Béla Bartok
Béla Bartok (25 mar. 1881 – 26 Sett. 1945)

Compositore, Pianista e Etnomusicologo ungherese.
Sacrificò una sicura carriera concertistica per occuparsi della tradizione musicale del proprio Paese e, al tempo stesso, rimanendo un profondo estimatore del patrimonio romantico di area germanica.


(Béla Viktor János)

Béla Bartók nacque il 25 marzo 1881 a Nagyzentmiklós, piccolo centro transilvano ungherese, oggi Sînnicolau Mare (San Nicola Mare), annesso alla Romania dopo il Trattato di Trianon (4 giu. 1920), che stabilì le sorti del Regno d'Ungheria in seguito alla dissoluzione dell'Impero Austro-Ungarico. Figlio di un insegnante agrario, violoncellista dilettante, e di Paula Voit, abile pianista e valente didatta, Béla iniziò prestissimo lo studio del pf., incentivato dalla madre che lo guidò nell'apprendimento del repertorio dei grandi compositori classico-romantici. Morto il marito (anch'egli di nome Béla), nel 1888 la Voit si trasferì con la famiglia a Nagyszöllös (oggi Vinogravid, Ucraina). In questa cittadina, Béla, pur continuando gli studi pianistici con la genitrice, apprese l'armonia e i primi rudimenti della composizione dal maestro del coro locale, Ferenc Kersch.

A dieci anni, il ragazzo iniziò a scrivere i suoi primi lavori pianistici. Poi, nel maggio del 1892, si esibì per la prima volta in pubblico come pianista e compositore presentando, in un concerto di beneficenza, la sua composizione A Duna folyása (Il corso del Danubio): una Suite di “Temi” per pf. evocanti le regioni attraversate dal “Grande fiume”, che fece presagire l'elemento fondamentale della produzione artistica del futuro maestro ungherese.

Lasciata Nagyszöllös, madre e figlio si trasferirono in Slovacchia, a Prešporok (in seguito Bratislava), dove il giovane Béla continuò la sua formazione pianistica con László Erkel e quella compositiva con Anton Hyrtl. Qui Bartók conobbe il celebre direttore d'orch. Ernest von Dohnanyi, che lo introdusse alla conoscenza del sinfonismo germanico, soprattutto quello discendente da J. Brahms, R. Wagner e Richard Strauss. Il giovane rimase fortemente impressionato dal Poema sinf. “Also sprach Zarathustra” al punto che abbandonò l'idea di diventare un concertista “puro” per dedicarsi anche alla composizione.

Conseguita la maturità liceale nel 1899, Bartók si recò a Budapest e frequentò l'Accademia Nazionale di Musica, dove furono suoi insegnanti Istaván Thomán per il pf., Hans Koessler per la composizione e Ferenc Szábo per l'orchestrazione. In questo Istituto, conobbe Zoltán Kodály, compositore, Linguista, e già noto Etnomusicologo, che guidò il giovane alla scoperta del Canto popolare ungherese nelle sue manifestazioni più genuine. Affascinato da questa esperienza, Bartók iniziò ad inserire melodie del folclore magiaro nelle proprie composizioni. A Budapest, Béla fece anche parte di un'associazione patriottica indipendentista. Per essa compose il Poema sinf. Kossuth (1903), in memoria di Lajos Kossuth, eroe della fallita Insurrezione contro l'Impero asburgico (1848-49). Intanto la notorietà di Bartók stava assumendo proporzioni nazionali, soprattutto come pianista, grazie ai successi concertistici ottenuti in varie città ungheresi; ciò lo indusse a partecipare al prestigioso Concorso parigino “Rubinstein”, in cui giunse secondo dopo Wilhlelm Backhaus (1905). Tornato in Patria, Béla riallacciò i "contatti" con l'amico Kodály, anch'egli reduce da esperienze parigine, che lo orientò verso la musica impressionistica. Fu proprio lui a far conoscere il genio di Debussy a Bartók. Prima di allora, le composizioni orchestrali del pianista ungherese erano rimaste ancorate al sinfonismo post-romantico tedesco, un manierismo progressivamente abbandonato per nuovi interessi, che prevedevano l'utilizzo di piccoli organici strumentali, com'è dimostrato nel Quartetto per archi n.1 op. 7, del 1908, in cui già appaiono velati rimandi alla musica folcloristica magiara. Questo nuovo stile prese forma quando Bartók fu nominato professore di pf. all'Accademia Nazionale di Musica (1907), incarico che gli permise di rimanere in Ungheria e di non intraprendere la via del concertismo all'estero, come probabilmente sarebbe avvenuto. In Patria egli ebbe modo di dedicarsi ad una capillare ricerca di canzoni popolari, soprattutto quelle provenienti dalla tradizione contadina e dagli strati sociali più umili della natia Transilvania. Grazie a questa approfondita indagine, Bartók si rese conto che le melodie, cosiddette “Ungheresi”, ritenute autentiche perfino da compositori come Brahms e Liszt, in realtà erano canti "parafrasati", assai diversi da quelli originali. Per far emergere questo ingente patrimonio musicale, depositario di un'antica civiltà rurale, Bartók e Kodály percorsero insieme non solo le pianure ungheresi e le montagne della Transilvania, ma si recarono anche in Slovacchia, in Romania, in Ucraina e perfino a Biskra, in Algeria, registrando il materiale sonoro recuperato su rudimentali rulli fonografici e annotando ogni cosa con scrupoloso rigore scientifico.

