Per “leggera” si intende tutta quella musica di facile ascolto, nata per essere “consumata”, cioè fruita da un vasto pubblico, attraverso i più efficienti e moderni mezzi di diffusione.
Dal punto di vista strutturale si tratta di canzoni, soprattutto ballabili, ma non per questo secondarie sul piano del valore artistico, rispetto ai generi più impegnati appartenenti al repertorio classico o jazzistico.

Le origini

La musica leggera, come oggi la intendiamo, nacque in Europa e negli Stati Uniti tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.
Le sue origini risalgono ai generi musicali molto diffusi a quel tempo: sono costituiti da canti della tradizione popolare, arie del repertorio operistico e, soprattutto, da romanze: brevi composizioni vocali accompagnate dal pianoforte, i cui contenuti, di carattere ovviamente “romantico”, si ispirarono ai sentimenti amorosi.

Nello stesso periodo, l’invenzione del fonografo di Thomas Edison (1877) rese più accessibile il consumo della musica tra le pareti domestiche in quanto, fino ad allora, essa si rivolgeva ad un pubblico più ristretto ed era eseguita esclusivamente da piccoli gruppi amatoriali (ensemble), appassionati di musica cameristica.

A partire dai primi anni del ‘900 l’evoluzione del fonografo a rullo, perfezionato in quello “a disco”, favorì la nascita di una vera e propria industria discografica che coinvolse un numero sempre maggiore di nuove professioni, come l’esperto in registrazioni, il microfonista, il tecnico del suono, l’analista acustico ecc.

Negli anni venti, con la comparsa della radio, la musica leggera divenne un fenomeno di massa. Il più potente mezzo di comunicazione di quei tempi permise infatti di introdurre nelle abitazioni private programmi dedicati a questo genere musicale, offrendo ai vari cantanti e compositori la possibilità di raggiungere una grande fascia di pubblico e, ad alcuni di essi, di affermarsi a livello mondiale.

In Italia

Nel nostro paese le origini della musica leggera si possono individuare nella romanza cosiddetta “da salotto”, nella canzone napoletana e, in misura minore (data la scarsa qualità), in tutta una serie di canzonette composte dai cantastorie, spesso improvvisate e fatte circolare in occasione di feste e fiere paesane. Anche le arie contribuirono, in un primo momento, alla nascita di questo genere musicale, ma l’intensa fioritura della musica partenopea, prodotta alla fine dell’800, allontanò, di fatto, il genere “leggero” dal repertorio operistico, facendogli assumere una propria distinta fisionomia.

Un autentico capo-scuola in questo ambito fu Francesco Paolo Tosti (1846-1916), autore di brani famosi come Marechiaro, Vorrei morire, Aprile ecc. Fra i suoi contemporanei vanno ricordati i musicisti Eduardo Di Capua, Luigi Denza, Mario Costa e Ruggero Leoncavallo, noto esponente del teatro musicale verista. L’epoca fu anche contrassegnata da poeti di indiscusso valore, come Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Capurro, i quali diedero notevole contributo all’affermazione della canzone napoletana, che si propose, fin da subito, come genere alternativo al repertorio del teatro operistico. I testi da loro elaborati per brani musicali, come ‘O sole mio! (1898-Capurro) e Marechiaro (1903-Di Giacomo), trovano ancora oggi una vasta risonanza a livello mondiale.

L’affermazione della canzone napoletana è dovuta inoltre ad interpreti famosi, come Elvira Donnarumma, Lina Cavalieri, Gennaro Pasquariello e molti altri, che si esibirono in piccoli teatri di varietà e nei numerosi Caffè di Napoli e della provincia, locali adatti a recepire il carattere semplice e spontaneo delle loro canzoni.

Questi artisti, in possesso di grandi capacità canore, erano dotati di talento istintivo e passionale, di innata versatilità teatrale e mimica in grado di dar vita a personaggi caratteristici, che presero il nome di “macchiette”.

Nata a Napoli verso la fine del 1800, la "macchietta" altro non era che una breve rappresentazione scenica di carattere comico, generalmente inserita in uno spettacolo di varietà. Nella sua struttura, a metà strada tra un monologo ed una canzone umoristica, la musica era utilizzata come sottofondo necessario per accompagnare ed evidenziare le battute esilaranti del macchiettista, cioè dell’interprete. All’interno della macchietta, sia il testo sia l’azione scenica e mimica avevano un ruolo predominante sulla parte musicale che, quasi sempre, si presentava sottoforma di brevi interventi cantati.

Il soggetto, in questa forma di spettacolo chiamato “tipo”, veniva regolarmente scelto tra i vari personaggi appartenenti alla società napoletana di quei tempi: lo spaccone, il “tipo” che viveva di espedienti; la mantenuta; il benefattore; il corteggiatore di dame, detto “o’sciupafemmine”; l’uomo politico, il bullo (detto “guappo”) ecc.

