Compositore, Pianista e Dir. d'Orch.
Giuseppe Verdi è, senza dubbio, uno degli operisti più rappresentati al mondo. Le sue innovazioni in campo lirico-teatrale sono da considerarsi "pietre miliari" del teatro musicale ottocentesco.
Nel genere sacro non fu da meno, con la realizzazione di capolavori musicali che gli procurarono fama e stima incondizionate.
(G. Fortunino Francesco)
Quando Giuseppe Verdi nacque il 10 Ott. 1813, il padre Carlo e la madre Luigia Uttini erano gestori di una piccola osteria e rivendita di generi alimentari nel villaggio Le Roncole, fraz. di Busseto (oggi Roncole Verdi) in provincia di Parma.
La vocazione per la musica dovette manifestarsi fin da subito, in quanto, già dal 1819, si hanno notizie certe che il piccolo Giuseppe apprese i primi rudimenti musicali da don Pietro Baistrocchi, sacerdote ed organista, il quale, come era in uso, provvedeva anche ad una istruzione generica dei suoi parrocchiani. Il primo strumento musicale che Giuseppe Verdi ebbe a disposizione fu una “Spinetta”, regalata da un artigiano del luogo, dopo aver constatato le buone attitudini e la straordinaria vocazione per l'arte musicale del fanciullo. Le aspettative furono largamente ricompensate e, alla morte dell'anziano Curato, Verdi era già in grado, a nove anni, di sostituirlo all'organo della Parrocchia.
L'anno seguente (1823), dopo alcuni indugi, Carlo Verdi decise di mandare suo figlio Giuseppe nella vicina Busseto ed affidarlo agli insegnamenti musicali di Ferdinando Provesi, allora organista e direttore della Scuola musicale cittadina. Non è escluso che dietro questa lodevole iniziativa ci fosse, fin d'allora, l'intervento di Antonio Barezzi, facoltoso commerciante, grande appassionato di musica e presidente della Società Filarmonica bussetana.
In questa realtà, Verdi si distinse sia sul versante musicale (egli compose, infatti, un notevole numero di Marce per Banda, Sinfonie e Musica sacra) che negli studi ginnasiali presso i Gesuiti, dai quali il ragazzo attinse uno spiccato interesse per le materie umanistiche.
Nel 1831 Verdi fu accolto da Barezzi nella propria casa; qui nacque un sincero Legame sentimentale tra il giovane musicista e Margherita, figlia maggiore dell'agiato possidente. Quest'ultimo si rivelerà di capitale importanza per i passi successivi della carriera artistica di questo grande compositore, che diventò l'emblema musicale del nostro Risorgimento.
Stimolato da Barezzi, Verdi si recò a Milano, non prima di aver ottenuto una Borsa di Studio quadriennale, elargita dal Monte di Pietà di Busseto, per poter frequentare il Conservatorio del Capoluogo lombardo. All'esame di ammissione Verdi fu, per varie ragioni, respinto (1832); tuttavia il fiducioso Barezzi risolse l'imprevista questione assumendosi l'onere di sovvenzionare personalmente gli studi musicali del suo "Pupillo" con insegnanti privati. Per l'incarico venne scelto Vincenzo Lavigna, maestro di contrappunto e sostituto direttore alla “Scala”. Con quest'ultimo Giuseppe Verdi, oltre alle materie accademiche, studiò a fondo le partiture dei maggiori compositori a lui contemporanei o appena scomparsi (Rossini, Bellini, Donizetti, Beethoven, Cherubini, Spontini, e soprattutto Mercadante); a Milano egli ebbe l'occasione di frequentare il caotico, ma a lui congeniale, mondo del teatro d'opera.
Ricco di queste esperienze, pur non avendo terminato gli studi, nel 1834 Verdi fece ritorno a Busseto, in quanto la carica di organista della Collegiata del paese era rimasta vacante, a causa della morte di Provesi. Le cose, però, andarono per le lunghe, ragione per cui il giovane musicista, che nel frattempo non aveva smesso di studiare con Lavigna, si stabilì a Milano e, grazie ad un provvidenziale esordio come direttore d'orchestra, si mise in luce nell'alta società lombarda con l'esecuzione dell' Oratorio “La Creazione” di J. Haydn.
