Vincenzo Bellini
Vincenzo Bellini (Catania 3 Nov. 1801 - Puteaux (Fr.) 23 Sett. 1835)

Annoverato tra i massimi operisti italiani, egli rimase particolarmente attento alla valorizzazione del “Bel canto” espresso, soprattutto, nelle sue 10 Opere teatrali.


Primogenito di sette figli, Vincenzo Bellini nacque a Catania il 3 novembre 1801. All’età di quattro anni apprese le prime nozioni musicali e lo studio del pianoforte dal padre Rosario e dal nonno Vincenzo Tobia, entrambi musicisti di professione, soprattutto il secondo, stimato autore di musica sacra e di opere teatrali.

Un manoscritto anonimo, depositato al museo belliniano di Catania, ci informa che il piccolo Vincenzo era già in grado di esibirsi, all’età di cinque anni, nei salotti mondani catanesi, suscitando grande meraviglia ed ammirazione.

L’anziano parente, avendo intuito le straordinarie doti musicali del nipote, grazie alle proprie conoscenze lo introdusse nei circoli artistici della città e qui, ben presto, il ragazzino si fece notare anche come promettente compositore di piccole arie e brani di musica religiosa.

Nel giugno 1819, grazie all’intervento dei Duchi di Santomartino, l’amministrazione comunale di Catania assegnò al giovane Bellini una borsa di studio, affinché potesse recarsi al Conservatorio di Napoli per approfondire lo studio del pianoforte e della composizione. I suoi primi insegnanti furono Giovanni Furno e Giacomo Tritto, poi, viste le sue grandi qualità musicali, Bellini venne ammesso nella classe del direttore d’Istituto Nicola Zingarelli, il quale gli fece conoscere le tecniche compositive dei più grandi operisti di area napoletana del passato (Jommelli, Cimarosa, Paisiello), e quelle di Haydn e Mozart.

Completati gli studi nel 1825, il ventiquattrenne compositore siciliano si presentò al saggio finale (come era usanza) con un lavoro drammatico; in quell’occasione Bellini scrisse, per il Teatrino del Conservatorio, l’Opera semiseria Andelson e Salvini, che fu rappresentata dagli stessi studenti. Il buon successo ottenuto gli procurò la committenza di un’opera per il teatro cittadino San Carlo da far rappresentare durante una serata di gala in onore della famiglia reale borbonica (magg.1826); per tale avvenimento, Bellini compose il Melodramma in due atti Bianca e Fernando, subito ribattezzata Bianca e Gernando per rispetto della Casa regnante. I caldi consensi ottenuti indussero l’impresario Barbaja ad interessarsi al nuovo astro nascente, proponendogli un contratto per la messa in scena di una nuova opera alla “Scala” di Milano.

Entusiasta ed ispirato da questa importante occasione, Bellini compose Il Pirata, la cui “prima” ottenne un enorme successo il 27 ottobre 1827. L’esito trionfale di questo melodramma in due "atti" fu la prima delle numerose e proficue collaborazioni del maestro siciliano con il celebre librettista Felice Romani, che scrisse anche i testi delle successive Opere belliniane: La straniera, Zaira, I Capuleti e i Montecchi, La sonnambula, Norma, e Beatrice di Tenda. Tornando all’Opera teatrale “Il Pirata”, dopo il successo milanese, fu la volta di Vienna (inizi 1828), un’occasione, che permise al giovane autore di farsi apprezzare anche all’estero. Egli, tuttavia, rinunciò a lasciare l’Italia e decise di rimanere a Milano, dove ebbe modo di conoscere i più alti esponenti dell’aristocrazia lombarda. In questa città, Bellini, a differenza di molti suoi colleghi, non ricoprì Incarichi istituzionali al Conservatorio, o la direzione artistica di qualche teatro; egli preferì concentrarsi sulla composizione e mantenere stretti rapporti con il mondo operistico-teatrale. Questa scelta si rivelò vincente quando mise in scena il Melodramma La straniera (T. alla Scala, 14 febb. 1829), al cui successo seguì, nel maggio dello stesso anno, Zaira, scritta per l’inaugurazione del nuovo Teatro Ducale di Parma, che, purtroppo, riservò a questo lavoro solo tiepide accoglienze.

Ben diverso fu l’esito della Tragedia lirica I Capuleti e i Montecchi, rappresentata con enorme fortuna al Teatro La Fenice di Venezia (11 mar.1830). Col proposito di riscattarsi dall’insuccesso di Parma, Bellini si sottopose a stressanti fatiche e scrisse l'opera in un mese e mezzo; lo sforzo sopportato, innescò in lui una violenta febbre infiammatoria gastrico-biliare: il primo sintomo della malattia che lo porterà alla tomba cinque anni più tardi.

Nell'estate che seguì, Bellini trascorse un periodo di convalescenza sul lago di Como, ospite della famiglia di Ferdinando Turina, proprietario terriero e fabbricante di seta, la cui moglie Giuditta Cantù aveva avuto, due anni prima, una breve e appassionata relazione amorosa con il giovane maestro. Quest’ultimo, tornato a Milano in Autunno, ricevette l’invito a scrivere un’opera drammatica per il Teatro Carcano. La committenza giunse dal suo direttore, il Duca Litta, il quale, in un primo momento, stabilì che il “libretto” doveva essere tratto dal celebre romanzo “Hernani” di Victor Hugo. Il progetto fu però sospeso per timore di un probabile intervento della censura di Stato e per non contrapporsi all’”Anna Bolena” di Donizetti, Dramma storico di uguali caratteristiche, che doveva andare in scena al “Carcano” nella stessa Stagione teatrale. Si preferì, allora, optare su un soggetto letterario meno impegnativo, e l’onnipresente Romani fornì alle musiche di Bellini dei testi tratti dal Ballet-Pantomime La Sonnambule di Eugéne Scribe, alla quale, però, i due artisti apportarono numerose modifiche.