Queste “figure” venivano ovviamente presentate in modo caricaturale, esagerando il loro modo di comportarsi, di esprimersi; i caratteri fisici e psicologici erano portati all’esasperazione; le vicende erano impregnate di allusioni, doppi sensi, volgarità, ma anche di battute ironiche, comicità, atteggiamenti ridicoli, stravaganti o paradossali.

La Canzone italiana negli anni Venti, Trenta e Quaranta

Con la diffusione della radio e dei primi grammofoni, avvenuta in Italia all’inizio degli anni ’20, i confini culturali, che delimitavano il consumo musicale entro certe aree urbane e nazionali, vennero abbattuti e cedettero il posto ad una libera circolazione di generi e stili che si diffuse in tutto il mondo.

Questo fenomeno di interscambio artistico-culturale offrì agli italiani la possibilità di ascoltare anche le canzoni straniere e, allo stesso modo, il nostro patrimonio musicale potè essere proposto ed apprezzato all’estero, anche in paesi lontani come le Americhe o l’Australia, dove vivevano numerose comunità di nostri connazionali.

Nei primi anni Trenta, le produzioni di musica leggera si infittirono al punto tale che nel nostro paese nacque la cosiddetta “canzone all’italiana”. Il merito del fenomeno va ad autori di un certo rilievo, come Armando Gill, Gino Franzi, Anna Pappacena, ai quali fecero seguito Cesare Andrea Bixio, Ettore Petrolini, Giovannino D’Anzi, i fiorentini Odoardo Spadaro e Carlo Buti, i quali ottennero grande notorietà durante il periodo fascista.

In quest’epoca di “regime”, i testi delle canzoni presero orientamenti diversi, trasformandosi in veri e propri strumenti di propaganda politica. Ai canti dedicati alla “battaglia del grano”, in cui venivano esaltate le sane e robuste virtù contadine della nazione, vennero affiancate le canzoni inneggianti alla superiorità della razza e quelle dedicate alla donna “fascista”, presentata sia come esempio di virtù morale, sia come “oggetto” di desiderio da parte del “virile” rappresentante del partito.

Non mancarono inoltre compositori che si lasciarono influenzare dalla musica americana: i programmi musicali radiofonici, il cinema (sonoro) gli spettacoli della rivista teatrale, ma soprattutto la musica da ballo, contribuirono in modo decisivo alla diffusione dei ritmi sincopati del jazz e del musical statunitense. 

In Italia le grandi orchestre di Pippo Barzizza, Cinico Angelini, Gorni Kramer, e cantanti famosi come Natalino Otto, Ernesto Bonino, Carlo Benzi e Alberto Rabagliati, portarono un rinnovato vigore, contrapponendosi alla musica leggera di carattere più tradizionale, interpretata da cantanti rimasti fedeli al genere melodico, come Beniamino Gigli, Ferruccio Tagliavini, Gino Bechi e Tito Schipa.

Alla fine degli anni Trenta e agli inizi degli anni Quaranta, la musica leggera italiana si arricchì ulteriormente di nuovi motivi, allegri e spensierati. Mai come in questo periodo le canzoni diventarono autentici inni alla gioia di vivere, al pieno godimento della vita. Molti successi dell’epoca, infatti, avevano titoli come “Vivere”, “Vincere”, “Se vuoi goder la vita”; oltre ai numerosi brani ispirati da sentimenti amorosi ed affettivi, tra i quali “La Canzone dell’amore”, “Mamma”, “Torna piccina mia”, “Bambina innamorata” ecc., ci furono quelli che, velatamente, portarono con i loro testi attacchi al Regime fascista: “Ho un sassolino nella scarpa che mi fa tanto male…”; “Maramao perché sei morto, pane e vin non ti mancavan…” recitavano ironicamente due famose canzoni di quel tempo.

Dal 1943 in poi, fatti storici connessi con la caduta del fascismo, l’occupazione tedesca ed alleata, la resistenza partigiana fecero vivere agli italiani anni drammatici. Le canzoni di questo periodo si divisero in due grandi versanti: da un lato quelle spontanee e coinvolgenti, legate alla lotta partigiana, come “Bella ciao”, “Fischia il vento” ed altre, a volte con i testi nei vari dialetti del Nord. L’altro versante, quello di una Italia liberata dal nazi-fascismo, ebbe in Napoli il Centro creativo della canzone, attraverso le varie forme della sua cultura - canzoni di varietà, da sceneggiata, rivolte ad un popolo che avvertiva il bisogno di divertirsi e di scrollarsi di dosso i molti disagi e i lunghi anni bui della guerra.

