Compositore, Pianista, Dir. d'Orch. e Didatta.
Appartenente alla cerchia dei compositori cosiddetti “Generazione dell'Ottanta”.
Per nulla coinvolto dalla musica romantica e post-romantica, la produzione malipierana si esplicò su due distinti versanti: L'adesione pressochè totale ai procedimenti compositivi insiti nel linguaggio contemporaneo e la caparbia volontà di rivalutare la tradizione musicale italiana del Sei-Settecento.
Discendente da una famiglia di musicisti, Gian Francesco Malipiero nacque a Venezia il 18 marzo 1882, e fu battezzato con il nome del nonno paterno. Costui, compositore-pianista molto stimato, dilapidò un ingente patrimonio per autofinanziare le proprie opere.
Suo figlio Luigi si dimostrò, al contrario, un oculato gestore della propria attività di pianista e di direttore d'orchestra, esercitata soprattutto in Germania e in Austria, mantenendo duraturi rapporti con gli ambienti musicali di questi Paesi, anche quando gli impegni artistici si diradarono per via del suo matrimonio con la Contessa Emma Baldi.
Gian Francesco crebbe dunque in una famiglia agiata e, dopo la separazione dei genitori, trascorse la preadolescenza viaggiando all'estero con il padre fino al 1898, anno in cui si stabilì a Vienna dove, in novembre, si iscrisse al Conservatorio di Stato. Gli inizi non furono affatto promettenti. Respinto al Corso di violino, strumento che aveva studiato fin dall'infanzia, Gian Francesco frequentò, per circa un anno, la classe di armonia, poi tornò a vivere con la madre a Venezia e proseguì gli studi al Liceo musicale “Benedetto Marcello”. Nel prestigioso Istituto, Malipiero partecipò alle lezioni di contrappunto di Marco Enrico Bossi con scarsi risultati, al punto da essere costretto ad orientarsi verso un altro Indirizzo musicale. Per qualche tempo il ragazzo si dedicò all'apprendimento del fagotto. Poi, scaturita in lui la vocazione, si impegnò con fervore allo studio dell'armonia, del contrappunto e, nel 1902, conseguì gli studi intermedi di composizione. Due anni dopo, si diplomò in questa disciplina al Conservatorio di Bologna, sotto la guida di Bossi che, nel frattempo, si era ricreduto sulle doti musicali dell'allievo, soprattutto dopo aver esaminato il Poema sinf. Dai “Sepolcri”, che il giovane presentò come Saggio di fine corso.
Dal 1904 al 1908, Malipiero visse a Venezia ed approfondì i suoi studi sulle opere di autori prebarocchi e barocchi italiani (C. Monteverdi, B. Marcello, A. Stradella, G. Tartini, B. Galuppi). Poi, durante un soggiorno a Berlino, perfezionò la sua tecnica compositiva con Max Bruch. Quest'ultimo, famoso teorico, compositore e dir. d'orch., trasmise a Malipiero i modelli della tradizione tardo-romantica, che servirono al musicista italiano come apertura all'Impressionismo francese, come è testimoniato dalla prima parte delle pagine sinfoniche Impressioni dal vero del 1910.
Tra il 1906 e il 1909, Malipiero si recò nella capitale prussiana tre volte, soggiorni nei quali poté confrontarsi con le tendenze della musica contemporanea europea; questo grazie all'amico Ferruccio Busoni, elemento di spicco ed infaticabile sostenitore dell'avanguardia musicale berlinese. Nell'ottobre del 1910, Malipiero sposò Maria Rosa, figlia del pittore veneziano Luigi Rosa e, con lei, visitò per la prima volta Asolo, cittadina trevisana che la coppia sceglierà come seconda residenza oltre a quella veneziana. In questo periodo non mancarono i viaggi all'estero. Uno dei più importanti avvenne nel 1913, anno in cui Gian Francesco e consorte soggiornarono alcuni mesi a Parigi. Per Malipiero fu un'esperienza fondamentale, sia sul piano artistico che umano. Nella Capitale francese conobbe Ravel, strinse amicizia con Casella e d'Annunzio, frequentò i Circoli progressisti parigini, ascoltò le composizioni di Debussy, Schoenberg, de Falla, Ravel e, soprattutto, di Igor Stravinskij: il 29 maggio di quell'anno assistette entusiasta alla “Prima” del “Sacre du printemps”.