Scartata la proposta di diventare primo organista nella Cattedrale di Monza (1836), Verdi fece ritorno a Busseto, ove, per tre anni, visse in un continuo alternarsi di vicende positive e dolorose.
Tra le prime ci fu la proficua attività di Compositore-Direttore d'Orchestra della Filarmonica locale, il matrimonio con Margherita Barezzi (Magg.1836) e la nascita di due figli: Virginia (1837) e Icilio (1838), eventi che si trasformarono, purtroppo, in gravi episodi luttuosi di lì a qualche tempo.
Profondamente colpito dal dolore per la morte di Virginia (ago.1838), Verdi con moglie e figlio lasciò Busseto per Milano, ove presentò la partitura dell'Opera "Hamilton or Rochester”, divenuta poi Oberto, conte di San Bonifacio, dramma in 2 atti su libr. originale di Antonio Piazza, rappresentato con buon successo al T. alla “Scala” il 17 Nov. 1839. Visto il promettente esordio, l'affermato Impresario teatrale Bartolomeo Merelli sollecitò il giovane maestro a comporre una seconda opera, questa volta su un vecchio libretto "buffo" (Il Finto Stanislao) di Felice Romani, già collaboratore letterario di altri celebri compositori, tra i quali Bellini e Donizetti.
Il lavoro che ne uscì fu il Melodramma giocoso in 2 atti Un giorno di Regno, stroncato impietosamente alla "Prima" scaligera, avvenuta il 5 sett. 1840. Le motivazioni di questo marcato insuccesso sono da ricercare, in parte nell'inadeguatezza del libretto rispetto ai gusti e alle tendenze dell'epoca, ma, soprattutto, nella battuta di arresto della creatività compositiva di Verdi, dovuta dalla morte del figlio Icilio (22 ott. 1839), e seguita, qualche mese dopo, da quella della moglie Margherita (18 giu. 1840).
Dopo un terribile periodo di grande sconforto, in cui pensò anche di abbandonare l'attività musicale, Verdi, spronato dal tenace Merelli, riprese l'attività di compositore attorno al libretto del Nabucodonosor (Nabucco), steso da Temistocle Solera. Il lavoro procedette rapidamente e l'opera conseguente fu accolta al T. alla “Scala” da entusiastiche ovazioni (9 mar. 1842), nonostante l'opaca interpretazione di Giuseppina Strepponi, affermata Soprano, ma, purtroppo, giunta al termine della Carriera.
Il decennio successivo, denominato dallo stesso Verdi i miei “Anni di galera”, diede vita ad una incalzante attività musico-teatrale, che rappresenta il “Corpus” della produzione del grande maestro emiliano.
Dal 1843 al 1846 egli compose ben 6 opere per i maggiori Centri musicali italiani (Milano, Venezia, Napoli e Roma), il cui successo e l'abilità, con la quale fu gestito, aprirono nuove prospettive, Nuovi rapporti tra Verdi e le varie committenze. Egli seppe, in altre parole, trasformare l'antica condizione del “compositore artigianale” nella figura assai più moderna del “libero artista”, amministratore di se stesso e del Diritto d'Autore: conquista sociale consolidatasi, in Italia, a partire dalla Seconda metà del 1800.
Se con il “Nabucco” Verdi si accostò alla causa risorgimentale quasi inconsapevolmente, altrettanto non si può dire per le opere successive: I Lombardi alla prima Crociata e Giovanna d'Arco, rappresentate al Teatro alla Scala (1843 - 1845), Ernani e Attila, dedicate al pubblico del Teatro La Fenice di Venezia (1844 - 1846). Queste realizzazioni, attentamente premeditate, gli valsero, infatti, la fama di “Musicista patriottico”, appellativo che iniziò a circolare sempre più frequentemente nei Salotti aristocratici del Lombardo Veneto e che raggiungerà la sua definitiva consacrazione in ambienti romani, dopo l'esaltante debutto della Tragedia lirica La battaglia di Legnano (T. Argentina, 27 genn. 1849). Tuttavia, Verdi, non appagato da questi successi e conscio delle fortunate esperienze all'estero di alcuni suoi colleghi italiani, volle tentare l'affermazione a livello internazionale.
