Pëtr ll'ič Čajkovskij
Pëtr ll'ič Čajkovskij (Votkins -Russia - 7 Magg.1840 - S. Pietroburgo 6 Nov.1893)

Profondo cultore del Patrimonio musicale Tardo-romantico, questo maestro seppe infondere una grande sensibilità ed una formidabile preparazione compositiva in ogni ambito artistico da lui affrontato.


(Pyotr Ilyich Tchaikovsky)

Pëtr Il'ič Čajkovskij nacque il 7 maggio 1840 a Kamsko-Votkinsk, cittadina del governatorato di Vjatka, distante qualche centinaio di km dalla catena dei Monti Urali. Il padre Il'ja Petrovič, dirigente d'Azienda ed ingegnere minerario ucraino, data la sua posizione sociale, assicurò ai sei figli un'infanzia agiata.

In questo periodo, grazie alle premure della madre Aleksandra Andrejanovna Assier, dilettante pianista, e all'istruzione impartitagli dalla governante di casa Fanny Dürbach, il piccolo “Pëtr” poté dimostrare e coltivare il suo straordinario interesse per la musica. Nel 1850 il ragazzino venne mandato a S. Pietroburgo per intraprendere gli studi di giurisprudenza; il conseguente distacco dalla madre rappresentò uno dei momenti più drammatici della sua vita, ed influì profondamente sulla personalità del futuro compositore.

Dopo una serie di trasferimenti, nel 1852, i genitori di Pëtr Il'ič si stabilirono definitivamente a S. Pietroburgo, ricongiungendosi al figlio, il quale, nel frattempo, oltre a proseguire gli studi alla Scuola di Diritto cittadina, aveva iniziato ad interessarsi di musica, limitandosi al mero apprendimento del pianoforte. Conseguita la maturità a diciannove anni, il giovane Čajkovskij si impiegò al Ministero della Giustizia e, in qualità di interprete per un amico del padre, nell'estate del 1861 visitò la Germania, la Francia, il Belgio e l'Inghilterra. E 'probabile che, durante questi viaggi, egli abbia maturato l'idea di dedicarsi totalmente all'arte musicale.

Qualunque sia stato il movente, nel 1862 Čajkovskij si iscrisse al Corso di composizione, diretto da Anton Rubinštejn, e, qualche mese dopo, lasciò l'incarico ministeriale per poter frequentare a tempo pieno il Nuovo Conservatorio di S. Pietroburgo, nato in quell'anno dalla fusione dei corsi della Scuola Musicale Russa.

Nei due anni e mezzo trascorsi in questo istituto, Čajkovskij si dimostrò uno studente di eccezionale talento. Tra i suoi numerosi esercizi di composizione di quel periodo, emerge un'ouverture, scritta nel 1864, per l'opera L'Uragano di Aleksandr Ovstrovskij; il "lavoro" non piacque al reazionario Rubinštejn, tuttavia, questa Sinfonia d'introduzione suscitò, negli ambienti musicali, il presagio di un grande avvenire artistico per il suo giovane autore.

Agli inizi del 1866, dopo essersi diplomato con Lode e Medaglia d'argento al Conservatorio di S. Pietroburgo, Čajkovskij si trasferì a Mosca, città nella quale insegnò Armonia alla Scuola Musicale Russa, gestita da Nikolaj Rubinštejn, fratello di Anton. Questa istituzione sarà la base fondamentale del Conservatorio moscovita, in cui Pëtr svolgerà l'attività di insegnante per undici anni.

A Mosca, l'ambiente musicale, tendenzialmente meno conservatore rispetto a quello di S. Pietroburgo, offriva una maggiore libertà d'azione, sia ai compositori di vedute progressiste, sia a quelli che cercavano nella musica occidentale europea un punto di riferimento per le loro ispirazioni.

In questo clima artistico, Čajkovskij trovò in Nikolaj Rubinštejn un valido sostenitore. Consigliato da quest'ultimo egli compose la sua Prima sinfonia (in sol min.) Sogni d'inverno, realizzata tra marzo e agosto 1866, anno in cui scrisse, su commissione, anche un altro lavoro per orchestra: l'Ouverture festiva sull'Inno nazionale danese. Spronato dagli esiti positivi di questo debutto, Čajkovskij volle cimentarsi nel genere Musico-teatrale con la messa in scena di un'opera incentrata sul dramma letterario di Ostrovskij, intitolato Il Voivoda o “Sogno sul Volga”.