Tornato in Italia, Malipiero si dedicò alla Composizione e si mise in luce al Concorso Nazionale di Musica: ben quattro suoi lavori vennero premiati: un successo che gli consentì di tornare a Parigi, dove, nel 1914, insieme a Casella, organizzò una serie di concerti dedicati alla Musica italiana moderna. In quello stesso anno, avvenne l'unica rappresentazione dell'Opera in un atto Canossa, che suscitò forti polemiche, tali da indurre Malipiero ad un sarcastico commento: “In questo modo si è cantato il mio elogio funebre” (Roma, T. Costanzi 24 genn. 1914).
Nel periodo successivo, il compositore si alternò tra Venezia e Asolo. Nella città lagunare completò il Poema tragico Sogno di un tramonto d'autunno, iniziato nel 1913 a Parigi, su testo di G. d'Annunzio, ma il lavoro non poté essere rappresentato, in quanto il "Poeta abruzzese" aveva ceduto i diritti di riproduzione ad altri committenti.
Seguirono le Illustrazioni sinfoniche “Per una favola cavalleresca” (1914-15); la Comp. per pf. Poemi asolani (1914); la seconda parte delle Impressioni dal vero (1915); i Preludi autunnali (questi ultimi dedicati a Ildebrando Pizzetti, 1916); e le prime tre delle Cinq Melodies, per voce e pf. su testi del poeta e critico letterario greco Jean Moréas (1914-16).
Nell'ottobre 1917, colto dal cedimento del fronte italiano a Caporetto, Malipiero, che si trovava a Crespano del Grappa, si trasferì a Roma. Nella Capitale fondò la Società Italiana di Musica Moderna insieme a Casella, che nel frattempo era rientrato in Patria (1917-19). Nelle intenzioni dei due compositori, la “SIMM” doveva perseguire due scopi: divulgare in Italia le più innovative ricerche dell'arte musicale contemporanea; riportare alla luce i capolavori del periodo prebarocco italiano, in particolare la produzione di Claudio Monteverdi.
A Roma, Malipiero rimase fino al 1921, anno in cui gli morì la moglie durante il travaglio del parto. Nonostante la coppia stesse attraversando una profonda crisi matrimoniale, per il compositore veneziano il colpo fu tremendo. Sulle prime pensò di tornare a Parigi, poi, vista l'opportunità di insegnare composizione nel Conservatorio di Parma, optò per la questa soluzione.
Nella cittadina emiliana, Malipiero conobbe l'inglese Anna Wright che, nel 1922, sposò in Seconde nozze e con la quale l'anno successivo si stabilì ad Asolo, rifiutando la Cattedra di composizione offerta dal Conservatorio di Firenze.
Nella campagna veneta, Malipiero si dedicò ad un'Intensa attività compositiva, senza, tuttavia, rinunciare all'Insegnamento nel Conservatorio di Parma. I lavori più significativi di questo periodo furono le Impressioni dal vero (terza parte, 1922), le Variazioni senza tema per pf. e orch. (1923), la Favola cantata La principessa Ulalia (1924), il Componimento per pf. Pasqua di Risurrezione (1924), infine, la conclusione dell'Opera lirica in tre parti L'Orfeide (iniziata nel 1919), con la messa a punto del Primo movimento “La morte delle maschere” (1922). Anche gli anni successivi furono altrettanto prolifici. Fin dal 1924, la grande mole di lavoro costrinse il maestro a rinunciare alla Cattedra di composizione a Parma; solo a partire dal 1932 Malipiero ritornò all'insegnamento.
