Pietro Mascagni
Pietro Mascagni (Livorno 7 Dic. 1863 – Roma 2 Ago. 1945)

Compositore, Dir. d' Orch., Violinista e Contrabbassista.
Dal carattere ribelle, fu compagno di Puccini al Conservatorio e, in un certo senso, suo rivale nella carriera di operista.
Dotato di spiccate doti musicali, Mascagni, a causa di una riprorevole mancanza metodica, a volte non ottenne i risultati sperati, deludendo in tal modo pubblico e critica.


(Antonio, Stefano)

Secondogenito di cinque figli, Pietro Mascagni nacque a Livorno all'alba del 7 dicembre 1863, in una casa di Piazza delle Erbe, adiacente ad una piccola forneria, gestita da suo padre Domenico.

L'infanzia di “Pietrino” (così veniva chiamato affettuosamente in famiglia) trascorse serenamente fino al 1873, anno in cui morì sua madre Emilia Reboa di Stefano; il tragico evento, oltre a infliggere al bambino un duro colpo psicologico, lo indusse ad accudire i tre fratelli minori Carlo, Elvira e Paolo, in quanto il padre e il figlio maggiore Francesco dovevano occuparsi del panificio.

Tuttavia, Pietro, giovane di precoce e vivace intelligenza, riuscì a frequentare il ginnasio cittadino e, grazie alle sollecitazioni dello zio Stefano, a iniziare lo studio del pianoforte, sotto la guida di Enrico Bianchi, e dell'organo con Alessandro Biagini.

Nel 1876, Mascagni si iscrisse all'Istituto musicale L. Cherubini; lì proseguì lo studio dei due strumenti, si dedicò al violino, al contrabbasso, partecipò alle lezioni di armonia, di contrappunto e fuga, gestite da Alfredo Soffredini, personaggio di spicco della vita musicale livornese, che orientò il ragazzo alla carriera di compositore, contro la volontà del padre che lo avrebbe voluto avvocato.

Dopo tre anni di severi studi, le prime soddisfazioni artistiche del giovane musicista si manifestarono con l'esecuzione della Sinfonia in do min presentata in un saggio dell'Istituto (1879); poi, nel 1880, si dedicò alla musica sacra, componendo una Messa per 3 voci masch. e orch., un Kyrie per 3v. masch. e org., e un Pater Noster per sopr. e Quintetto d'archi.

L'anno seguente, sul testo di Soffredini, Mascagni scrisse anche per il Teatro; a Livorno venne rappresentata la sua Cantata In filanda, per 4 Voci soliste e orch., il cui successo convinse il genitore a fargli continuare l'attività di musicista (febb. 1881). Animato dall'incoraggiamento paterno e grazie al mecenatismo del Conte Florestano de Larderel, il giovane Mascagni compose un'altra Cantata: Alla Gioia, su testo di F. Schiller, tradotto dal poeta Andrea Maffei (lug.1881). Poi, il 6 Maggio del 1882, si recò a Milano allo scopo di perfezionare la sua preparazione musicale e di far stampare le proprie opere.

In ottobre, dopo aver superato brillantemente gli Esami di ammissione al Conservatorio del Capoluogo lombardo, Mascagni fu allievo di Amilcare Ponchielli e di Aldo Saladino. Tuttavia, a causa del suo carattere ribelle, insofferente alle regole disciplinari dell'Istituto, Mascagni non frequentò regolarmente le lezioni. Anzi, commise una serie di lunghe assenze che non inficiarono sul progresso delle sue acquisizioni musicali. In questo periodo ebbe come compagno di studi Giacomo Puccini. I due conterranei, per qualche tempo, frequentarono l'ambiente artistico milanese. Insieme conobbero Vittorio Gianfranceschi, grande appassionato e conoscitore di opere musicali, con il quale Mascagni resterà legato da fraterna amicizia per tutta la vita.