Riguardo alla vita privata, nel 1909, Bartók sposò Márta Ziegler, una sua allieva di origine austriaca, allora sedicenne, che l'anno successivo gli diede un figlio, battezzato anch'egli Béla. La nuova situazione familiare indusse il musicista a stabilirsi momentaneamente a Budapest, dove diede avvio ad una vasta produzione di brani pianistici, tra cui 7 “Schizzi” (Vázlatok), ded. ai coniugi Kodály; 3 Burlesque, dedicate alla moglie, e l'Allegro barbaro, celebre brano ricordato per le sue originali qualità ritmiche (1911). In questo periodo, Bartók non si limitò alla produzione pianistica: nel 1911 compose il suo unico lavoro teatrale A kékszakállú herceg vára (Il Castello del principe Barbablù), opera leggendaria in un atto, su libretto di Béla Balàzs. Pur considerato il massimo capolavoro del teatro musicale magiaro, tuttavia non ebbe successo immediato. L'anno in cui il lavoro giunse al termine, la Commissione delle Belle Arti ungherese ne vietò la rappresentazione per motivi politici e il debutto avvenne sette anni più tardi, sotto la direzione del maestro italiano Egisto Tango (Budapest, T. dell'Opera, 24 magg. 1918).

In seguito a questo inconveniente e a causa dei violenti attacchi mossi nei confronti della musica e della persona di Bartók, l'attività compositiva del musicista ungherese subì un totale arresto che lo fece ritornare ai suoi studi sul folclore musicale. A questo genere si dedicò fino al 1914, anno in cui lo scoppio della Prima Guerra mondiale gli impedì di continuare le proprie ricerche. Egli ebbe solamente la possibilità di effettuare elaborazioni pianistiche su materiale etno-fonico già in suo possesso, come i 15 Canti contadini ungheresi (1914-17), le Danze popolari romene d'Ungheria e le Colinde o Canti di Natale romeni, entrambe raccolte nel 1913. Durante il periodo bellico, l'unico lavoro di un certo rilievo fu la musica per il Balletto A fából faragott királyfi (Il Principe scolpito nel legno), opera in 1 atto che, dopo una serie di adattamenti strumentali, venne rappresentata al T. dell'Opera di Budapest su sceneggiatura di Béla Balázs (24 magg.1918). Sull'onda del successo ottenuto, Bartók si dedicò ad un altro Balletto, A csodálatos mandarin (Il mandarino meraviglioso), pantomima in un atto, della quale fu egli stesso sceneggiatore, coadiuvato da Ményhért Lengyel. Il lavoro, scritto tra il 1918 e il 1919, per un divieto della censura poté essere rappresentato in Germania solo sette anni più tardi (Colonia, Stadttheater 27 nov. 1926). Di fronte alla difficoltà di affermarsi come compositore nel proprio Paese, dilaniato da una profonda crisi politica ed economica, Bartók si trovò di fronte ad un dilemma: espatriare per dedicarsi al concertismo o rimanere in Ungheria e riprendere le ricerche nel campo dell'etnologia musicale.