Il Dopo-guerra e gli anni Cinquanta

Alla fine del secondo conflitto mondiale, la musica americana, bandita dal regime fascista, si affermò in Italia come sinonimo di libertà, e fu infatti il jazz delle grandi orchestre statunitensi a portare i nuovi ritmi, che caratterizzeranno la futura musica leggera italiana.

L’ingresso di questa musica nel nostro paese non significò tuttavia una sua diffusione di massa, quanto piuttosto un grande incentivo per alcuni giovani musicisti, già attivi in programmi radiofonici, presi dal desiderio di portare nella musica leggera italiana ritmi moderni e nuove sonorità.

Nonostante il successo dei già citati cantanti Otto, Rabagliati e Bonino, e la vasta popolarità di alcune orchestre italiane, che fecero dello “swing” l’arma vincente, l’interesse per le canzoni melodiche “all’italiana” continuò grazie a validi interpreti del “bel canto”, come Oscar Carboni e Narciso Parigi. Ad essi si affiancarono le nuove leve Nilla Pizzi, Achille Togliani, Claudio Villa, Luciano Taioli, Teddy Reno, Gino Latilla e Carla Boni, protagonisti assoluti dei primi Festival di Sanremo.

L’Italia canta il Festival

Il Festival della Canzone Italiana, che ebbe la sua prima edizione a Sanremo nel 1951, fu e continua ad essere la più prestigiosa manifestazione di musica leggera al mondo.

E accadde proprio a Sanremo che, nel 1958, Domenico Modugno, considerato il primo vero cantautore, con la canzone “Nel blu dipinto di blu”, e l’anno seguente con “Piove”, determinò un punto di rottura con gli schemi classici della tradizione canora italiana. Ma Modugno non fu che la punta avanzata di un processo già avviato. Negli anni seguenti, infatti, al “Festival” si imposero cantanti soprannominati ”urlatori”, come Betty Curtis, Mina, Joe Sentieri, Tony Dallara, gli artefici di una nuova moda interpretativa, che sconvolse totalmente il tranquillo e lineare modo di “cantare all’italiana”.

Grazie a costoro, il mondo della canzone visse un periodo di radicali mutamenti tanto da indurre le case discografiche a cercare nuovi personaggi da proporre ad un pubblico giovanile, l’unico in grado di percepire e comprendere le nuove tendenze musicali, le quali, giunte dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra, si stavano diffondendo anche nel nostro paese.

L’ Italia e il sogno americano

Il passaggio dagli anni ’50 ai ’60, caratterizzato dalle influenze della musica americana su quella “leggera” italiana, mise in evidenza un processo innovativo, che si manifestò in ogni ambito sociale del nostro paese. In questi cambiamenti fu determinante il “Boom economico”, che permise alla famiglia media di elevare il proprio tenore di vita, paragonabile a quello dei paesi anglosassoni e degli Stati Uniti.

Questo nuovo benessere generalizzato favorì in modo decisivo l’entrata della televisione nelle case degli italiani; il che non portò solo musica, ma modelli di vita sociale e comportamenti già presenti in altri paesi, tecnicamente più avanzati. L’effetto di questo fenomeno fu dirompente sulle nuove generazioni: da allora il loro modo di pensare, di esprimersi e di agire subì trasformazioni irreversibili anche negli anni a venire.

La rivoluzione degli anni Sessanta

Dal punto di vista musicale, il processo di emancipazione, in atto agli inizi degli anni sessanta, fu largamente dominato da alcune case discografiche, che, consapevoli di queste tendenze legate alle mode e ai gusti americani, si attivarono per creare nuovi personaggi in sintonia con il mondo dei giovani.

Sulla scia di celebrità del rock and roll d’oltre oceano, come Elvis (Aron) Presley, Bill Haley, Little Richard, in Italia si affacciarono alla ribalta nuovi interpreti di questa musica. Ricordiamo Adriano Celentano, Little Tony, Giorgio Gaber, Ghigo ed Enzo Jannacci. Questi personaggi riuscirono, in breve tempo, a far cadere in disuso ballabili da sempre consolidati, come il tango, il valzer , la polca e la mazurca, sostituendoli con il rock and roll, il twist e il boogie-woogie.

In contrasto con gli schemi della melodia italiana, si pose inoltre il bresciano Fausto Leali, per via della sua voce roca ed aggressiva, adatta al genere blues. Iniziata la carriera nel 1962 con lo pseudonimo di Fausto Denis, Leali conobbe il grande successo con i brani “La campagna in città” e soprattutto con “A chi”.