Nel febbraio del 1883, la morte di Wagner scosse profondamente il ventenne musicista livornese, che volle comporre un’elegia in onore del grande maestro tedesco. A questo lavoro, purtroppo perduto, seguì la Romanza per Tenore e Orch. Il Re a Napoli, librettata da A. Maffei e rappresentata al T. Goldoni di Livorno (11 ott. 1884).

Nel 1885, a causa di un diverbio con il direttore del Conservatorio Antonio Bazzini, Mascagni abbandonò gli studi accademici e, in qualità di direttore d'orchestra, si unì alle Compagnie di Operetta di Scognamiglio, di Acconci e di Maresca. Iniziarono, così, due anni di peregrinazione lungo l'Italia. A Parma diresse l'Operetta “Cuore e mano” di A. Charles Lecocq; al T. del Fondo di Napoli mise in scena l'Operetta “Il Gran Mogol” di Edmond Audran (1886). Giunto a Cerignola (FG), il musicista livornese si vide offrire dalle autorità cittadine la direzione della Filarmonica, della Banda e del Teatro municipale, ragion per cui egli decise di stabilirsi nella cittadina pugliese, e scrisse ad Argenide Marcellina (Lina) Carbognani, che aveva conosciuto a Parma di raggiungerlo.

Nell'ottobre del 1887, la Coppia ebbe un figlio che morì dopo soli quattro mesi. L'infausto evento accrebbe l'amore tra i due amanti e il loro matrimonio fu celebrato nella Cattedrale di Cerignola il 7 febbraio 1888. Poi, in aprile, venne eseguita dalla Filarmonica locale, una Messa di Gloria (per tenore, basso, coro e orch.), composta e diretta dallo stesso Mascagni.

Nel mese di Luglio, sulla Rivista musicale “Il Teatro illustrato”, l'editore Edoardo Sonzogno bandì un Concorso che comprendeva la realizzazione di un'Opera teatrale in un atto.

Mascagni decise di parteciparvi e scelse, come soggetto, “Cavalleria Rusticana”, una Novella di Giovanni Verga. Alla stesura del libretto intervennero due letterati livornesi, Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci, che si affiancarono alla febbrile attività compositiva di Mascagni, e, nel breve volgere di tre mesi, conclusero l'opera.

Nel Maggio del 1889, le musiche per Cavalleria Rusticana erano ultimate. Presentata alla giuria, di cui facevano anche parte i compositori Filippo Marchetti, Giovanni Sgambati e Amintore Galli, quest'opera vinse il I° Premio (febb. 1890), precedendo, in una graduatoria di 73 lavori, “Labilia” di Nicola Spinelli e “Rudello” di Vincenzo Ferroni. Il 17 maggio 1890, al T. Costanzi di Roma, avvenne la prima rappresentazione di Cavalleria Rusticana e il clamoroso successo ottenuto è rimasto famoso nella Storia del Melodramma Italiano: sessanta “chiamate in scena” nella serata del debutto, tra ovazioni ed applausi scroscianti, per un "Cast" d'eccezione, di cui facevano parte il celebre tenore Vincenzo Andreoli Stagno (in arte Roberto) e il famosissimo soprano Gemma Bellincioni, compagni anche nella vita.

I trionfi per quest'opera, attribuita al genere Verista, si manifestarono ovunque essa fu rappresentata, non solo in Italia, ma in ogni Teatro d'Europa. Per questa ragione Mascagni viaggiò molto in questo periodo, compiendo tournées all'estero (Vienna, Berlino, Londra), ed assidui spostamenti in Patria, alternandosi tra Cerignola, Livorno e Milano. Questo lavoro non mancò di procurare al compositore livornese una vertenza giudiziaria mossa da G. Verga, il quale, constatata l'enorme popolarità dell'opera, rivendicò Diritti d'Autore più cospicui; la contesa venne risolta nel 1893 con un considerevole risarcimento a favore del grande scrittore siciliano.

