fondatore del settimanale il “Mondo”, per due anni Dallapiccola svolse l'attività di critico musicale a Firenze, città nella quale fu anche nominato segretario della Soc. It. di Mus. Contemp. (1948).
Da questa posizione, il Conferenze sul Sistema dodecafonico a Tanglewood, nei pressi di Boston, dove Serge Koussevitzky, contrabbassista e direttore d'orch. russo naturaliz. americano, aveva fondato il Berkshire Music Center. Qui l'esegeta italiano conobbe Edgard Varèse il quale, tuttavia, non riuscì a coinvolgerlo nell'utilizzo dell'elettronica come mezzo espressivo: troppo distante la formazione artistica e l'estrazione culturale di Dallapiccola per avventurarsi in un simile progetto.
Nella prima metà degli anni Cinquanta i rapporti tra il compositore e l'ambiente musicale italiano si deteriorarono notevolmente. Le polemiche nate a seguito della sfortunata messa in scena fiorentina del “Prigioniero” e la gelida accoglienza romana, riservata alla Sacra Rappresentazione Job (T. Eliseo, 30 ott. 1950), indussero Dallapiccola ad estraniarsi dalla realtà musicale italiana. Determinanti furono le commissioni artistiche e i riconoscimenti giunti dall'America e dalla Germania. Tra il 1952 e il 1960, una serie di viaggi a scopo didattico gli valsero altri soggiorni a Tanglewood (1956-57), la cattedra di composizione e contrappunto presso il Queens College di Flushing (New York, 1959-60), la nomina di "membro" dell'Accademia delle Belle Arti di Monaco (1953), di Berlino (1956) e di Stoccolma (1958). Anche il versante produttivo andò via via consolidandosi, facendo di Dallapiccola uno dei compositori più significativi del Secondo Novecento. Il Concerto per la Notte di Natale dell'anno 1956, per voce sopr. e orch da camera, Piccola musica notturna per orch. (1954) e, soprattutto, le due versioni di Tartiniana per vl. e orch. da camera (1951-1956) portarono ad una completa rivalutazione artistica di questo maestro in campo internazionale. musiche, che fino a quel momento suscitavano una certa perplessità, ora venivano eseguite negli auditorium di tutto il mondo, con grande consenso di pubblico e critica.
Durante gli anni Sessanta, la sua fama di conferenziere e di compositore non conobbe soste e anche l'attività concertistica si moltiplicò notevolmente. Oltre ad esibirsi in duo con l'amico fraterno Materassi, Dallapiccola fu pianista accompagnatore della celebre cantante ungherese Magda László e del famoso violoncellista spagnolo Gaspar Cassadò, al quale dedicò Dialoghi, per vcl. e orch. (1960).
Dal punto di vista compositivo, il Filone mistico, iniziato a metà anni '50, venne ripreso nel 1962 con Preghiere, per voce bar. e orch. da camera; due anni più tardi, con la comp. Parole di S. Paolo, per v. mezzosopr. e 11 strum. (testo dalla Prima Lettera ai Corinzi). Ma fu con le Quattro liriche di Antonio Machado e soprattutto con l'opera teatrale Ulisse, che Dallapiccola raggiunse la piena maturità artistica (Berlino, Deutsche Oper 29 sett. 1968). Iniziata nel 1960 e strutturata in un prologo e due atti, dopo la consultazione di testi letterari antichi e moderni (Omero, Dante Alighieri, Giovanni Pascoli), l'opera si basa su un libretto dove emerge una personale interpretazione dell'eroe mitologico greco, della sua perenne Odissea, che trova conclusione e pace soltanto al cospetto degli Dei.
A partire da metà anni Sessanta, per Dallapiccola fu un susseguirsi di Impegni artistici, di inviti a tenere corsi e seminari, di onorificenze rilasciate dalle più prestigiose Accademie ed università. Nel 1964 ottenne il Premio per la Musica “Ludwig Spohr”, indetto dalla città sassone Braunschweig, e, nello stesso anno, fu nominato "membro" della American Academy of Arts e del National Institute of Arts and Letters di New York. Sempre negli “States”, tre anni dopo, la Michigan University gli conferì il dottorato in musica h. c. e, qualche mese dopo, entrò a far parte del Corpo accademico dell'Institut de France. La stessa cosa si ripeté, nel 1969, alla Royal Academy of Music di Londra. Quindi, nel 1973, il maestro istriano ottenne la laurea h.c. dall'Università di Edimburgo. In questo periodo, i rapporti con alcune Istituzioni musicali italiane si fecero particolarmente tesi. Già nel 1967, Dallapiccola aveva chiesto l'esonero dall'Insegnamento al Conservatorio di Firenze; ma un gesto ancor più clamoroso e polemico avvenne nel 1972, quando il maestro diede le dimissioni dall'Accademia Romana di S. Cecilia, dove aveva insegnato per più di trent'anni.