Iniziato nella Primavera del 1867 e terminata a Parigi nell'agosto del 1868, l'opera, alla sua “prima” (Mosca, T. Bol'šoj - 11 febb. 1869), non ebbe il successo sperato e peggior sorte toccò a Ondina, la sua Seconda opera (scritta di getto nei primi sei mesi del 1869), che Čajkovskij si vide rifiutare dai Teatri Imperiali Mariinskij. Questa febbrile attività compositiva portò il giovane musicista alle soglie di un esaurimento nervoso e non sortì alcun vantaggio economico, né, tantomeno, artistico. La partitura del “Il Voivoda” venne distrutta parzialmente dallo stesso Čajkovskij e ricostruita, dopo la sua morte, da Pavel Lamm; quanto all'”Ondina”, perduta irrimediabilmente tranne un'aria e il finale del I atto, viene, tutt'oggi, rappresentata in forma di concerto.

Nel 1868, una fugace relazione sentimentale (per la verità l'unica) coinvolse il ventottenne Pëtr Il'ič e Désirée Artôt, una cantante lirica di origine belga giunta in visita a Mosca; la coppia arrivò sul punto di sposarsi, ma il progetto fallì rapidamente. Durante il breve idillio, Čajkovskij scrisse il Poema sinfonico Fatum, dai chiari riferimenti autobiografici, che svolse un ruolo importante. Infatti, terminato il lavoro, lo dedicò a Balakirev, il quale, pur muovendo dure critiche alla composizione, divenne suo grande mentore, una guida indispensabile per la sua formazione artistica. La vena creativa di Čajkovskij si rivolse alla musica di scena, su consiglio del perseverante Balakirev. Quest'ultimo, avendo intuito una spiccata predisposizione dell'amico per questo genere di intrattenimento, gli sottopose il soggetto shakespeariano Romeo e Giulietta. La prima stesura della composizione ebbe inizio nella primavera del 1869, e, una volta ultimata, Balakirev intervenne con una approfondita analisi sul lavoro compiuto, tanto da indurre Čajkovskij ad operare una revisione totale della partitura, che ebbe buon esito, ma il lavoro durò fino all'autunno del 1870.

Gli anni successivi costituirono per il musicista una parentesi di relativa tranquillità. Durante i rigidi inverni egli era impegnato nell'insegnamento al Conservatorio, mentre, nei periodi estivi, si dedicava alla composizione nella tenuta di Kamenka, in Ucraina, ospite della sorella Aleksandra (Saša, come lui soleva chiamare), nel frattempo sposatasi con un facoltoso proprietario terriero di Kiev. Qui, nella quiete della campagna, Čajkovskij entrò in contatto con il canto della tradizione contadina e, nonostante questo genere di musica non gli fosse particolarmente congeniale, scrisse pregevoli romanze da camera nello stile della ballata popolare russa.

Nei primi mesi del 1871 venne alla luce il Primo Quartetto per archi, che rese celebre il compositore fuori dai confini del suo Paese. Nello stesso periodo, iniziò anche la composizione dell'Opričnik (“L'ufficiale della guardia”), opera teatrale in 4 Atti e 5 Quadri, tratta dall'omonima tragedia di Ivan Ivanovič Lažečnikov.

Il lavoro operistico, ambientato nella seconda metà del XVI sec., ai tempi di Ivan il Terribile, venne rappresentato tardivamente (S. Pietroburgo, T. Marijnskij - 24 apr.1874) a causa delle aspre critiche mosse dall'autore stesso, il quale arrivò al punto di distruggere l'opera. Il fatto gli venne impedito poiché i diritti d'autore erano già stati venduti e, grazie alla ricchezza di canti popolari inseriti, il successo di pubblico fu enorme.

Nel 1872, dopo aver completato l'”Opričnik”, Čajkovskij scrisse di getto la Seconda Sinfonia in do min.; l'iniziativa fu sostenuta con entusiasmo dallo storico “Gruppo dei cinque”, che il compositore avvicinò grazie alla consueta azione di Balakirev. Le ragioni di questo accostamento risiedono nella composizione stessa, nei suoi contenuti tematici, colmi di valore nazionalistico, ancor più di quello presente nell'”Opričnik”.