Le influenze americane si faranno sentire anche nel genere melodico-leggero. Jonny Dorelli propose, in quegli anni, uno stile di canto composto e lineare, simile a quello di Frank Sinatra, di Nat kingCole e di Tony Benett: tre grandi interpreti di “standard”, accompagnati dallo swing delle grandi orchestre. Questo fenomeno di modernismo, presente in Italia, coinvolse anche la canzone napoletana e brani celebri, considerati “intoccabili”, come “Nun è peccato”, “Malatia”, “Voce ‘e notte”, trovarono rinnovato vigore nelle interpretazioni di Peppino di Capri, considerato dagli stessi napoletani il primo vero caposcuola della canzone moderna partenopea. Un altro interprete di questo genere è Massimo Ranieri, apprezzato anche come attore e conduttore televisivo.

Un significativo cambiamento di questo periodo riguardò il ruolo del personaggio femminile nel panorama della musica leggera. Anna Maria Mazzini, in arte “Mina”, riuscì ad imporre assieme a Milva, Jula De Palma, Iva Zanicchi e ad Ornella Vanoni, una nuova concezione della cantante italiana.

Le motivazioni furono, ancora una volta, di carattere sociale. A partire dagli anni ’60, l’azione di alcuni movimenti per l’emancipazione della donna produsse i suoi effetti anche all’interno del mondo della canzone.

I testi dei brani interpretati da queste cantanti, in alcuni casi spregiudicati e provocatori, crearono un divario incolmabile con i “sacri” principi di fedeltà all’amore ideale, al matrimonio e alla famiglia, valori ritenuti fondamentali nelle epoche precedenti.

I Cantautori

Prima degli anni ’60, i brani di musica leggera venivano generalmente scritti da compositori assunti da case discografiche e, poi, affidati a cantanti in grado di garantirne il successo.

Questa consolidata procedura, condivisa pienamente da musicisti ed arrangiatori di grande esperienza e capacità, contribuì a stabilire record assoluti di vendite di dischi.

I casi più noti furono quelli di Armando Trovaioli ed Ennio Morricone, oggi famosi in tutto il mondo come autori di colonne sonore ma che, all’epoca di cui parliamo, composero ed arrangiarono parecchie canzoni di successo, interpretate dai più grandi artisti del panorama musicale italiano. In questo periodo, la fortuna della produzione discografica, unita a quella editoriale, consentì a giovani e dinamici imprenditori (primi tra tutti Nanni Ricordi ed Ennio Melis) di investire ingenti capitali per finanziare le idee artistiche di nuovi talenti, a mezza strada tra il musicista ed il poeta. I messaggi di costoro poterono essere percepiti non solo da una ristretta cerchia di intellettuali, ma anche dalla maggior parte di un grosso pubblico che, grazie alla scolarizzazione di massa e all’apporto linguistico della televisione, abbandonò gradualmente i vari dialetti ed adottò l’italiano come lingua nei rapporti interpersonali.

All’interno di questa moderna realtà, nacque agli inizi degli anni ‘60 la figura del cantautore: autore e, al tempo stesso, interprete delle proprie composizioni. Questi personaggi, pur essendo di tendenze artistiche diverse, costituirono un vero e proprio movimento che, partendo dal Nord Italia, grazie ai mezzi di comunicazione e alle varie rassegne di musica leggera, si propagò in tutta la Penisola.

Fra gli appartenenti alla cosiddetta “scuola genovese”, vanno ricordati Umberto Bindi, Gino Paoli, Bruno Lauzi, Luigi Tenco e l’istriano Sergio Endrigo: cantautori che portarono nella canzone italiana nuovi elementi espressivi, a volte esposti con tenerezza, a volte con arrogante anticonformismo, in netta rottura con le tradizioni del passato.

L’Età d’oro del disco

In questo periodo, si verificò in Italia un consumo musicale senza precedenti, sostenuto dal cosiddetto “boom economico”, che favorì un’abbondante produzione di canzoni facilmente orecchiabili con testi dai contenuti spensierati e sentimentali, in aperto contrasto con i brani impegnati dei primi cantautori. Al Festival di Sanremo, che restò sempre la maggior rassegna di musica leggera, si aggiunsero altre manifestazioni canore, come il Cantagiro (1960) una specie di carosello itinerante a tappe giornaliere, per diffondere i successi del momento in tutta la Penisola. Dato l’enorme successo di quest’ultimo, furono organizzati negli anni seguenti altri appuntamenti musicali più o meno dalle stesse caratteristiche: Festival Bar, Un disco per l’Estate, Canzonissima, trasmessi con scadenza settimanale dalla televisione.

In questo gran turbinio musicale venne proposto di tutto. Fra il 1963 e il 1968 intercorsero anni considerati “d’oro” per la canzone italiana; generi vecchi e nuovi convissero in una frenetica gara, che trasformò i brani presentati in immediati successi di vendita.