L'occasione propizia si presentò nel 1847 con un primo approccio ai drammi di Shakespeare che ebbe, come scopo finale, la realizzazione del Macbeth, melodramma in 4 atti, mandato in scena al Teatro della Pergola di Firenze (Mar. 1847). Questo lavoro fu di capitale importanza ai fini della maturazione artistica di Verdi. Lo straordinario Impegno con il quale egli si dedicò, sia sul versante della Composizione che su quello della Messa in scena, fece comprendere al trentacinquenne maestro che era giunta l'ora di intraprendere la via dell'estero. Per il Queen's Theatre di Londra scrisse I Masnadieri, melodramma in 4 Parti (prima rappr. 22 lug. 1847), e per l'Opéra di Parigi Jérusalem, un rifacimento dei “Lombardi alla Prima crociata”, il cui debutto avvenne il 26 nov. dello stesso anno.
Verdi dimorò nella Capitale francese quasi ininterrottamente per circa due anni, periodo nel quale ebbe modo di beneficiare del clima intellettuale di questa grande città. Presentato da Rossini al famoso librettista Eugène Scribe, il compositore bussetano creò le condizioni per un durevole sodalizio artistico con i personaggi più illustri del panorama operistico francese (Duveyrier, Méry, Beaumont, Du Locle), ai quali affidò le musiche per i Grand-opéra Les Vêpres siciliennes (1855), Don Carlos (1867) e per la versione francese del “Macbeth”, la cui “Prima” avvenne il 21 magg. 1865 al Théâtre Lyrique.
Durante il soggiorno parigino, Verdi incontrò nuovamente Giuseppina Strepponi, che nel frattempo aveva abbandonato l'attività di cantante (1848). Dopo un breve Idillio, il trentacinquenne maestro e il celebre soprano intrapresero una convivenza, destinata a protrarsi nel tempo, anche quando decisero di rientrare in Italia, a Busseto (1849), ove furono oggetto di persistenti insinuazioni e malignità, fomentate, in particolare, dai fratelli di Margherita Barezzi.
Nella cittadina emiliana la Coppia prese dimora in un palazzo da tempo acquistato da Verdi, ma, a causa dell'avverso clima creatosi, nel 1851 i due conviventi decisero di stabilirsi nella vicina Tenuta di Sant'Agata, dove il mestro aveva fatto ristrutturare una splendida villa, allora di proprietà della famiglia Merli.
La quiete della campagna, tuttavia, non coincise con la tranquillità interiore che i due innamorati stavano cercando. Ai forti dissapori venutisi a creare tra Verdi e suo padre a causa di questioni ereditarie risolte addirittura in Tribunale, si aggiunse il grande dolore per la morte della madre. Unico episodio confortante fu la riappacificazione con l'anziano ex-suocero Antonio Barezzi, persona alla quale il maestro bussettano sentì di dovere Illimitata riconoscenza.
Le tormentate vicende umane di questo Periodo non impedirono a Verdi di raggiungere importanti traguardi sotto il Profilo creativo e ai fini della sua affermazione artistica. Dopo le rappresentazioni di due Opere: Luisa Miller (Napoli, T. San Carlo 8 dic. 1849), e Stiffelio (Trieste, T. Grande 16 nov. 1850), ecco apparire i tre capolavori che elevarono questo compositore a livello internazionale: Rigoletto (Venezia, T. La Fenice 11 Mar. 1851), Il Trovatore (Roma, T. Apollo 19 gen. 1853) e La Traviata, (Venezia, T. La Fenice 6 mar. 1853).
Quest'ultimo melodramma, stroncato da critica e pubblico alla prima rappresentazione, venne ampiamente riabilitato nello stesso teatro veneziano, l'anno successivo.
La fama di grande operista europeo prese forma definitiva nel giugno 1855 all'”Opéra di Parigi con il debutto dei “Vêpres siciliennes”, dramma in 5 atti composto per i festeggiamenti dell'Esposizione Universale, svoltasi in quell'anno nella Capitale francese, ove Verdi soggiornò, salvo qualche interruzione, dalla fine del 1853 all'inizio del 1857.