In quell'anno, infatti, organizzò un Corso di perfezionamento in composizione al Liceo Musicale di Venezia, che si protrasse fino al 1940. L'illustre compositore aveva anche accettato, fin dal 1936, la Cattedra di Storia della Musica nell'Univ. di Padova e, per due anni, la direzione dell'Istituto musicale Cesare Pollini della stessa città (1938-39). Nel 1940, Malipiero lasciò questi incarichi, in quanto nominato direttore del Liceo Musicale veneziano, mansione che svolse fino al 1952. Dal 1947, divenne anche direttore artistico dell'Istituto Italiano “A. Vivaldi”. Nel periodo bellico, valendosi della sua posizione di direttore, Malipiero riuscì ad evitare il reclutamento di molti insegnanti ed allievi del Conservatorio e, soprattutto, durante l'occupazione tedesca, riuscì a sottrarre parecchie persone ai rastrellamenti nazisti, nascondendole nell'Istituto stesso.
Nel febbraio del 1940 morì la madre e questo gettò nello sconforto il compositore, in un momento cruciale della sua carriera artistica e professionale. Dopo i funerali, svoltisi ad Asolo, egli tornò a Venezia per espletare la procedura di trasformazione del Liceo Musicale “Benedetto Marcello” in Regio Conservatorio. Nel contempo scrisse Quattro vecchie canzoni, per Voce e 7 strumenti; iniziò la stesura de La vita è sogno, su Libretto tratto dal romanzo di Calderón de la Barca. Quest' Opera aprì una nuova parentesi teatrale, insieme alle Commedie I capricci di Callot, su libretto proprio (Roma, T. dell'Opera 24 ott. 1942) e L'allegra brigata, Dramma in tre atti su libretto proprio, composto nel 1943, ma andato in scena nel 1950 (Milano, T. alla Scala 4 magg.).
Lasciato momentaneamente il Teatro, nell'immediato dopoguerra, Malipiero si dedicò al genere sinfonico con la Sinfonia n. 3 (delle campane, 1945), alla quale seguirono la n. 4 (In memoriam, 1946); la n. 5 (Concertante in eco,1947); la n. 6 (“Degli archi”, 1947) e la n. 7 (“Delle canzoni”, 1948). Questi sono gli anni in cui egli compose anche due Concerti per pf. (nn.3 e 4), due cantate: Li sette peccati mortali e La terra (magg.- ott. 1946) e, sul versante cameristico, parecchia musica, tra cui il Quartetto per archi n. 6 (L'Arca di Noè, 1947) e Mondi celesti, Composiz. per Voce solista e 10 strumenti (1948).
Nel 1949 Malipiero fu nominato Membro del “National Institute of Arts and Letters di New York”: il secondo italiano a potersi fregiare di tale Onorificenza dopo Benedetto Croce.
Dagli anni '50 in poi, il maestro ottenne molti riconoscimenti e la sua vasta produzione musicale, composta esclusivamente ad Asolo, si ramificò in vari generi musicali, con una particolare dedizione al teatro operistico. Messosi in pensione dagli incarichi istituzionali, nel 1952, nell'arco di un ventennio Malipiero realizzò 10 opere teatrali, compose parecchia musica sinfonica, cameristica e corale. Egli trovò, inoltre, le energie necessarie per dedicarsi alla Saggistica e, soprattutto, curò la pubblicazione dell'opera omnia di Claudio Monteverdi, quella strumentale di Antonio Vivaldi e diede alle stampe un cospicuo numero di Scritti sull'Orchestra, sull'operato di Stravinskij oltre a volumetti di ricordi e pensieri.
Nel 1964 morì anche la seconda moglie, Anna Wrigth; quattro anni dopo, l'anziano compositore sposò Giulietta Olivieri, che era stata la sua segretaria per circa un trentennio. Nel 1971, Malipiero cessò definitivamente ogni attività compositiva, dedicandosi soltanto a sporadiche revisioni di alcuni suoi Scritti e al continuo aggiornamento del monumentale volume “L'opera di G. Francesco Malipiero”, corredato di un catalogo d'appendice, annotato dall'autore stesso.