Libero da impegni didattici, Dallapiccola si dedicò con rinnovato fervore alla composizione, concentrandosi su lavori corali virili a cappella, come Tempus destruendi-Tempus aedificandi (1970.71), e cameristici, scritti espressamente per voce solista, accompagnata da ensemble strumentale. In questo contesto nacquero Sicut umbra, (per v. mezzo-sopr. e 12 strum., 1970), e Commiato (per v. sopr. e 15 strum., 1972) che, per un triste caso del destino, fu la sua ultima composizione. Stabilitosi da un gravissimo attacco di edema polmonare (1972), negli anni 1973-74 Dallapiccola viaggiò intensamente per dirigere musiche proprie e in qualità di conferenziere. Memorabili furono le commemorazioni dedicate a Schoenberg e a Busoni, così come i seminari radiofonici, inerenti al Trattato di Strumentazione di Berlioz.
Mentre stava preparando un Concerto che avrebbe avuto luogo a Torino con l'Orch. del “Musicus Concentus” di Firenze, nelle prime ore del 19 febbraio 1975 Luigi Dallapiccola fu colto da un nuovo attacco di edema polmonare, che ne causò il decesso. Sul tavolo di lavoro rimasero le 18 battute iniziali di Lux, una nuova composizione cameristica per voci e strumenti.
Per l'Estremo saluto, venne allestita una camera ardente nella casa fiorentina in via Romana 34, dove il maestro visse un'esistenza estremamente appartata, nel nome della musica.
Alle esequie, svoltesi due giorni dopo in forma strettamente privata, la figlia Annalibera non poté partecipare in quanto si trovava in una sperduta regione dell'India per completare la propria Tesi di "libera" Docenza. Solo qualche settimana dopo, al suo rientro a Bombay, apprese la notizia del grave lutto da una lettera della madre.
Le Ceneri di Dallapiccola sono tumulate nel Cimitero di Trespiano (Firenze), accanto a quelle dell'amata moglie Laura.
Considerato dai benpensanti un musicista ostico e cerebrale, Luigi Dallapiccola fu il primo importante musicista italiano ad aver scelto, con rigorosa coerenza, la tecnica dodecafonica e il successivo serialismo integrale. Molti fattori incisero sulla formazione artistica di Dallapiccola, in parte favorita dall'Azione delle Nuove avanguardie italiane (Casella, Malipiero, Petrassi), con le quali Dallapiccola condivise gli interessi per una Moderna espressività vocale, derivata dalla grande tradizione madrigalistica tardo-rinascimentale e barocca, soprattutto italiana. Determinante fu anche l'interessamento giovanile del musicista istriano per il teatro di Verdi, di Wagner. E in ciò non si può escludere l'influenza esercitata da Pizzetti, che lo indirizzò verso stilemi teatrali addirittura antecedenti al romanticismo e al periodo classico. Grazie a questo solidissimo background musicale, Dallapiccola poté esprimere le sue potenzialità artistiche nelle direzioni a lui più congeniali. Pur sentendosi attratto, per estrazione culturale, da quanto accadeva musicalmente nei Paesi di lingua tedesca, egli preferì attendere ed esplorare il “modus componendi” impressionista e neoclassico di natura francese: scelta ritenuta indispensabile per ottenere una completa visione stilistica delle varie Correnti contemporanee, prima di aderire integralmente al Linguaggio dodecafonico. Questo processo evolutivo di Dallapiccola, sentito soprattutto come una necessità interiore, ebbe nei fondatori della Seconda Scuola viennese il modello di disciplina intellettuale. Al pari di Schoenberg, per il maestro istriano la Dodecafonia rappresentò un caposaldo di autentici valori artistici sui quali operare e la certezza di trovarsi nel solco di una “nuova scienza” da praticare ed imporre alle generazioni future.