Andò in scena, così, il Melodramma in due atti La Sonnambula (6 Mar. 1831). L’esito fu strepitoso e Bellini, confortato dalle recensioni entusiastiche della stampa specializzata, presentò al Teatro alla Scala la tragedia lirica in due atti Norma (26 dic.1831). In un primo momento, il valore di questo capolavoro fu clamorosamente incompreso tanto da far esclamare al suo autore, alla fine della prima rappresentazione, un laconico ed affranto: “Fiasco, fiasco, solenne fiasco!”. Nelle esecuzioni seguenti, tuttavia, il pubblico dimostrò di apprezzare notevolmente questa grande opera, ricca di spunti innovativi che in seguito fu accolta calorosamente, ovunque sia stata rappresentata.

Rincuorato dai nuovi esiti positivi, ai primi di gennaio 1832 Bellini lasciò Milano per un lungo viaggio che lo portò a Napoli, nella natia Sicilia, quindi a Roma; infine ritornò nel capoluogo lombardo a metà maggio dello stesso anno, un itinerario, attraverso il quale, il celebre maestro poté constatare quanto fosse amato ovunque si recasse.

Ritornato a comporre, Bellini scrisse, per il Teatro veneziano La Fenice, una nuova Tragedia lirica Beatrice di Tenda e, come accadde alla "Scala", la prima rappresentazione si rivelò un sonoro insuccesso (16 mar. 1833). Questa volta, però, l’autore non ebbe particolari reazioni, se non nei riguardi dell’amico librettista Romani, al quale imputò la responsabilità del fallimento. Rotto il lungo sodalizio, che aveva visto nascere tutte le opere migliori, Bellini si recò a Londra (apr.1833) per la concertazione di tre suoi lavori: “Il Pirata”, “Norma” e “I Capuleti e I Montecchi”, che ottennero al King’s Theatre fragorosi applausi. Anche la “Sonnambula”, mandata in scena successivamente, fu altrettanto acclamata e l’affascinante maestro italiano si trovò, di conseguenza, ad essere il personaggio più ambito nei salotti dell’aristocrazia e dell’alta borghesia londinese.

Nell’agosto dello stesso anno, Bellini lasciò la Capitale inglese e si trasferì a Parigi, con l’intento di far rappresentare alcuni lavori all’Opéra. Visto il fallimento del progetto, egli prese contatti con il Théâtre Italien, dove Rossini, fin dal 1824, deteneva la sovrintendenza artistica. Per questo teatro, il trentaquattrenne celebre maestro scrisse e mandò in scena il Melodramma serio I Puritani (24 genn. 1835), al cui testo lavorò intensamente il librettista Carlo Pepoli. Il successo fu clamoroso. Alla fine della “prima”, alle lunghe ovazioni si aggiunsero scene di incredibile entusiasmo, con il pubblico femminile che sventolava candidi fazzoletti, mentre uomini, entusiasti, lanciavano in aria i loro cappelli. L’esito trionfale di quest’opera consolidò definitivamente il prestigio di Bellini presso la società parigina e la Casa regnante lo nominò Cavaliere della Legion d’Onore. L’eco di questo trionfo raggiunse anche Napoli, ove si tentò di far rappresentare una seconda versione dei “Puritani” che, tuttavia, non andò in scena perché la partitura arrivò nella città partenopea oltre i tempi stabiliti.

Nella primavera dello stesso anno, sempre a Parigi, Bellini intraprese svariati progetti, come l’allestimento di alcune opere per il pubblico francese e un ipotetico matrimonio; programmi che non furono mai realizzati poiché, in estate egli si ammalò di una infiammazione acuta intestinale. Il 23 settembre 1835, l’ancor giovane maestro morì in isolamento a Puteaux, piccolo borgo alla periferia di Parigi, poiché vi era il sospetto che avesse contratto il colera. Il 2 ottobre si tennero i funerali solenni all’Eglise des Invalides, ai quali era presente, oltre alle numerose personalità, il grande Rossini. Le spoglie di Bellini rimasero al Cimitero del Père Lachaise fino al 1876, per poi essere tumulate nel Duomo della città di Catania.

L’immagine artistica di Vincenzo Bellini lo pone tra gli operisti più lirici di tutto il Teatro musicale dell’Ottocento. Le melodie scaturite dal suo genio sono autentici capolavori di grazia e bellezza, dove struttura armonica e strumentazione, pur nella loro semplicità, arricchiscono in modo straordinario l’idea musicale. Mentre altri compositori importanti, Verdi, Rossini, Donizetti (tanto per restare in Italia), sono stati consegnati alla storia anche per la musica scritta fuori dall’ambito teatrale, per Bellini la produzione musicale è racchiusa nelle sue composizioni operistiche. A parte queste ultime, infatti, a lui vengono attribuite esigue realizzazioni di Musica religiosa, 6 brevi Sinfonie (risalenti agli anni giovanili), ed un solo Concerto per oboe e orchestra.