I nuovi talenti, che diventarono anche i personaggi più famosi, come Gianni Morandi, Bobby Solo, Rita Pavone, Gigliola Cinguetti, Massimo Ranieri, Nicola di Bari, condivisero la loro popolarità sia con le vecchie glorie del passato, che con i primi complessi musicali italiani, emersi sull’onda del grande successo riportato in tutto il mondo dai gruppi inglesi, primi tra tutti dai Beatles e dai Rolling Stones.

I primi Complessi italiani

I complessi italiani, prima del sessantotto, preferivano essere chiamati “beat” e facevano di tutto per assomigliare ai gruppi inglesi ed americani. Il loro massimo impegno consisteva nell’imitare, più o meno apertamente, le sonorità, gli arrangiamenti e i modelli d’Oltre Manica che, sempre più numerosi, si presentavano ad pubblico giovanile attraverso programmi radiofonici. Tra questi uno dei più famosi fu “Bandiera Gialla”, ideato dagli allora disc-jockey Renzo Arbore e Gianni Boncompagni.

In Italia, l’invasione della musica inglese fu talmente grande che venne battezzata “Beatlesmania”, che indusse produttori/impresari ad aprire numerosi locali su tutto il territorio nazionale. A Roma, nel 1965, venne inaugurato il Piper Club, tempio della musica “beat”, in cui si esibirono artisti al loro debutto come Patty Pravo, le sorelle Mia Martini e Loredana Bertè, Renato Zero, i gruppi The Rokes, gli Equipe 84, e complessi famosi stranieri come i Genesis, i Procul Harum, gli Who, i Pink Floyd e molti altri. Ma fu soprattutto Milano il vero centro della “Beatlesmania”. Nel capoluogo lombardo, sede delle più importanti case discografiche ed edizioni musicali, un vero esercito di complessi e cantanti si contese la scena nei vari concerti, quasi sempre trasformati in concorsi musicali. Durante lo svolgimento di queste manifestazioni si imposero i Camaleonti, i Nomadi, i Dik Dik, i New Trolls i Giganti e i Ribelli, gruppo che per alcuni anni accompagnò Adriano Celentano in numerose tournèe italiane ed estere.

I turbolenti anni Settanta

Durante il sessantotto, periodo nel quale ebbe inizio il movimento di contestazione studentesca, ricomparvero modelli di canzoni “impegnate”, tratte dal patrimonio popolare (o comunque ad esso ispirate) in netta opposizione al genere “beat” che aveva furoreggiato negli anni appena trascorsi.

A cantare tali motivi furono studenti ed operai, che si unirono nell’impegno sociale per occupare fabbriche ed università, luoghi simbolo, ai loro occhi, di un potere oramai delegittimato.

In questo clima di protesta, che dagli Stati Uniti si propagò in Francia e successivamente anche in Italia, ogni aspetto sociale divenne politico e la cosiddetta canzone impegnata si trasformò in un formidabile strumento di denuncia.

A questo genere di brani aderirono gruppi di musicisti come il Nuovo Canzoniere Italiano e il Cantacronache, oltre alle cantanti Maria Monti e Laura Betti. Grazie all’impegno di alcuni studiosi del patrimonio popolare, furono allestiti spettacoli di aperta polemica anticonformista come Milanin Milanon e Bella Ciao!

Canzoni distanti da qualunque impegno politico, ma che fecero satira su alcuni problemi sociali, furono quelle di Enzo Jannacci e di Giorgio Gaber, due cantautori molto più vicini al genere cabarettistico che a quello per il pubblico dei grandi concerti.

La nuova Canzone d’autore 

Nei primi anni Settanta, la musica leggera italiana assunse aspetti variegati al punto da non poterla più ricondurre ad un unico stile predominante. I nuovi cantautori vennero identificati non tanto dalle melodie che essi componevano, quanto dalla scelta dei messaggi dei loro testi e, soprattutto, dal modo attraverso il quale erano interpretati.

L’arma vincente fu dunque la personalizzazione delle canzoni che, dal punto di vista strutturale, si presentavano (il più delle volte) come composizioni “libere”, cioè prive di strofe, di ritornelli, con la musica al servizio delle parole.

I nuovi cantautori, che si imposero nel vasto panorama musicale “leggero” italiano, furono Lucio Battisti, i fratelli Eugenio ed Edoardo Bennato, Claudio Baglioni, Riccardo Cocciante, Antonello Venditti, Amedeo Minghi, Lucio Dalla e Renato Zero. Tra i rappresentanti del genere più impegnato occorre anche ricordare Fabrizio De André, Francesco De Gregori, Roberto Vecchioni e, soprattutto, Paolo Conte e Francesco Guccini.

Quest’ultimo, già a metà degli anni Sessanta compose per i Nomadi e per l’Equipe 84 alcune canzoni-ballate di forte contenuto sociale come “Auschwiz” e “Dio è morto”, che furono in un primo tempo censurate dalla Rai, ma trasmesse regolarmente da Radio Vaticana.