In questi tre anni, il ritmo compositivo del grande maestro italiano si fece meno incalzante ed alquanto contrastato da problemi causati dalle vigenti censure preunitarie, come nel caso dell'Opera Aroldo (un rifacimento di “Stiffelio”) per il Teatro Nuovo di Rimini; e nei rifacimenti del Melodramma Simon Boccanegra, adattato per le scene veneziane del Teatro La Fenice. Le vessazioni censorie perdurarono anche nel 1858 contro il tentativo di realizzare una nuova Opera, “Una Vendetta in domino”, pensata per il pubblico napoletano. Dopo estenuanti trattative, il lavoro venne ritirato e, successivamente, riproposto a Roma con il titolo definitivo di Un ballo in maschera (T. Apollo, 17 febb. 1859).
Un freno all'attività compositiva di Verdi fu causato anche da un suo sostanziale avvicinamento alla attività politica (1859). Eletto deputato di Borgo S. Donino, oggi Fidenza, nel 1861 egli si trasferì a Torino, dove frequentò assiduamente le Aule del primo Parlamento italiano, dimostrandosi un convinto assertore delle Idee della Destra storica di Cavour.
A partire da questo momento le nuove opere di Verdi furono frutto di meticolose scelte artistiche ed oculate motivazioni economiche; per le suddette ragioni, egli rifiutò di musicare libretti preconfezionati, esigendo, per quelli già proposti da altri compositori, drastiche revisioni che, in molti casi, effettuò personalmente.
Nel 1862, per il Teatro Imperiale di Pietroburgo egli scrisse il Melodramma La forza del destino, monumentale opera in 4 atti, su libretto di Francesco Maria Piave, riproposta, nel 1869, in una nuova versione al Teatro alla Scala. A Parigi allestì un radicale rifacimento in lingua francese del “Macbeth” (T. Lyrique, mag. 1865), al quale seguì, circa due anni più tardi, la “Prima” del Grand-opéra in 5 atti Don Carlos, svoltasi al Thêatre dell'Opera (Parigi, 11 mar 1867).
Sebbene in questo suntuoso lavoro esistessero molte Innovazioni inerenti al linguaggio musicale, ciò non fu sufficiente a far rientrare le accuse di passatismo e di facili concessioni al gusto del pubblico, mosse da una critica progressista (i musicisti cosiddetti “Scapigliati”), che vedeva nelle opere wagneriane il suo ideale punto di riferimento. In Italia, il maggior artefice di questi avversi atteggiamenti fu Arrigo Boito, poeta e compositore che, nel 1863, offese pubblicamente Verdi, ritenendolo la Causa principale del provincialismo e dell'arretratezza della musica italiana. Ad aggravare le cose subentrò un periodo di crisi sentimentale con Giuseppina Strepponi e il distacco dal rapporto pressoché fraterno con Angelo Mariani, il celebre Direttore d'Orchestra ravennate che, grazie alla sua collaborazione, rese possibile il recupero di alcune Opere verdiane “stroncate”, come la “Traviata “.
Profondamente amareggiato da questi eventi, Verdi cadde in un lungo silenzio compositivo che durò ben Sedici anni, interrotto solo da episodici Lavori con caratteristiche e destinazioni artistiche alquanto diverse. Nel 1871, Verdi tornò al teatro con "Aida", opera in 4 atti commissionata da Ismail pascià Khedive d'Egitto, rappresentata la vigilia di Natale a Il Cairo. Il fatto non avvenne in occasione dell'apertura del Canale di Suez (come generalmente viene creduto), ma per l'Inaugurazione di un Nuovo Teatro d' Opera, che potesse eguagliare i più grandi Teatri d'Europa.
Il debutto dell'“Aida”, diretto da Giovanni Bottesini, fu ritardato in quanto costumi e scene, realizzati a Parigi, non poterono essere inviati in Egitto a causa del Conflitto franco-prussiano.
Due anni più tardi Verdi affrontò, per la prima volta, il genere cameristico, con la realizzazione del Quartetto in Mi min.per archi, e, l'anno seguente, sul versante sacro, compose la celeberrima Messa da requiem, per soli, coro e orchestra. Il progetto di quest'ultima prese spunto da una precedente Opera collettiva del 1868, alla quale parteciparono Dodici Compositori per commemorare la recente scomparsa di Gioachino Rossini. Accantonata l'iniziativa, Verdi utilizzò la sezione da lui scritta (il “Libera me Domine”) come punto di partenza per il compimento dell'intero “Requiem”, la cui “Prima” avvenne nella Chiesa milanese di S. Marco il 22 maggio 1874, in occasione del Primo anniversario della morte di Alessandro Manzoni.