Il 1873 fu l'anno in cui l'oramai celebre compositore russo decise di ritornare al genere teatrale. Tra marzo e aprile egli compose le musiche di scena per La fanciulla di neve, rappresentazione tratta dal racconto di Aleksandr N. Ostrovskij. Tuttavia, l'attrazione verso la grande orchestra si fece impellente quando, dal 19 agosto al 22 ottobre, in una attività frenetica, scrisse La Tempesta, una fantasia sinfonica, che Čajkovskij volle dedicare al grande critico letterario e musicale Vladimir V. Stasov.

Anche il lavoro operistico che seguì, Il fabbro Vakula, fu composto e orchestrato in circa due mesi (estate 1874). In quest'opera, ricavata dal breve racconto “La notte di Natale” di Nikolaj Vasil'evič Gogol' (drammaturgo ucraino), Čajkovskij portò il suo spirito nazionalistico ai più alti livelli, magistralmente evocati da una ricca inventiva melodica, che si insinua in ogni momento dell'azione; indubbiamente questo dramma rappresenta una delle migliori realizzazioni nel panorama operistico di tutti i tempi.

Dopo il “Vakula” (rielaborato nel 1885 e ribattezzato “I čerevički”: “Gli stivaletti”), la spinta creativa del maestro abbandonò repentinamente lo stile nazionale per tornare alla composizione concertistica e sinfonica. Il Primo Concerto per pf. in si bem. min. fu scritto e terminato nelle ultime due settimane del 1874, mentre la Terza Sinfonia si concretizzò nell'estate dell'anno successivo. Dedicato al celebre dir. d'orchestra Hans von Bülow, il Primo Concerto per pf. fu, nella fase di realizzazione, aspramente criticato da N. Rubinštejn. Tuttavia, questo lavoro è da considerare il migliore fra i 3 Concerti, scritti da Čajkovskij, soprattutto per il perfetto equilibrio dialettico tra il solista e l'orchestra, per il vivido contrasto tra i rispettivi movimenti e per la maestria con la quale egli impostò l'orchestrazione.

Mentre stava ultimando la Terza Sinfonia (1875), l'infaticabile maestro russo visse la sua prima esperienza di musica per balletto, con la realizzazione del Lago dei cigni, tratto dall'antica fiaba tedesca “Der geraubte Schleier” (Il velo rubato), ideata da J. Musäus. Affiancato dagli scenografi Julius Wenzel Reisinger e Vladimir P. Begičev, curatore del libretto, Čajkovskij completò il lavoro nell'aprile del 1876; il 4 mar. 1877 fu rappresentato al T. Bol'šoj di Mosca, dove cadde impietosamente. Le cause di questo clamoroso fallimento sono da attribuire ad una serie di fattori: primo fra tutti la scadente qualità dei ballerini i quali, in alcuni momenti, si trovarono ad improvvisare i passi di danza; l'eccessiva quantità di tagli e omissioni, a cui l'opera fu sottoposta, ed infine la mediocre esecuzione musicale da parte dell'orchestra. La successiva rivalutazione e la rinomanza internazionale di questa pietra miliare della Storia del balletto si devono ai coreografi Marius Petipa e Lev Ivanov, i quali, nel 1895, due anni dopo la morte del compositore, curarono la riedizione coreografica dei 4 atti; e al direttore d'orchestra dei Teatri Imperiali russi Riccardo Drigo, che apportò sostanziali revisioni alla partitura originale.

Un viaggio a Parigi nel 1876 fu lo spunto che indusse Čajkovskij alla composizione del Terzo ed ultimo Quartetto per archi, dedicato all'amico violinista, appena scomparso, Ferdinand Laub. Nella capitale francese, Pëtr Il'ič conobbe Bizet e la rappresentazione della “Carmen” costituì l'oggetto di una smisurata ammirazione per l'autore.

