Origini e diffusione
Strumento di origine mediorientale, una delle prime testimonianze dell’Oboe risale a quasi 5000 anni fa, ed è documentata da uno strumento a doppie canne divergenti costruito in argento, trovato in mesopotamia e risalente al 2700 a.C. Strumenti analoghi, fatti di bambù o di legno, erano molto comuni presso le prime civiltà mediterranee; nell’antico Egitto vennero usati veri e propri Oboi già a partire dal 1500 a. C. e sette secoli più tardi, con il nome di aulos, essi diventarono gli strumenti preferiti da Apollo nelle vicende mitologiche dell’antica Grecia.
La diffusione della tibia (simile all’oboe) nel mondo romano, si deve in gran parte alla civiltà etrusca e, in un secondo tempo, a quella greca. Questo strumento a doppia canna cilindrica, le cui estremità terminavano con una svasatura a padiglione, era presente in tutte le cerimonie sia pubbliche che private, oltre che nelle varie rappresentazioni teatrali. Questo utilizzo assai diffuso, rese possibile i vari perfezionamenti degli antichi modelli, che vennero dotati di alcune chiavi per modificarne l’intonazione.
Nel Medioevo, i vari strumenti a doppia ancia, con due canne coniche divergenti provviste di fori, insieme ad altri a canne parallele, sovente provvisti di un padiglione fatto di corno bovino, vennero costruiti per la maggior parte in legno tornito, con la doppia ancia legata su un supporto metallico, a sua volta infisso in un bussolotto di legno che veniva montato sul corpo dello strumento.
A seconda del luogo dove vennero impiegati, essi acquisirono nomi diversi, ma quello che prevalse fu il termine francese chelemele che si trasformò più tardi in chalemie, dal latino “calamus” da cui derivò più tardi il nome italiano cialamello. Nel 1600, questo strumento medioevale, notevolmente perfezionato nel Rinascimento, si evolse definitivamente diventando l’Oboe moderno. In esso venne accentuata la forma conica della canna e furono aumentati i fori, alcuni dei quali chiusi da piattelli con cuscinetti azionati da chiavi.
L’Oboe - col nome di hautbois - venne utilizzato in orchestra per la prima volta nel 1771 nell’opera “Pomone” di Chambert e la sua estensione a quel tempo non superava le due ottave: DO3-Do5.
Fino agli inizi del 1800, per esso non ci furono sostanziali cambiamenti; poi nel 1823, grazie alle modifiche fatte in Austria da J. Sellner e a metà secolo in Francia da A. Buffet e da F. Lorée, si riuscì a portare la sua estensione a quella attuale: da Sib2 a La5.
Dotato di un timbro un po’patetico ma espressivo, questo strumento fu impiegato in tutti i generi di musica, composta dai più grandi autori “barocchi”, “classici” e “romantici”, mantenendo ruoli di solista o configurato nella sezione “legni” dell’orchestra.
Attualmente i due Oboi che di norma fanno parte dei complessi sinfonici, oltre alle funzioni di “prime parti”, concorrono a creare particolari e delicate sfumature timbriche, soprattutto in unione con il flauto e il clarinetto.
Struttura e Tecnica
Lo strumento è costituito da un tubo leggermente conico, ricavato da un pezzo di legno d’ebano o di cedro lavorato al tornio.
Le due ance, perfettamente combacianti, formano una fessura simile ad una lente, in cui l’esecutore immette il fiato per farle vibrare e produrre il suono. L’imboccatura avviene con l’ancia doppia chiusa tra le labbra, attraverso le quali è possibile regolare sia l’espressione sonora, sia il giusto dosaggio del fiato ritenuto nelle guance, che fungono da camera d’aria.
Il tubo conico, lungo circa 60 cm., è composto di tre sezioni e reca da 16 a 20 fori, alcuni otturati direttamente dalle dita, gli altri - quelli più distanti - da cuscinetti azionati da un complicato sistema di chiavi.
La famiglia dell’Oboe comprende quegli strumenti simili, ma di registro più grave, come l’Oboe contralto o “corno inglese”, e l’Oboe baritono detto heckelphon. Quest’ultimo, costruito nel 1904, viene utilizzato solo nelle grandi orchestre, quando devono eseguire particolari repertori. Vi è infine un modello di oboe detto “d’amore” per la forma piriforme e l’apertura stretta del suo padiglione, denominato “padiglione d’amore”.
Curiosità
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In Oriente, l’Oboe viene ancora suonato, ancor oggi, lasciando le ance libere di vibrare nella cavità orale. Questa tecnica conferisce allo strumento una sonorità più forte e squillante, ma lascia poco spazio al controllo del suono, che invece avviene perfettamente con la doppia ancia chiusa tra le labbra.
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Lo strumento che favorì maggiormente la diffusione dell’Oboe in Europa, fu lo zurnā arabo, a doppia ancia, canna conica e terminante con un padiglione svasato.
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Dato il suo timbro secco e distinto, l’Oboe sovente serve a dare il “La” come punto di intonazione per l’intera orchestra.