Malipiero morì novantunenne all'Ospedale di Treviso il 1° agosto 1973.
Dopo le Esequie, in forma strettamente privata, il maestro fu sepolto nel giardino della sua casa di Asolo, in Via Foresto Vecchio, ancor oggi sede della “Fondazione Malipiero”.
Nel 1982, in occasione del centenario della sua nascita, la fondazione “Giorgio Cini” e il Teatro La Fenice di Venezia gli dedicarono un Convegno, i cui “Atti” furono pubblicati nel 1984 con il titolo “Malipiero, Scrittura e Critica”. Lo stesso anno, il Comune di Reggio Emilia organizzò la Rassegna “Malipiero e le nuove forme della Musica europea” all'interno del maxi-convegno “Musica e Realtà”. Nel 1990 venne pubblicata la monografia sul maestro veneziano, curata da John C. G. Waterhouse, professore all'Università di Birmingham, noto per i suoi numerosi Saggi sulla musica moderna e contemporanea italiana.
Accanto ad Ottorino Respighi, ad Alfredo Casella e a Ildebrando Pizzetti, nati intorno al 1880, Gian Francesco Malipiero fu il massimo esponente e, senza dubbio, la "personalità" più complessa di quella generazione, denominata, appunto, “dell'Ottanta”, che si attivò per sprovincializzare la musica italiana del Primo Novecento.
Partita da una pressoché totale negazione della musica romantica e post-romantica, l'arte malipieriana si mosse su due distinti versanti: l'acquisizione dei nuovi procedimenti, agganciati al linguaggio musicale contemporaneo di tendenza impressionistica franco-russa ed espressionistica tedesca, e il recupero della gloriosa tradizione musicale italiana sei-settecentesca.
A quest'ultimo aspetto fa riferimento non solo l'edizione completa delle opere di Monteverdi e quella delle opere strumentali di Vivaldi, ma anche la rivalutazione della "pratica concertante" dell'età barocca e del lirismo, di sapore quasi popolaresco, proprio del Teatro italiano preromantico.
Tuttavia, sarebbe estremamente riduttivo considerare la musica di Malipiero soltanto in chiave di arcaismo. Tutt'altro: egli fu uno dei pochi compositori italiani della sua generazione ad aprirsi alla nuova musica europea, rappresentata da Debussy, Stravinskij, Ravel, Bartók, Busoni e Schoenberg.
Gli stessi principi valsero per la sua considerevole produzione teatrale. Mosso in gioventù da un "senso" oppressivo verso il precedente genere operistico, ivi compreso il teatro verista, la sua indole ricettiva lo spinse a cercare strade inusitate, ora sulla via dell'espansione melodica, organizzata in forme chiuse, come nelle Sette canzoni (1919) e Torneo notturno (1931), due Opere a Quadri; ora nell'intenzionale recupero del “Recitativo”, come avvenne nelle tre Commedie goldoniane La bottega da caffè, Sior Todaro brontolon e Le baruffe chiozzotte del 1926.
L'Opera omnia di Malipiero, per dimensione, è davvero imponente e si estende in tutti i generi musicali: 16 opere teatrali, delle quali si ricordano, oltre a quelle già citate, Filomena e l'infatuato su libr. proprio (1928); La favola del figlio cambiato, tratta da Pirandello (1933); Giulio Cesare (1936) Antonio e Cleopatra (1938), tratti da Shakespeare; Mondi celesti ed infernali (1961); Donna Urraca su Libr. proprio, da P. Mérimée (1954), e Venere prigioniera su libr. proprio da E. Gonzales (1957).