Nello stesso anno, Čajkovskij si recò anche in Germania e, in qualità di critico musicale, assistette all'inaugurazione del Teatro di Wagner a Bayreuth dove il debutto della Tetralogia dell'”Anello del Nibelungo” lo deluse alquanto. Ciò nonostante egli ammise la genialità del grande maestro tedesco e riconobbe, pubblicamente, di essere stato notevolmente influenzato dal suo stile, nel momento in cui affrontò la Fantasia sinfonica Francesca da Rimini. In questo lavoro, ispirato ad un episodio dell'inferno dantesco, Čajkovskij introdusse una musica densa di drammaticità nella quale traspare, in modo evidente, il tragico Senso di colpa della sua omosessualità che, di lì a breve, tenterà di cancellare con il matrimonio.

Verso la fine del 1876, egli iniziò una fitta corrispondenza con Nadežda Filaretovna von Meck, una ricca vedova, accesa ammiratrice della sua musica. I due, per volontà reciproca, non si incontrarono mai; tuttavia questo rapporto epistolare, durato 14 anni, permise ad entrambi di conoscersi nella più recondita intimità spirituale. Affascinata dall'arte e dalla personalità di Čajkovskij, la facoltosa nobildonna, vedova del magnate delle ferrovie russe Karl von Meck, gli elargì una pensione annua di 6000 rubli, affinché egli potesse comporre la propria musica al riparo da ogni assillo finanziario, sovvenzione che la Meck interruppe bruscamente nel 1990, probabilmente perché infastidita dalle chiacchiere che circolavano sulla natura sessuale del compositore.

Tornando ai primi mesi del 1877, un'altra figura femminile entrò nella vita di Čajkovskij.

Nella primavera di quell'anno, egli ricevette una lettera da una certa Antonina Miljukova, la quale dichiarava di essere stata sua allieva al Conservatorio ed ammetteva che, fin da quel tempo, si era perdutamente innamorata di lui. In un primo momento Čajkovskij non badò alla cosa, tuttavia una seconda galante missiva lo incuriosì. Quindi decise di incontrare la donna. Alla dichiarazione d'amore di Antonina, egli rispose che non avrebbe potuto ricambiarla, tuttavia, se glielo avesse chiesto, l'avrebbe sposata.

Il matrimonio ebbe luogo a Mosca il 18 luglio1877, ma, dopo due-tre settimane, lo sposo era già fuggito a Kamenka a casa della sorella, angosciato dall'avversione fisica nei confronti di Antonina. Costretto a tornare a Mosca dagli obblighi istituzionali del Conservatorio e disperato per la presenza della moglie, Čajkovskij tentò il suicidio; poi, in preda ad un delirante stato psichico, riparò a S. Pietroburgo a casa del fratello Anatol'. Quest'ultimo si recò a Mosca nel tentativo di annullare lo sciagurato matrimonio, ma, visto il nulla di fatto, tornò a S. Pietroburgo ed accompagnò “Pëtr” in un viaggio di due settimane attraverso l'Europa. In questo burrascoso periodo, Čajkovskij ebbe comunque la forza di comporre la Quarta Sinfonia e l'Opera Evgenij Onegin, in 3 atti e 7 quadri, che lo stesso autore volle definire “Scene liriche”. Il primo di questi due lavori, per intensità emotiva e forza drammatica, supera, in assoluto, tutte le altre realizzazioni del grande maestro, compresa la tumultuosa “Francesca da Rimini”. Quanto all' “Evgenij Onegin”, essa rappresenta l'opera migliore di tutta la produzione teatrale del compositore, anche se egli non ebbe una particolare predilezione per il soggetto. Terminata il I° febb. 1878, nei cori di contadini della prima scena già si può notare un nostalgico ritorno al sentimentalismo nazionale.

Furono gli allievi del Conservatorio moscovita ad allestire la prima rappresentazione (mar. 1879), sotto la guida di N. Rubinštejn, In seguito l'“Evgenij Onegin” ebbe una diffusione assai limitata, fino al 1885, quando acquisì quella notorietà che ancor oggi ne fa l'opera teatrale più popolare in Russia.

Le gravi condizioni psichiche, dovute alla drammatica esperienza matrimoniale, costrinsero Čajkovskij a dimettersi dall'Insegnamento in Conservatorio (1879), a mantenersi con la sola risorsa finanziaria, elargita da Nadežda von Meck e i magri introiti dei diritti d'autore, provenienti dal Secondo Concerto per pf. iniziato nell’ottobre 1879.