Il successo fu enorme e la sua "eco" varcò i confini nazionali, grazie anche ad una serie di tournées all'estero, in cui Verdi ricoprì il ruolo di direttore d'Orchestra, suscitando grande entusiasmo e, soprattutto, profonda stima da parte di tutta l'opinione musicale europea.
Negli anni seguenti, la vita di Verdi trascorse serenamente tra l'attività del compositore e quella di oculato amministratore dei suoi possedimenti terrieri. Anche i difficili rapporti con una certa critica musicale italiana si affievolirono.
Ristabilita l'amicizia con Boito, grazie all'azione diplomatica dell'Editore Giulio Ricordi, i due artisti si avvicendarono per la realizzazione di Otello, dramma lirico in 4 atti, portato a termine con pignoleria quasi maniacale, sia per quanto riguardò la parte letteraria (il libretto fu scritto da Boito), che quella musicale. Rappresentato alla “Scala” il 5 febb. 1887, questo lavoro operistico, tratto dalla Tragedia di W. Shakespeare “Othello, the moor of Venice”, permise a Verdi si assurgere alla consacrazione di compositore europeo. Per la forte componente innovativa del linguaggio musicale, egli venne accostato, infatti, ai grandi Maestri sinfonici tedeschi ed ammirato in tutto il mondo artistico.
Insignito di ogni riconoscimento, Verdi volle cimentarsi, per la seconda volta, nel "Genere “buffo” con il proposito di far rivivere l'Opera comica italiana, stagnante al tempo di Rossini.
Per l'arduo compito si avvalse della preziosa collaborazione letteraria dell'amico Boito, autore del libretto di Falstaff, personaggio shakespeariano che appare nella Commedia “The Merry Wives of Windsor” (Le Allegre Comari di Windsor) e nel Dramma “The History of Henry the Fourth” (in it. “Enrico IV”). La “Prima” eseguita al Teatro alla Scala fu un autentico trionfo (9 febb 1893); seguì la realizzazione dei “4 "Pezzi" sacri, pubblicati solo nel 1898.
Con “Falstaff”, Verdi mise fine alla sua produzione operistica, ma non rinunciò ad altre Opere, anche se non di carattere musicale. Dopo la morte di Giuseppina Strepponi (1897), la donna che gli rimase fedele e devota per tutta la vita, l'anziano e affaticato maestro iniziò l'opera, considerata da lui stesso “la più bella”, cioè l'edificazione di una Casa di riposo destinata ai musicisti milanesi, per la quale egli devolvette una cospicua parte della sua ingente eredità.
Nell'Autunno del 1900, Verdi lasciò la Tenuta di Sant'Agata per Milano. Come di consuetudine, alloggiò in una “Suite” del "Grand Hotel et de Milan" con l'intenzione di trascorrere la stagione invernale.
Verdi morì in quello stesso albergo il 27 gennaio 1901, dopo sei giorni di agonia, causati da Ictus celebrale.
Per volontà testamentaria, i Funerali si svolsero senza particolari cerimonie e senza musica, disposizioni rigorosamente rispettate, anche se più centomila persone parteciparono in assoluto silenzio alle Esequie.
La Salma fu deposta per una settimana al Cimitero Monumentale di Milano e poi traslata, con solenne cerimonia, accanto a quella della moglie Giuseppina, nella Cappella della "Casa di Riposo" da lui fondata.
Nei giorni precedenti alla morte del grande maestro, le strade circostanti all'albergo vennero cosparse di paglia, affinché il calpestio dei cavalli e il rumore delle carrozze non ne disturbassero il riposo.
Molteplici sono le ragioni per le quali Giuseppe Verdi viene riconosciuto come uno degli operisti più rappresentati al mondo. Tra esse la più importante resta, probabilmente, quella legata alla sua personalità, spesso fraintesa con l'immagine del musicista e compositore “di Provincia”, privo di adeguata preparazione culturale e soprattutto musicale.