Fu il destino a risolvere le cose a mezza via. Nel 1923, dopo una profonda crisi matrimoniale, Bartók divorziò da Mártha e si risposò con Ditta Pásztory, un'altra sua ex allieva, la quale, diventata una brillante pianista, lo ricondusse alla carriera di concertista. Per rinverdire il proprio repertorio, nel 1926 compose la Sonata per pf. BB 88, il Concerto n.1 per pf. e orch. in chiaro stile neoclassico, subito accantonato con la Suite Szabadban (All'aria aperta), che rappresentò una sorta di "Ritorno ai modelli di Ispirazione romantica".

L'anno successivo, Bartók spostò i suoi interessi anche nel genere cameristico; dopo il Quartetto n. 3 per archi (1927), egli compose 3 Rapsodie, due per vl. e pf., successivamente rielaborate per vl. e orch. e una per vcl. e pf., quindi nacque il Quartetto per archi n.4 (tutti Lavori, scritti ed elaborati nel 1928).

A partire dagli anni '30 ebbe inizio la stagione felice della Maturità artistica di questo compositore, definita da molti studiosi la sua “parentesi neoclassica”. In questo decennio, il suo linguaggio armonico si fece più equilibrato, osservante di geometrie che rimandano ad ascendenze beethoveniane, come nel Quartetto per archi n.5 (1934). Nella Musica per archi, percuss. e celesta e nella Sonata per 2 pf. e percuss., il maestro ungherese adottò un linguaggio completamente personale, in cui i valori del canto ungherese appaiono interamente ricreati (1937).

Tra il 1926 e il 1939, la produzione pianistica da concerto di Bartók subì un significativo rallentamento per dare spazio alle indagini sul folclore musicale, che lo spinsero anche in Medio Oriente (1936). A queste ricerche, egli affiancò la realizzazione di opere didattiche pensate per gli studenti di pianoforte. Tra queste emerge l'Antologia pianistica Mikrokosmos: 153 "Pezzi" di difficoltà progressiva, raccolti in 6 Libri, che il compositore scrisse e dedicò a Péter, il figlio avuto dalla seconda moglie Ditta. Oltre a questa imponente opera, che rappresentò l'ultimo lavoro scritto in Europa dal musicista ungherese, nel 1939 vennero alla luce due autentici Capolavori strumentali: il Divertimento per archi per 12 vl. (6 primi e 6 secondi), 4 vle, 4 vcl. e 2 ctb., e il Quartetto per archi n. 6.

Acerrimo nemico di ogni Dittatura, dopo lo scoppio della Seconda Guerra mondiale, verso la fine del 1940, Béla Bartók emigrò negli Stati Uniti accompagnato dalla moglie, mentre i due figli restarono in Ungheria; solamente Péter, in un secondo momento, raggiunse i genitori. Poi, nel 1942, si arruolò nella Marina statunitense. In America, Bartók venne accolto con tutti gli onori, l'Università di Columbia gli conferì la Laurea “Honoris" Causa” e numerosi furono gli inviti a comporre, ad organizzare seminari e a tenere concerti. Tuttavia, egli visse un rapporto difficile con l'ambiente musicale di questo grande paese. Al contrario di Dvořák o di Schoenberg, Bartók non riuscì mai ad integrarsi nel Sistema americano e solo la nostalgia per la Patria lontana servì da sprone per le sue composizioni di esule. Per qualche tempo, sia lui che la moglie Ditta si dedicarono al concertismo. Sul piano compositivo, occorre ricordare il superbo Concerto per orchestra (richiesto dalla Fondazione musicale Koussevitzky, Ott. 1943), il cui successo fu molto maggiore in Europa che non in America. Seguirono altri lavori su commissione, come la Sonata per violino solo, per Yehudi Menuhin (1944), il Terzo Concerto per pf. e orch., richiesto da Thomas Bartlett e Steve Rohnion. Questo, come il Concerto per vla. e orch., rimase incompiuto e fu completato dal compositore Tibor Serly (1945). Un altro importante lavoro svolto da Bartók, per conto della Harvard University, fu la trascrizione della Raccolta fonografica di musiche jugoslave, effettuata da Milmann Parry, letterato e filologo statunitense, fondatore della Teoria dell’oralità dei Poemi omerici.