Due anni dopo la nascita del secondogenito Domenico (Mimì), avvenuta nel 1889, venne alla luce Edoardo, nome che Mascagni volle dedicare all'editore Sonzogno, che si era offerto di esserne il padrino. La cerimonia battesimale, svoltasi a Cerignola (apr.1891), fu l'occasione per concordare il progetto di un nuovo lavoro operistico, incentrato su un ambiente borghese, in netto contrasto con il mondo rurale siciliano della “Cavalleria Rusticana”. Il soggetto si presentò, quasi spontaneamente, con la lettura del Romanzo di Émile Erckmann “L'amico Fritz”, che diede vita all'omonima Commedia lirica in tre atti, composta da Mascagni per il T. Costanzi di Roma. Il debutto di quest'opera non ebbe il successo sperato (31 ott. 1891), nonostante essa fosse tra le migliori del periodo giovanile dell'autore. A negare il buon esito fu l'opinione della critica, che rilevò una scarsa omogeneità di stile nei confronti del libretto, steso da P. Suardon, pseud. di Nicola Daspuro. A partire da questo lavoro, Mascagni iniziò un graduale allontanamento dal "Modello verista", con il quale aveva avuto tanto successo. Dopo I Rantzau, commedia lirica in tre atti, librettata dalla collaudata coppia Targioni-Menasci, il compositore livornese si affidò ai soggetti più disparati. Per il T. alla Scala (16 febb.1895), egli musicò la Tragedia Guglielmo Ratcliff, scaturita dalla fantasia di Heinrich Heine e ambientata nella Scozia Settentrionale di Primo Ottocento; poi si dedicò ad un libretto di G. Targioni-Tozzetti, dal quale prese anima l'Opera in due atti Silvano, contrabbandiere per necessità e omicida per amore, in un villaggio pugliese di pescatori. Dopo un temporaneo ritorno al genere verista, con quest'ultimo lavoro, Mascagni ne prese le distanze con Zanetto, opera tratta dalla commedia “Le passant”, di François Coppée, ambientata nel Rinascimento fiorentino (Pesaro, Liceo Musicale Rossini 2 mar. 1896); con Iris, opera ispirata al lontano carattere esotico giapponese; ed infine con Le Maschere, commedia lirica, su libretto di Giovanni Illica, composta per il T. Costanzi (Roma, 17 genn. 1901).

Pur conservando la residenza a Cerignola, Mascagni aveva assunto la direzione del Conservatorio di Pesaro fin dal 1895, incarico che mantenne nonostante le numerose tournées operistiche all'estero e in Italia. Nella cittadina marchigiana, il maestro livornese fondò una Filarmonica di alto livello. Con essa, oltre alle proprie opere, eseguì due Ouverture e la “Petite Messe” di Rossini, la sinfonia “Eroica” di Beethoven, due preludi di Wagner, lavori che gli permisero di misurarsi anche nel genere sinfonico. Forte di queste esperienze, Mascagni diresse 6 concerti al T. alla Scala (mar.- apr. 1898), tra i quali la prima esecuzione italiana della Sinfonia “Patetica” di Čajkovskij; qualche mese dopo, a Recanati, presentò il proprio Poema sinfonico A Giacomo Leopardi (per sopr. e orch.) in occasione del centenario della nascita del grande poeta. Mentre era impegnato in una serie di concerti a S. Pietroburgo, Mascagni apprese la notizia della morte del padre (magg.1899) e la decisione dell'Editore livornese Guido Belforte di pubblicare il libretto di “Vistilia”, che Targioni-Tozzetti aveva ricavato dall'omonimo romanzo storico di Rocco De Zerbi. L'Opera, ambientata nell'antica Roma, non venne mai rappresentata, tuttavia gran parte delle musiche furono impiegate, trentasei anni dopo, in Nerone, l'ultimo lavoro teatrale di Mascagni (T. alla Scala 16 genn.1935).