I nuovi complessi

In questo periodo, i complessi che continuarono a mantenere viva la tradizione melodico-sentimentale della canzone italiana furono i Pooh, i Ricchi e i Poveri, i Matia Bazar. Ad essi si contrapposero quei gruppi che, grazie ad una maggiore preparazione tecnico-strumentale, furono in grado di seguire l’esempio dato dalle nuove formazioni pop-rock inglesi ed americane, che in Italia già avevano enorme popolarità.

I Pink Floyd, i Cream, Frank Zappa, Jimi Hendrix, i Deep Purple e i Jethro-Tull sono alcuni tra i più significativi gruppi d’importazione che influenzarono i musicisti italiani i quali, a loro volta, si presentarono in formazioni come la Formula Tre, la Premiata Forneria Marconi (P.F.M.) il Banco del Mutuo Soccorso, i Napoli Centrale, gli Area e i Delirium di Ivano Fossati, uno degli autori più rappresentativi del panorama musicale italiano.

Il Liscio

Nel corso degli anni settanta ci fu un improvviso ritorno ad un genere musicale tipicamente italiano: il cosiddetto “liscio”. Nato in Emilia Romagna agli inizi del Novecento, esso si diffuse in tutto il territorio italiano perchè si trattava sostanzialmente di musica da ballo, legata a danze popolari, come il valzer, la mazurca, la polca e il fox-trot.

Questo fenomeno permise ad alcuni complessi, come l’Orchestra Spettacolo di Raul Casadei, di mantenere vivo un patrimonio di musiche popolari, che sembrava definitivamente abbandonato dal pubblico giovanile. Quello che invece si verificò fu un forte interessamento collettivo per questi balli, tanto da indurre numerosi proprietari a trasformare i loro dancing e discoteche in moderne balere.

I “rampanti” anni Ottanta

Sul finire degli anni Settanta, in Italia avvenne un fatto di portata epocale: la nascita delle televisioni private. Queste “emittenti”, sovvenzionate dagli introiti ricavati dalla pubblicità, aprirono nuovi orizzonti sul modo di fare informazione ed offrirono ulteriori possibilità di espansione al mondo dello spettacolo. Accanto al Festival di Sanremo, che stava riemergendo da un lungo periodo di forte crisi e ai vari appuntamenti dedicati alla canzone, dei quali abbiamo già parlato, si affiancarono nuovi programmi musicali riservati ai giovani dove, attraverso classifiche di vendite, venivano proposte le novità musicali del momento.

Tutto questo stimolò la creatività di molti cantautori già affermati e la comparsa di nuove generazioni di musicisti, provenienti dalle più disparate esperienze. Tra essi Franco Battiato, un cantautore siciliano, che passò da un repertorio di canzoni rock provocatorie contro i miti e i valori della società moderna a brani melodici sapientemente elaborati, con i testi ricchi di citazioni ironiche con cui infarcisce i suoi discorsi in musica.

Anche Gianna Nannini iniziò la sua carriera come cantautrice proveniente dal genere rock ; una caratteristica mantenuta fino a tempi recentissimi, che l'ha resa popolarissima anche all’estero.

Tra gli interpreti e i cantautori di questo periodo emergono quattro famosi personaggi, diversi per estrazione e tendenze musicali. Essi sono: Adelmo Fornaciari, Vasco Rossi, Eros Ramazzotti e Lorenzo Cherubini. Il primo, il cui nome d’arte è ”Zucchero” (Sugar), per il timbro di voce e per la sua grande passione nei confronti della musica blues e soul, è autore di un genere di canzoni che sono il frutto di una felice combinazione tra musica “nera” e melodia mediterranea. Grazie a questo connubio, egli è considerato uno dei massimi rappresentanti della musica italiana nel mondo. Decisamente controcorrente con gli schemi classici della canzone, Vasco Rossi utilizza prevalentemente il linguaggio musicale del rock per sostenere i suoi testi, che raccontano, in modo polemico, ironico e provocatorio, piccole e grandi esperienze di vita vissuta.

Totalmente diversa l’impronta artistica di Eros Ramazzotti, ritenuto uno dei maggiori interpreti di canzoni melodiche italiane a livello mondiale. Dotato di una voce squisitamente personale, egli rappresenta, per i giovani, il ragazzo di modesta estrazione sociale, cresciuto nelle borgate romane, il quale ha saputo realizzare le proprie aspirazioni attraverso le sue doti musicali non comuni. Lorenzo Cherubini (in arte Jovanotti ) deve la sua grande popolarità alla musica “rap”, che rappresentò, agli inizi degli anni Ottanta, un fenomeno di massa, soprattutto nelle comunità nere degli Stati Uniti. Proveniente dal mondo dei disc-jockey, Jovanotti ebbe modo di esibirsi come “rapper” nei locali, dove svolgeva la sua professione, raggiungendo il successo discografico nel 1988 con il brano “Gimme five”.