Per qualche anno Pëtr Il'ič visse in Ucraina a casa della sorella, ma quella residenza, che era stata la culla di tanta fecondità artistica, questa volta si rivelò un arido deserto. In quel periodo egli si limitò, infatti, a mere esercitazioni compositive e al tentativo di scrivere una sonata per pianoforte in stile neoclassico. Solo più tardi, affidandosi alla sua ineccepibile padronanza tecnica, Čajkovskij scrisse lavori di un certo pregio strumentale, come la Serenata per archi del 1880, il Trio con pf., composto per commemorare la morte del vecchio amico e direttore N. Rubinštejn (genn.1881), e le 3 deliziose Suites per Orchestra, svolte in un arco di tempo che va dal 1879 al 1884. Anche la Musica teatrale lo interessò, tuttavia non scaturì fluente come negli anni passati: l'Opera in tre atti Mazeppa, iniziata nel giugno 1881, che seguì la Pulzella di Orleans (25 febb.1881) fu portata a termine quasi due anni dopo (28 apr.1883) e rappresentata contemporaneamente sia Mosca che a S. Pietroburgo (1884).

Per il buon successo ottenuto, nel 1885 lo Zar concesse a Čajkovskij l'onorificenza dell'Ordine di San Vladimiro, e per lui questo evento rappresentò l'inizio di una rinnovata ascesa, anche se le conseguenze del matrimonio continuavano a tormentarlo interiormente. Dal punto di vista artistico e sociale, egli fu eletto direttore della Scuola Musicale Russa moscovita, mentre la sua notorietà cresceva sia in patria che all'estero. Divenuto il più famoso compositore russo vivente, il pieno recupero compositivo l'ottenne con la Sinfonia Manfred, suggerita da Balakirev. Il pervicace capo dei “Cinque” impiegò due anni a convincere Čajkovskij ad intraprendere il lavoro.

Il risultato ottenuto rappresentò l'apoteosi orchestrale del maestro. Il tema del primo movimento, che descrive il personaggio “Manfred”, è di una potenza inaudita e viene lasciato liberamente circolare anche negli altri tre movimenti, come una sorta di “idea fissa” comune. Dopo questo capolavoro, Čajkovskij si riavvicinò al teatro con l'opera La Maliarda, ma il risultato si rivelò mediocre, anche se, fra tanta musica convenzionale, appaiono, in alcuni tratti, spunti musicali di sicuro interesse. La “prima” di quest'Opera fu diretta dall'autore stesso (S. Pietroburgo, T. Marijnskij - I° nov. 1887), che poi si recò in Germania in una trionfale tournée come direttore d'orchestra. A Lipsia conobbe il compositore norvegese Edward Grieg, del quale il maestro russo elogiò alcuni lavori, mentre l'incontro con Brahms non andò oltre i “convenevoli” di circostanza. In seguito, Čajkovskij diresse Concerti in Francia e in Inghilterra, dove venne accolto con i massimi onori. Tornato in patria (apr.1888), iniziò a comporre la Quinta Sinfonia e, quasi contemporaneamente, scrisse l'Ouverture-Fantasia Amleto (terminata in ottobre), nella quale il principe danese viene presentato in una chiave assai diversa da quella shakespeariana.

Negli ultimi anni di vita, il grande compositore russo dedicò il suo impegno al Teatro, concentrando l'energia creativa nel Balletto La bella addormentata, uno dei suoi massimi capolavori, in cui l'azione scenografica del coreografo francese Marius Petipa e le indicazioni librettistiche del principe Ivan A. Vsevoložskij, direttore dei Teatri Imperiali, furono determinanti per l'ottimo successo dell'opera.

Un viaggio a Firenze, nel gennaio 1890, fu l'occasione per la stesura della successiva Opera teatrale La dama di picche, su libretto fornitogli dal fratello Modest Il'ič, il quale apportò sostanziali modifiche per dare più spessore drammatico alla trama originale ideata da Aleksandr S. Puškin.

Si tratta di un'Opera lirica in 3 atti e 7 quadri, in cui la musica, ora a tinte fosche, ora intrisa di pungente sarcasmo, rispecchia pienamente la condizione psicologica di Čajkovskij negli ultimi tempi della sua esistenza.