Nel corso del 1899, il Consiglio del Conservatorio di Pesaro, stanco delle lunghe e frequenti assenze di Mascagni, propose di sollevarlo dall'Incarico di direttore; ne nacque una controversia che coinvolse anche Ministero della Pubblica Istruzione, il quale istituì una Commissione che, in un primo momento, accolse favorevolmente le ragioni del maestro livornese. Ristabiliti i rapporti con l'Istituto, Mascagni scrisse per la sezione d'archi della Filarmonica di Pesaro, La Gavotta delle Bambole, poi, il 9 agosto, si recò a Roma, dove diresse, al Pantheon, una Messa funebre per la morte di Re Umberto I.

La sera del 17 gennaio 1901, accadde un evento tra i più insoliti della storia musicale: la Commedia lirica “Le Maschere” debuttò contemporaneamente in 6 teatri italiani. La tennero a battesimo, infatti, i Teatri “Costanzi” di Roma, “alla Scala” di Milano, il “Regio” di Torino, “La Fenice” di Venezia, il “Carlo Felice” di Genova e il “Filarmonico” di Verona; di questo considerevole gruppo, avrebbe dovuto far parte anche il “San Carlo” di Napoli, ma, per ragioni tecniche, la rappresentazione fu posticipata di due giorni. Se l'avvenimento fu assai singolare, l'insuccesso riportato fu ovunque clamoroso, appena frenato da tiepidi applausi, concessi dal pubblico romano al compositore presente sul podio.

Le conseguenze di questo colossale “fiasco” non si fecero attendere: la critica e la stampa specializzata non risparmiarono attacchi veementi a questo lavoro e al suo autore, il quale finì per rompere i rapporti con la Casa editrice Sonzogno.

In aprile, su invito di Gustav Mahler, Mascagni si recò a Vienna dove diresse, al T. Imperiale, la Messa di Requiem di G. Verdi, in ricordo della recente scomparsa del maestro bussetano; seguirono alcune tournées a Bucarest, a Madrid. Poi, tra il 1902 e il 1903, partì per gli Stati Uniti, in un'infelice stagione operistica, a causa della quale il maestro dovette lasciare il Conservatorio pesarese per le troppe assenze. Ritornato in patria, Mascagni si trasferì da Cerignola a Roma, poiché era stato nominato direttore della Scuola Nazionale di Musica (ott. 1903), una mansione che, tuttavia, non impedì al maestro di continuare l'attività di compositore. In questo periodo, infatti, iniziò l'Opera in due atti Amica, su libretto di Paul Bérel, presentata al Théâtre du Casinò di Montecarlo il 16 marzo 1905. Seguì un periodo di quattro anni, in cui Mascagni si dedicò anche all'organizzazione di spettacoli teatrali. Tale impegno fu gratificato, nel 1909, con la nomina a sovraintendente artistico del Teatro Costanzi; ma l'incarico durò solo un anno, tempo nel quale il maestro compose Isabeau, una leggenda drammatica in tre parti, nata dalla collaborazione del librettista Luigi Illica. Di quest'opera, Mascagni eseguì un'anteprima, senza scene e costumi, al T. Carlo Felice di Genova, prima di imbarcarsi per il Sud America, dove il lavoro conobbe un grande successo (prima rappr. Buenos Aires, T. Coliseo 3 giu. 1911). Tornato in Patria, Mascagni diresse “Isabeau” al T. La Fenice; nel contempo, l’opera veniva rappresentata “alla Scala”, sotto la guida di Tullio Serafin (20 genn. 1912); l'esito, in entrambe le occasioni, fu mediocre, nettamente inferiore alle aspettative.