L'opinione assai diffusa che i Bartók vissero a New York in povertà fu un'Invenzione romantica: certo non vissero agiatamente, ma solamente con il sopraggiungere della malattia, che porterà il compositore alla morte, si venne a creare una relativa difficoltà economica.

Prima di quel momento, anche se l'ultima apparizione concertistica in pubblico avvenne il 21 Genn. 1943, le lezioni private della moglie, i proventi dei diritti d'autore e i rapporti con la Casa editrice inglese Bosey & Hawkes permisero ai coniugi ungheresi un'esistenza più che dignitosa.

Durante l'Estate del 1944, Bartók iniziò a dimagrire vistosamente; si sottopose a vari controlli clinici, ma i medici, in un primo momento, non riuscirono ad individuarne la causa; solo quando si manifestò una persistente febbre, e dopo accurate indagini, essi capirono che si trattava di leucemia. Nonostante il terribile responso, che lo condannava inesorabilmente, Bartók intensificò la sua attività di compositore e di etnomusicologo, cercando disperatamente di portare a termine i lavori intrapresi. In gran parte riuscì nel suo intento. Tuttavia, rimasero incompiuti il Concerto per viola e, per poche misure, anche il Terzo Concerto per pianoforte. Questa corsa contro il tempo fu, per il Compositore, ancora più angosciante della malattia; il 26 settembre 1945, le sue ultime parole furono:” Peccato che debba andarmene, avendo ancora tante cose da dire”. La notizia della morte del maestro ungherese passò quasi inosservata in una New York ancora in festa per l'atto di resa del Giappone (2 Sett.1945). Dopo i funerali, la Salma fu sepolta nel Cimitero Ferncliff di Hartsdale (New York). Qualche mese prima, Bartók aveva ricevuto la nomina a Deputato del Nuovo parlamento magiaro. In seguito alla caduta del Comunismo in Ungheria, le spoglie del Compositore furono traslate in Patria per i Funerali di Stato e tumulate al Cimitero Farkasreti di Budapest (7 Lug.1988).

Di gracile costituzione, con il volto deturpato da un esteso eczema, conseguenza di una errata vaccinazione contro il Vaiolo, Béla Bartók trascorse l'Infanzia in una condizione psicologica che lo segregò dalla compagnia dei suoi coetanei e, quasi certamente, influì sul carattere schivo, riservato, che accompagnerà l'artista per tutta la vita. Tuttavia, per cause recondite, appartenenti all'immanente sfera dell'inconscio, questa infermità, che in gioventù lo spinse a nascondersi, ad isolarsi, non si trasformò in nevrosi. Al contrario, Bartók fu un uomo di saldo equilibrio interiore, strettamente legato ai valori della sua terra e delle sue origini.

Il suo carattere gentile, educato racchiudeva un'enorme forza psichica che lo rese incapace di qualsiasi compromesso: anche quando l'Ungheria cadde nell' "Orbita" hitleriana, egli non ebbe alcuna esitazione ad opporsi al regime nazista. Quindi lasciò la Patria, la posizione sociale e, con la moglie, emigrò negli Stati Uniti per rifarsi una vita.

Nell'arte Bartók fu ancora più intransigente perché, dietro un'apparente timidezza, albergava una volontà ferrea. Per l'integrità delle sue convinzioni musicali, egli ricorda molto Schoenberg e, al pari di quest'ultimo, non sempre riuscì a far rappresentare i propri lavori. Tuttavia, nel 1915, quando la Società Filarmonica di Budapest decise di mettere in programma la sua “Prima Suite”, però incompleta, Bartók raggelò gli Organizzatori con questa concisa lettera:” Date le circostanze, sono costretto a dichiarare che vi sarò eccezionalmente grato se vorrete evitare di mettere in programma, d'ora innanzi, una mia composizione. Sono tanto più autorizzato a fare questa richiesta, considerando che il lacrimevole stato delle "cose musicali" a Budapest mi ha, in ogni caso, costretto a ritirarmi completamente dalla partecipazione pubblica come compositore”.