Rientrato in Russia, ricevette una lettera di Nadežda von Meck, la sua grande mecenate, che esponeva i gravi dissesti finanziari in cui si trovava; di conseguenza, non avrebbe più potuto sovvenzionarlo. In realtà, la causa di questo mancato vitalizio fu dovuto non ad un fallimento finanziario, ma al veto dei figli di “madame” von Meck, fortemente contrariati dalle continue elargizioni che la madre assicurava non solo a Čajkovskij, ma anche ad altri musicisti, tra i quali Nikolai Rubistein e Claude Debussy. Il 1891 iniziò, per il compositore russo, con un progetto di recarsi negli Stati Uniti. Il viaggio ebbe luogo in primavera, durante una memorabile stagione concertistica. In questa trionfale tournée, in qualità di direttore d'orchestra, Čajkovskij presentò al pubblico americano le proprie musiche, suscitando entusiastiche ovazioni; il successo fu purtroppo ottenebrato dalla triste notizia della morte di sua sorella Saša, appresa casualmente sfogliando un giornale.

Rientrato in Europa, ormai all'apice della fama, il grande maestro ricevette ulteriori riconoscimenti: prima fu eletto membro onorario dell'Académie Française (1891); in seguito gli venne conferita la laurea in musica “honoris causa” dall'Università di Cambridge (1893).

Nell'estate del 1891, la commissione di un nuovo lavoro operistico e di un balletto richiamò in patria l'acclamato compositore russo. Per le scene del T. Mariinskij di S. Pietroburgo (18 dic. 1892), fu scelto il soggetto Iolanta, idillio drammatico in un atto, su libretto del fratello Modest Il'ič, tratto dalla Pièce lirica Kong Renés Datter (La figlia di re Renato) di Henrik Hertz, nella trad. di V. Zotov. Questa romantica storia della figlia del re di Provenza, che recupera la vista grazie all'amore di un cavaliere, fu l'ultima opera di Čajkovskij, ed è tra quelle che ottennero maggiori consensi.

Quanto al balletto, la stessa sera della “prima” di Iolanta, debuttò, sempre al “Mariinskij”, Lo Schiaccianoci, per merito di Marius Petipa, che ne elaborò il libretto, a sua volta suggerito dal principe Vsevolojskij.

All'inizio Čajkovskij ebbe qualche dubbio sulla validità del soggetto, tuttavia si lasciò convincere dall'amico coreografo il quale, da grande esperto di teatro che era, seppe trasformare la triste trama del racconto originale Nuss-knacker und Mausekönig (Lo schiaccianoci e il re topo, di Ernst Theodor A. Hoffmann) in uno spettacolo di grande effetto, in cui amore, sogni, divertimenti e prodigi venivano esaltati. La coreografia iniziale fu curata da Lev Ivanov, poiché nel frattempo Petipa si era ammalato, mentre la direzione dell'orchestra fu assunta da Riccardo Drigo.

"Lo Schiaccianoci" è una fiaba nella quale sono presenti soldatini, dolciumi, fiocchi di neve, albero di Natale, fiori danzanti, topi cattivi, incantesimi, principe azzurro e fatina, contenuti che l'hanno fatto diventare un Balletto che incanta i bambini e affascina gli adulti. Per questo motivo è lo spettacolo più rappresentato al mondo, durante le festività natalizie.

Alla morte della sorella, Čajkovskij riversò sul di lei figlio Vladimir L'vovič Davydov (Bob) tutto l'affetto possibile, a lui venne dedicato l'ultimo lavoro musicale del compositore, la Sesta Sinfonia in si min. che l'autore stesso battezzò “Patetica”. Ancora oggi non si conosce la ragione di questo appellativo, né il perché di quella dedica, e neppure la vera natura del rapporto tra zio e nipote, interrogativi che fecero versare fiumi di inchiostro a storici e biografi. La cosa certa è che “Bob” condusse una vita molto dissoluta, dilapidando il congruo lascito dello zio, prima di morire suicida nel 1906, a causa di terribili sofferenze dovute ad una grave malattia.

Ispirata ai conflitti interiori umani, alle loro tribolazioni, che trovano conclusione solo nella morte, la “Patetica” rappresenta il testamento spirituale e artistico del grande maestro, la composizione dove Čajkovskij mostra la sua vera essenza, dalla quale restò soggiogato per quasi tutta la vita. Iniziata nella primavera del 1893, la partitura fu completata in agosto e la prima esecuzione avvenne a S. Pietroburgo il 28 ott. 1893, sotto la sua direzione, alla fine della quale fu sentito dire: “Ho voluto comporre un Requiem per me stesso”. Nove giorni dopo Čajkovskij moriva.