Per il maestro livornese il successo arrivò più tardi, grazie all'intuizione dell'editore Lorenzo Sonzogno che anelava a una collaborazione artistica tra Gabriele D'Annunzio e Mascagni, impresa assai ardua dato il forte temperamento di entrambi. Il progetto prese forma nell'aprile del 1912. Poi i due artisti si incontrarono a Parigi per definire alcuni adattamenti del libretto alle musiche composte per Parisina, la Tragedia lirica dannunziana in 4 atti, il cui debutto fu accolto da un caloroso successo al T. alla Scala (15 dic. 1913), nonostante la critica ritenesse eccessiva la durata dell'Opera.

Nel maggio del 1914, avvenne lo storico avvicinamento di Mascagni all'arte cinematografica.

Raggiunto un accordo con il Barone Alberto Fassini, amm. delegato della compagnia Cines, Mascagni si occupò delle musiche per il Film “Rapsodia satanica”, diretto da Nino Oxilia ed interpretato dall'allora famosissima attrice Lydia Borelli. Anche se coinvolto da queste nuove esperienze, il compositore livornese non abbandonò il teatro musicale. Nel 1915, diresse “Mosè in Egitto” di Rossini in vari teatri italiani ed organizzò, al “Regio” di Torino, un concerto a beneficio delle famiglie dei soldati al fronte. Poi, nel dicembre dello stesso anno, mise in scena il “Mefistofele” di Arrigo Boito al T. San Carlo di Napoli.

Nel maggio del 1916, Mascagni iniziò a redigere la partitura di Lodoletta, dramma Lirico in tre atti, ricavato dalla Novella “Two Little Woodden Shoes” (Due zoccoletti), scritta da Ouida (ps. della scrittrice Louise de la Ramée) e librettata da Giovacchino Forzano; in anni precedenti, quest'opera letteraria aveva già sollecitato l'ispirazione di Puccini, che, tuttavia, all'ultimo momento rifiutò di musicarla. Il lavoro ebbe la sua “Prima” al T. Costanzi di Roma il 30 aprile 1917, sotto la direzione dello stesso Mascagni. I mesi che seguirono furono contrassegnati dalla prigionia del figlio Edoardo, catturato durante un combattimento sul Carso e detenuto in un campo di lavoro ungherese. Nel tentativo di dominare l'apprensione, il maestro lavorò intensamente, dando vita all'Operetta in tre atti e all'opera Il piccolo Marat (sempre in tre atti), tratta dal romanzo di Georges Lenôtre e librettata da G. Forzano (Roma, T. Costanzi 2 maggio 1921). Il successo ottenuto ebbe proporzioni colossali. In seguito a ciò, nel 1922 Mascagni fu eletto Membro dell'Accademia di S. Cecilia; quindi, in maggio, partì per una tournée di sei mesi in Sud America e, al ritorno, venne ricevuto, con tutti gli onori, da Benito Mussolini.

Una serie di circostanze sfavorevoli, come la morte di Illica, quella dell'editore Edoardo Sonzogno, la rottura definitiva con il librettista Forzano, la titubanza di D'Annunzio a fornirgli nuovi stimoli teatrali costrinsero l'oramai celebre maestro all'inattività per quasi due anni. Il "risveglio creativo" avvenne nel gennaio del 1923, con il Brano sinfonico Visione lirica, che egli propose al T. Augusteo di Roma, prima di stabilirsi a Vienna, città nella quale apprese la notizia della morte di Puccini (1924). Nei mesi successivi, Mascagni diresse concerti e rappresentò le sue opere teatrali in varie città tedesche e dell'Est europeo. Poi, nel dicembre del 1925, si recò al Cairo e ad Alessandria d'Egitto, in una fortunata tournée operistica.

Tornato in Italia, Mascagni non aderì al Partito Nazionale Fascista; tuttavia egli dedicò al "Regime" una completa collaborazione artistica, che gli valse importanti riconoscimenti. Nel 1927 fu inviato a Vienna per le celebrazioni del Centenario della morte di Beethoven e, due anni dopo, diventò membro dell'Accademia Reale d'Italia, della quale, nel 1934, assunse la Vicepresidenza.