Dagli anni Novanta ai giorni nostri

Tra la fine degli anni Ottanta ed inizi anni Novanta, una nuova compagine di cantanti e cantautori si affacciò alla ribalta nazionale, attraverso varie manifestazioni musicali che il circuito televisivo (pubblico e privato) offrì con regolarità sempre più frequente. Questi appuntamenti a scadenze “ravvicinate”, in realtà, rappresentarono un segnale allarmante del grave dissesto finanziario, in cui versava il mercato discografico, che, a sua volta, reagì proponendo “personaggi nuovi”, allo scopo di replicare i successi commerciali degli anni passati. L’iniziativa si concretizzò con successo attraverso un’intensa operazione promozionale coinvolgendo tutti i mezzi di comunicazione. Giornali, programmi radio-televisivi specializzati, filo-diffusione, discoteche e concerti live assicurarono, così facendo, notorietà e cospicui guadagni ai nuovi paladini della musica italiana e alle case discografiche da cui dipendevano.

La più importante ribalta internazionale, per la maggior parte di questi artisti, fu ancora una volta il Festival di Sanremo, un appuntamento musicale irrinunciabile per ogni cantante che avesse voluto affermarsi nel mondo della musica leggera.

Nel 1988, a tale scopo, Biagio Antonacci partecipò e vinse nella sezione sanremese “Nuove Proposte” con il brano “Voglio vivere in un attimo”; e la stessa cosa accadrà sei anni dopo ad Andrea Bocelli, affetto da cecità dall’età di dodici anni. In breve tempo, questi diventò uno dei cantanti melodici italiani più famosi al mondo, grazie alla sua bellissima voce adatta sia al genere classico sia a quello operistico. Altro partecipante e vincitore nella categoria “esordienti” del “Festival Edizione 1999” è Alex Britti, ottimo chitarrista e musicista di notevole esperienza, che ha collaborato con musicisti stranieri di fama internazionale, come Buddy Miles e Billy Preston. L’elenco dei presenti al periodo sanremese degli anni 2000 prosegue con Gigi D’Alessio, pianista-cantautore di numerosi brani inseriti in “compilation”, diventate in seguito strepitosi successi di vendite sia in Italia che all’estero, dove questo artista ha svolto parecchie tournée.

Anche Francesco Rengia deve gran parte della sua popolarità al più grande Festival della Canzone Italiana; nel 2001, a Sanremo, infatti, con “Raccontami” egli si aggiudicò il Premio della Critica e successivamente, nel 2005, vinse la competizione canora “Sezione Big” con il brano “Angelo”. Dal 2008, questo versatile artista è impegnato in cooperazioni musicali insieme al gruppo sardo i Tazenda.

Tra i numerosi interpreti, debitori del loro successo alla manifestazione canora sanremese, occorre ricordare Tiziano Ferro, il quale visse le sue prime esperienze come cantante di Gospel nel coro di Latina, dove acquisì le tecniche interpretative della musica afro-americana. Nel 1998, dopo due tentativi infruttuosi, si affermò a “Sanremo”, entrando nella rosa dei dodici finalisti.

Tra le interpreti femminili provenienti da “Sanremo Giovani”, Giorgia Todrani, in arte “Giorgia”, è senz’altro la più rappresentativa. Al pari di Mina, essa viene considerata una delle più belle voci presenti nel panorama della musica leggera italiana. Per le sue straordinarie qualità canore ed interpretative (l’estensione della sua voce comprende agevolmente quattro ottave), nel 1995 fu invitata da Luciano Pavarotti al suo programma “Pavarotti & Friends e, qualche tempo dopo, a cantare in Vaticano con Andrea Bocelli, davanti a Papa Giovanni Paolo II.

Un’altra cantante, forse tecnicamente meno impostata di Giorgia, ma, tuttavia, dotata di grandi capacità canore e comunicative, è Laura Pausini, che raggiunse la notorietà con la partecipazione all’edizione “Sanremo 1993”, dopo un’ esperienza non troppo fortunata al Festival di Castrocaro. Da qualche anno questa cantante, autrice anche di numerosi suoi brani, si esibisce in “mega-concerti” negli stadi delle maggiori capitali europee, registrando puntualmente il “tutto esaurito”. Stesso fenomeno di massa si verifica con la personalità artistica di Luciano Ligabue, cantante, chitarrista e compositore, il quale, dopo aver svolto le più disparate professioni (ragioniere, conduttore radiofonico, commerciante e consigliere comunale), fondò negli anni ’80 il suo primo gruppo, gli Orazero, e, a capo di esso, partecipò ad un concorso “rock”, organizzato nel 1987 in provincia di Reggio Emilia. Scoperto l’anno seguente da Pierangelo Bertoli, per incidere il suo primo album 33 giri, Ligabue si avvalse di un nuovo gruppo: i Clan Destino, con il quale inizierà una folgorante carriera costellata di successi sempre più importanti, che lo faranno diventare una grande “Rock-Star”, famosa in tutto il mondo.