All'orchestra, Malipiero dedicò più di quaranta lavori sinfonici, tra cui 17 Sinfonie; 12 Impressioni sinfoniche, raggruppate i due Series (7 e 5) che costituiscono il Dittico Pause del silenzio (1917 e 1926); 7 Invenzioni, originariamente concepite per la Colonna sonora del film “Acciaio” di Walter Ruttmann (1933), e Cimarosiana, 5 frammenti sinf. tratti da brani pianistici di Domenico Cimarosa.
Per strum. solista e orch., sono da ricordare 5 concerti per pf., 1 per vl., 1 per vcl., il Concerto a tre per vl. vcl. e pf., il Concerto per fl. e orch. (1968), più una serie di Fantasie (Fantasie di ogni giorno - 1953 e Fantasie concertanti -1954). Riguardo alla nutrita musica da camera, vanno annoverati 8 Quartetti per Archi: n. 1 Rispetti e Strambotti (1920); n.2 Stornelli e Ballate (1923); n.3 Cantari alla madrigalesca (1931); Quartetto per archi n.4 (1934); n. 5 “dei Capricci” (1941); n. 6 L'Arca di Noè (1947); Quartetto per archi n. 7 (1950); n. 8 “per Elisabetta” (1964). Seguono la Sonata per pf. (1908); il Canto della lontananza (per vl. e pf. (1919); la Sonata a cinque (per fl. arpa vl. vla. e vcl. - 1934); la Sonata a quattro per legni (fl. ob. cl. e fag. - 1954); la Sonatina per vcl. e pf. (1942); Serenata mattutina per 10 strumenti (1959); Serenata per fag. e 10 strumenti (1961) ed infine Macchine per 14 strum. (1963). e Endecatode per 14 strum. e percuss. (1966).
Anche la musica per pianoforte è considerevole. In essa spiccano i Poemetti lunari (1910); i Preludi autunnali (1914); i Poemi asolani (1916); Maschere che passano (1918); A Claude Debussy (1920). Seguono gli omaggi “A un pappagallo, a un elefante, a un idiota” (1920); la citata “Pasqua di Resurrezione” (1924); l'Omaggio a J.S. Bach (1932); i Minuetti di Ca' Tiepolo (1932); Preludio, ritmi e canti gregoriani (1937); Hortus conclusus (1946); Stradivario für due klaviere (1955) e la Variazione sulla pantomima dell'”Amor brujo” di Manuel de Falla (1959).
Tra le composizioni vocali, emergono i Sonetti delle fate, su testo di G. d'Annunzio (1908); San Francesco d'Assisi, Mistero per soli, coro e orch. (1920-21); Le Stagioni italiche per v. soprano e pf. (1923); le 2 Cantate La cena e La Passione (1929- 1935); Missa Pro Mortuis per v. baritono, coro e orch. (1938). Si aggiungono Le Sette Allegrezze d'Amore, per voce e strum. (1945); La terra, dalle Georgiche di Virgilio (1946); La Festa della Sensa, per v. bar. coro e orch. (1949-50); Preludio e morte di Macbeth, per v. bar. e orch. (1958) e 7 canzonette veneziane, per voce e pf.
Malipiero ci ha lasciato inoltre 3 musiche per balletto e di scena: Pantea (1919); Stradivario (1948) e El mondo novo (1951), oltre a un Preludio per chitarra e numerose Trascrizioni ed Elaborazioni di lavori di Compositori barocchi, Prebarocchi e Tardo-rinascimentali, tra i quali G. Frescobaldi, A. Stradella, C. Monteverdi; A. Corelli, D. Scarlatti, A. Vivaldi ed altri ancora.
Nel corso della sua lunga vita, Malipiero si dimostrò anche un abile saggista e collaborò a diversi giornali e riviste, in cui curò pubblicazioni importanti come gli Scritti “L' Orchestra”, “Teatro”, “La Sinfonia italiana dell'avvenire”, “Maschere della Commedia dell'Arte”, “Pensieri sulla Musica”, “Così parlò C. Monteverdi” e il celebre saggio “del Contrappunto e della Composizione”.