Nonostante le origini modeste, la frequentazione degli ambienti artistici e culturali milanesi gli permise di contrapporre agli "elementi innovativi" del Teatro d'Opera europeo di Seconda metà '800, i valori della tradizione operistica italiana, ambito che Verdi dimostrò di conoscere a fondo, attraverso lo studio delle opere di compositori a lui contemporanei: Rossini, Donizetti, Bellini, Mercadante; e quelle di suoi predecessori come Pergolesi, Lotti, e il veneziano Benedetto Marcello.
L'esortazione “ Torniamo all'antico e sarà un progresso”, anche se espressa da Verdi in un contesto didattico, ben si addice all'intero percorso artistico del grande maestro, il quale volle tornare, deliberatamente, alle radici del passato per poi risalire, in una variegata complessità di fenomeni, all'Idea progressista wagneriana di “Opera Totale”, volontà ribadita in una sua celebre affermazione: “Se l'opera è di getto, l'idea è una, e tutto deve concorrere a formare questo uno”.
Verdi non fu affatto l'artista che, in alcune circostanze, tentò di far credere: egli si definì più volte un Uomo di Teatro e non un compositore, quasi volesse creare, attorno a sé, l'Immagine del semplice autodidatta toccato dal "Genio", refrattario ad ogni condizionamento culturale e musicale.
In realtà, pur non essendo un musicista “intellettuale”, Verdi si avvalse delle conquiste culturali ed artistiche, acquisite gradualmente nel tempo, e seppe abilmente adattarle alla sua personalità, posizione che ricorda quella di Beethoven, musicista di formazione tradizionalmente artigianale, solerte a giustificare la propria arte con motivazioni culturali, spesso acquisite durante il periodo della maturità artistica.
L'Innato senso di osservazione dell'ambiente circostante fece di Verdi un oculato amministratore della propria arte. Ciò è dimostrato dalla dovizia e dalla cura meticolosa dedicate agli aspetti scenografici e alla messa in scena dei suoi lavori.
Dopo le prime opere, che servirono come "Banco di Prova", il celebre maestro si cimentò, con assidua sistematicità, alla revisione di ampie parti dei libretti a lui proposti fino al punto di consegnare, ai loro autori, scene interamente verseggiate, come avvenne negli allestimenti delle Opere “Il Trovatore” e “Aida”.
Per quanto riguardò la struttura musicale, Verdi fu un compositore particolarmente attento agli sviluppi della Scuola di Canto italiana (Rossini, Donizetti, Bellini) e di quella francese (Berlioz, Gounod, Meyerbeer), mentre il condizionamento artistico esercitato da Wagner sull'ultimo periodo di attività del maestro italiano appare, in alcuni casi, eccessivamente enfatizzato.
Verdi apportò, invece, aspetti assolutamente inediti nell'ambito dell'azione drammatica. In essa, i vari protagonisti assunsero una posizione decisamente più centrale rispetto al passato, investiti da una nuova Luce eroica, attraverso la quale far ruotare l'Intera Azione. I contenuti drammatici del teatro operistico verdiano, anche se incentrati su pochi sentimenti di fondo, quali la Vendetta, le Passioni represse, l'Oltraggio all'Onore, l'Ideale o l'Amore tradito, acquisirono immediato riscontro e successo, trasformatisi poi in una Gloria postuma che, ancor oggi, non accenna a diminuire.
La parte più consistente della produzione artistica di Verdi comprende 26 opere, 6 delle quali subirono rifacimenti e vennero rappresentate in una seconda versione. Prevalentemente di carattere drammatico, solo 2 appartengono al genere "buffo": Un giorno di regno e Falstaff, ultimo lavoro operistico, che il grande maestro compose all' età di ottant'anni.
Sebbene Verdi sia riuscito a dimostrare il suo talento nel genere sacro con la realizzazione della celeberrima “Messa da Requiem”, suscitando un generale rispetto ed incondizionata ammirazione, sono da considerare altresì importanti i famosi Quattro "Pezzi Sacri" per coro e orchestra, che egli compose in tarda età (1886). Al genere profano appartiene un consistente numero di Liriche per canto e pianoforte, composizioni vocali di vario genere, ed il famoso Quartetto in Mi min. per archi: suo unico spunto di musica cameristica.