Anche se l'esperienza della Musica etnica di area slava assorbì Bartók in modo pressoché totale, in alcuni momenti egli si accostò alle tendenze dell'Espressionismo atonale, di cui sono chiari esempi le 14 Bagatelle per pf. op. 6 (1908), i 3 Studi per Pf. (1918), le Improvvisazioni op. 20 per Pf. (1920), il già citato balletto “Il Mandarino meraviglioso” (1919), seguito da alcune composizioni cameristiche. Tuttavia, si trattò di una fugace esperienza. L'amore per la Musica popolare, infatti, lo trattenne dall'adesione definitiva all'atonalità, e, se si esclude un altro breve periodo di ispirazione neoclassica, tutta la produzione di questo maestro verte sul recupero e sulla valorizzazione del patrimonio musicale folcloristico della sua terra.

Bartók fu, dunque, un compositore di carattere nazionale, probabilmente il più grande della Storia, che seppe creare un proprio stile di grande originalità, caratterizzato da un libero svolgimento ritmico e da un'armonizzazione, concepita su una tonalità allargata, più modale che tonale.

Le sue sapienti ricerche, che fecero di lui uno dei più colti etnomusicologi del mondo, lo condussero alle radici autentiche del folclore, utilizzato da Bartók senza annacquamenti o contaminazioni di matrice classica, come accadde anche per alcuni grandi maestri (Liszt, Brahms, Smetana) e parecchi compositori delle Scuole Nazionali del Tardo '800.

La cospicua e variegata produzione di Bartók pone questo compositore tra i massimi esponenti della Musica moderna, insieme a Stravinskij, Schoenberg, Webern e Berg. Per la parte strumentale, le Forme predominanti sono quelle cameristiche (Sonate, Duetti, Quartetti, Rapsodie) e pianistiche (Scherzi, Danze, Burlesque, Trascriz. di Melodie popolari, Sonate e Variazioni), che accompagneranno il compositore in tutta la sua carriera artistica. All'Orchestra egli dedicò, oltre ai due Balletti già menzionati, 4 Suites, i Quattro "Pezzi" per Orch. op.12 (1921), 2 Ritratti (Két portré op. 5), 2 Quadri (Két kép op.10), Trascriz. per orch. di alcuni lavori pianistici, il già citato Poema sinf. in 10 episodi “Kossouth”, il Divertimento per Archi, il Concerto per Orch.” e la Suite di danze Tancszvit, scritta per il 50° anniv. dell'unione delle città Buda e Pest.

La restante musica strumentale, riguarda le Composiz. per strum. solista e orch.: 3 Concerti per pf., 1 per vl., 1 per vla. 2 rapsodie per vl., 1 per pf., e lo Scherzo (o Burlesque) per pf. op. 2.

Riguardo alla Musica vocale con orch., essa comprende Falun, 3 scene rurali, su testi tradiz. slovacchi, cantata profana A Kilenc csodaszarvas (I nove cervi fatati) e la Trascriz. per orch. Magyar népdalok dei nn. 1, 2, 11, dei 20 Canti pop. ungheresi accompagnati dal pf. Tra le composiz. corali vanno annoverate 8 Antologie di canti per ogni tipo di coro, così come le oltre cento comp. vocali per v. e pf., tratte, in maggior parte, dal repertorio folcloristico ungherese. Bartók lasciò anche molti scritti e trascrizioni di lavori di altri autori. I primi sono, in prevalenza, saggi sulla Musica etnica, in gran parte pubblicati postumi. Le seconde si riferiscono a composizioni di R. Strauss: Don Quixote, Ein heldenleben, Sehnsucht; di Beethoven: l'Adagio dal quartetto per archi n. 14, op. 31, le Bagatelle op. 13 e op.119, la trascr. per orch. della Ballata Erlkönig); di Brahms: Ungarischer Tanz. Seguono, infine, varie comp. di autori italiani, come Benedetto Marcello, Gerolamo Frescobaldi, Domenico Zipoli, e la trascr. per pf. della Sonata n. 6 per clavicembalo e pedaliera di J.S. Bach.