Tuttavia, i suoi rapporti con le Autorità governative non sempre furono buoni. Nel ruolo di Consigliere della Politica culturale fascista, Mascagni mosse duri attacchi all'Ala della Musica progressista, a quel tempo ancora sostenuta dal Regime. In un memorabile discorso del 1929, tenuto al Congresso nazionale delle Arti popolari, egli si scagliò contro ogni tipo di Innovazione musicale, accusando i compositori della nuova generazione di aver deliberatamente abbandonato il patrimonio della tradizione italiana ottocentesca romantica per intraprendere nuove vie moderniste.

Passando dalle parole ai fatti, nel tentativo di affermare le proprie concezioni artistiche, Mascagni riesumò un'opera del periodo giovanile, l'Idillio in due atti Pinotta, su libretto di G.Targioni-Tozzetti, rappresentata al T. del Casinò di San Remo il 23 marzo 1932. Nonostante questo tentativo, l'arte compositiva del maestro livornese stava per entrare in un inesorabile declino, che si cercò di fermare con Nerone, opera in tre atti e quattro quadri, librettata dal consueto G. Targioni-Tozzetti.

Questo suo ultimo lavoro teatrale, scritto per compiacere al clima imperialista del Regime, debuttò al T. alla Scala il 16 gennaio 1935, dopo quattordici anni dal suo concepimento. Tratta dalla Commedia omonima di Pietro Cossa, l'opera assorbì gran parte delle musiche scritte per il dramma Vestilia, rimasto incompiuto.

Nel 1940 avvennero le Celebrazioni del Cinquantenario di “Cavalleria Rusticana”. Per l'occasione furono allestite parecchie rappresentazioni dell'opera nei maggiori teatri italiani e Mascagni, in persona, diresse l'orchestra del T. alla “Scala”, durante la prima registrazione discografica delle sue musiche.

Dopo la sua ultima sua Composizione O Roma felix, per Voce e Organo, nel 1944 il compositore toscano, già sofferente di arteriosclerosi, concluse, al T. Costanzi, anche l'attività di direttore d'orchestra. Poi, nel mese di luglio del 1945, una sopraggiunta broncopolmonite aggravò le sue condizioni. Data la sua forte costituzione, tutti si aspettavano che il maestro potesse superare la crisi, nonostante la tarda età. Invece, nella sera di mercoledì I° agosto, le sue condizioni si aggravarono e, la mattina seguente, dopo aver ricevuto l'estremo Sacramento, Mascagni morì tra le braccia della moglie Lina, nella suite dell'Albergo romano “Plaza”, dove risiedeva fin dal 1927. Del decesso venne avvertito anche il Pontefice Pio XII, il quale inviò all'Estinto una speciale benedizione. Le Esequie funebri si svolsero il giorno 4 nella Chiesa di San Lorenzo in Lucina, con semplicità, dopo che il popolo romano aveva sfilato nella Camera ardente, davanti alla Bara posta tra due pianoforti. La Salma fu tumulata provvisoriamente nel Cimitero del Verano, poi, nel 1951, secondo le volontà del maestro, venne traslata nel Cimitero della Misericordia di Livorno.

Mascagni visse da protagonista la crisi del Melodramma italiano. Egli tentò, fallendo, di fare del teatro musicale uno strumento per infondere cultura tra le masse popolari.

Compositore dotato di uno straordinario talento, spesso non fu sorretto da un'adeguata consapevolezza artistica, ma si concesse alla spontaneità creativa, eludendo il metodo disciplinare, anche quando tutto questo si risolse in lavori di riprovevole realizzazione.

Dopo i trionfi di “Cavalleria rusticana”, Mascagni contese a Puccini l'onore di assurgere a degno successore di Verdi e si attese da lui una sequenza di capolavori che ne confermassero il diritto; tuttavia, l'attesa fu vana. Soltanto con l'esotica “Iris” e con “Il piccolo Marat”, il maestro livornese parve non deludere le aspettative della critica.