Alle Esequie di Stato, celebrate a S. Pietroburgo, parteciparono circa sessantamila persone; fu attesa anche la presenza dello Zar Alessandro III, ma egli si limitò ad osservare la Cerimonia da una finestra. Quando vide il Feretro allontanarsi tra due ali di folla, alla volta del Cimitero Tichvin, il suo laconico e triste commento fu: “Avevamo un solo Čajkovskij”.

La causa della morte del grande maestro è ormai accertata: si trattò di suicidio. La versione ufficiale dichiara che si trattò di colera, contratto dall'assunzione di acqua infetta; tuttavia, sulla base di altre ricerche biografiche, appare più probabile l'avvelenamento da arsenico, che produce una pressoché identica sintomatologia dell'infezione colerica. Quest'ipotesi è avvalorata anche dal fatto che la Salma fu tenuta esposta due giorni nell'appartamento del fratello Modest, e numerosi personaggi pubblici, recandosi in visita, la omaggiarono con i tradizionali baci dell'estremo Addio, sulla fronte e sulle guance. Comunque stiano i fatti, resta sempre da chiarire il movente che, con ogni probabilità, rimarrà un segreto.

Quanto emerge dalla Produzione musicale di questo compositore è sufficiente a farci comprendere l'instabilità emotiva e la grande sensibilità del suo temperamento: spontaneo, istintivo e razionale al tempo stesso. Al contrario dei colleghi russi a lui contemporanei, Čajkovskij approfondì le sue conoscenze delle opere dei più grandi maestri occidentali, a partire dai prediletti Mozart, Schumann e Bizet; e se qualcuno gli fu alieno (Wagner, Brahms e l'ultimo Beethoven), egli seppe sempre giustificare con competenza e mezzi le motivazioni delle sue scelte. Questo accadde anche per i lavori teatrali che seguirono le impronte della tradizionale scuola operistica italiana e francese, mentre cercò di evitare, a volte senza riuscirvi, gli stilemi dei drammi di Wagner e dei compositori russi d'ispirazione nazionalista.

Grazie alla sua ineccepibile preparazione tecnica e alla sua straordinaria sensibilità musicale, Čajkovskij fu un eccellente orchestratore; egli seppe sfruttare al meglio le possibilità espressive di ogni Sezione dell'orchestra, in particolare quelle degli strumenti a fiato, ricavando impasti e masse sonore originali, raffinate ed inconfondibili.

La sua Produzione è davvero notevole: 10 Opere teatrali; 3 Balletti; 6 Sinfonie; 36 altre Composizioni per sola Orchestra (ouvertures, fantasie sinfoniche, suite, poemi sinfonici, serenate, marce e il Capriccio italiano). Alla musica orchestrale appartengono anche i 3 Concerti per pf., quello per violino in re magg. dedicato all'amico Adolf Brodskij e il Pezzo capriccioso per vcl in si min op. 62.

Più contenuta è la produzione della musica cameristica. Di essa fanno parte 3 Quartetti per archi, il tardivo Sestetto per archi Souvenir de Florence, dedicato alla Società per la Musica da Camera di S. Pietroburgo (1892), e Studi di vario genere.

Riguardo alla Musica pianistica, tra le varie antologie di “morceaux”, sonate, romanze, capricci e fantasie, spiccano Le Stagioni: 12 "Pezzi" caratteristici su epigrafi liriche di vari autori.

Čajkovskij scrisse anche parecchia Musica vocale, sia sacra che, soprattutto, profana. Al primo genere appartengono I “Vespri”; la “Liturgia" di S. Giovanni Crisostomo; 9 Cori liturgici e l'Inno in onore di S. Cirillo e S. Metodio, tutti per Coro a cappella. La Musica vocale profana, di gran lunga più copiosa, è costituita prevalentemente da romanze con accomp. del pf., anche se non manca musica corale sottoforma di cantate e brani di ogni genere per "Coro a cappella". A tutto questo si aggiungono elaborazioni, adattamenti, trascrizioni di opere proprie e di altri compositori.