Nonostante la notorietà a livello internazionale, Dallapiccola condusse una vita appartata e il suo carattere scontroso, spesso al limite dell'arroganza, non attirò particolari simpatie. In società ebbe grande difficoltà a rapportarsi in pubblico: “Lei ha lo “charme” dell'antipatia” si sentì dire da una signora dell'Alta società fiorentina alla fine di un ricevimento. Tuttavia, egli non fece nulla per modificare questa immagine scorbutica e intransigente, della quale, a volte, si servì come autodifesa contro le avversità patite, quando l'etichetta di “Musicista dodecafonico” in Italia suscitava nei benpensanti derisione e disprezzo.
A Firenze, Dallapiccola ebbe pochissime frequentazioni, nonostante la comunità triestina fosse, nel capoluogo toscano, molto numerosa ed intellettualmente rispettata da tutti. I pochi amici fedeli furono lo scrittore romano Ugo Ojetti, il Letterato fiorentino Alessandro Bonsanti, e il violinista bolognese Sandro Materassi, assiduo compagno nei quasi trentacinque anni di attività artistica. Consapevole di essere un musicista con una missione da compiere, Dallapiccola fece propria un'affermazione del venerato Arnold Schoenberg: “La mia nobiltà consiste nel fare ciò in cui credo, e credere in ciò che faccio. Nessuno osi mettere in dubbio la mia fede!”. Il maestro istriano fu intransigente e selettivo anche nei propri interessi letterari, che ebbero come base le opere di Thomas Mann, lette scrupolosamente in lingua originale. Del grande scrittore e saggista tedesco, Dallapiccola ebbe come allieva la figlia Monika che, nelle sue memorie, fornisce un esauriente ritratto del maestro: “...mentre suonavo, Dallapiccola stava seduto dietro a me, abbastanza distante, su un divano, nell'oscurità e non mi interrompeva mai. Ma io lo sentivo e lo vedevo [...]. Ho conosciuto Luigi Dallapiccola sempre e solo come un uomo e un artista entusiasta. Parlava di libri e di teatro, di scultura e di danza di tutti i Paesi [...]. Lo ricordo animato da uno spirito vigile, non nel senso intellettuale, ma in quello di uno spirito pieno di brio, che sa afferrare le cose nella loro interezza e coglierne i frutti”.
Da questa testimonianza si può arguire l'altra personalità di Dallapiccola, quella interiore, che riservò solo a coloro che lo conobbero da vicino. Avversatore degli ambienti mondani e culturali, egli dedicò l'intera esistenza a valori morali e convinzioni artistiche, prediligendo la dura disciplina di vita e di lavoro alle "fumose", e spesso contrastanti, disquisizioni filosofiche.
Metodico per natura, Dallapiccola fece del “particolare” una maniacale ossessione. Le passeggiate mattutine e serali, sempre con gli stessi itinerari e ad orari scrupolosamente prefissati, non dovevano superare i seimila passi giornalieri. Pochi furono i diversivi alle regole ferree che si era imposto. Non volle mai possedere un televisore e neppure un'automobile; a casa trascorreva il poco tempo libero lasciatogli dal lavoro ascoltando la radio o leggendo le opere dei suoi autori letterari preferiti (Thomas Mann, MarcelProust, James Joyce).
Benché avesse doti di brillante concertista, Dallapiccola preferì ruoli di pianista accompagnatore e, ad incarichi importanti, scelse l'insegnamento del pf. complementare, una Cattedra assai meno prestigiosa, che, in compenso, gli permise di dedicarsi totalmente alla ricerca e alla composizione.
Incurante delle regole programmatiche, questo maestro attirò nella sua orbita un gran numero di allievi, specialmente quei giovani compositori che non riuscivano a sviluppare altrove il loro potenziale creativo; per questi Dallapiccola rappresentò un approdo, un punto di riferimento, anche per tematiche extra-musicali riguardanti ogni ambito culturale e filosofico.
Proprio a causa dei molteplici interessi e del costante studio sulle varie tecniche dodecafoniche, la produzione musicale del compositore istriano non è abbondante. Oltre alle opere teatrali e i lavori sinfonico-corali e da camera già citati, occorre ricordare le Due Liriche del Kalewala, per v. ten., bar., Coro da Camera e 4 percuss. (1930); La Canzone del Quarnaro, per v. ten. e Coro masch. (1930); i Goethe Lieder, per voce femm. e tre clar. (1953).
Tra i vari scritti che Dallapiccola ci ha lasciato, di particolare importanza sono Scritti e pensieri sulla musica di Ferruccio Busoni, in coll. con Guido Maria Gatti (Firenze, 1941 e Milano, 1954); Appunti, incontri, meditazioni (Milano,1970). Si ricordano inoltre vari Saggi e Articoli su riviste.