Di minor impatto scenico, ma altrettanto efficaci nel conquistare vette di classifiche discografiche, sono i cantanti Cesare Cremonini e Max Pezzali. Il primo, fondatore del gruppo i Lùnapop, raggiunse il successo nell’anno 2000 con il brano “50 Special” e con l’album “… Squerez?”. Nel 2002, dopo aver lasciato il gruppo, Cremonini ha intrapreso l’attività di cantante solista nell’impegnativo “ Tour” teatrale, con la London Telefilmonic Orchestra, composta da circa quaranta elementi. Alquanto simile è la carriera artistica di Max Pezzali, leader del gruppo 883, da lui fondato insieme al compagno di liceo Mauro Repetto.

Guidati dal produttore Claudio Cecchetto, i due si presentarono al Festival di Castrocaro del 1991 e, in quella occasione, pur non vincendo, ebbero comunque modo di farsi notare. L’anno successivo, con l’album “Hanno ucciso l’Uomo Ragno”, gli 883 diventarono improvvisamente un fenomeno di costume, durato fino al momento della loro separazione, avvenuta nel 1995. Da allora, dopo alcuni tentativi di ricostruire un gruppo, Max Pezzali continua ad esibirsi come singolo cantante in concerti e in vari programmi televisivi.

Per quanto riguarda i gruppi musicali che hanno conosciuto il successo in questo ultimo ventennio, tra i più importanti occorre ricordare gli Stadio di area bolognese; nati nel 1977 come gruppo accompagnatore di Lucio Dalla, in seguito, questa formazione si è resa indipendente, grazie al successo di alcune loro canzoni improntate sul genere rock.

Un altro gruppo, considerato da pubblico e critica tra i più interessanti della scena italiana, è quello di Elio e le Storie Tese, fondato nel 1980 dal suo leader-cantante Stefano Belisari (in arte Elio). Questa originale e stravagante formazione milanese si propose, fin dagli esordi, come gruppo d’avanguardia, la cui produzione discografica viene attinta (per quanto riguarda lo stile), da generi musicali diversi, soprattutto “rock” e quelli dai contorni surreali e cabarettistici. Apprezzati da un pubblico prevalentemente giovane, gli Elio e le Storie Tese ebbero modo di farsi conoscere a livello internazionale, quando parteciparono al Festival di Sanremo 1996, con il brano La terra dei cachi.

Gli Zero Assoluto sono un “duo” romano appartenente all’ultima generazione musicale, i cui componenti (Thomas De Gasperi e Matteo Maffucci) si conobbero sui banchi del liceo. Il loro esordio ebbe luogo a Roma, nel 1999, con il brano Ultimo Capodanno. Da allora, la maggior parte delle canzoni di questa giovane formazione ha riscosso successi paragonabili a quelli delle più rinomate “vedettes” internazionali, nonostante la situazione generale del mercato discografico, per varie cause, sia da qualche tempo decisamente peggiorata.

Il confronto tra l’ultimo decennio del secolo scorso e gli anni Duemila non porta a sostanziali rinnovamenti per quanto attiene ai personaggi e alle idee musicali. I principali esponenti della musica leggera, nella maggior parte dei casi, non sono cambiati: essi si sono tuttavia “rigenerati”, al fine di contendersi ciò che ancora rimane di un mercato discografico in costante affanno. La causa di questo fenomeno è sostanzialmente dovuta alle varie possibilità di riproduzione musicale “domestica”, che l’attuale tecnologia consente attraverso masterizzatori, siti internet specializzati ecc. e, non ultima ragione, alla “pirateria musicale”, cioè alla vendita illegale, a prezzi irrisori, di CD e DVD contraffatti.

Completamente opposta è, la situazione della musica “Live”, quella dei concerti “dal vivo”, che riesce a radunare folle oceaniche di giovani attorno ai loro beniamini. Probabilmente, il vero cambiamento di costume nei confronti della musica leggera consiste proprio in questo modo di partecipare, vissuto in prima persona, con motivazioni psicologiche nuove, per le quali quello che conta è poter dire: “Io c’ero, ho vissuto quell’evento…sono anche apparso in televisione!”. Questo esserci “per esserci” e non “per ascoltare” è conseguenza di molti problemi socio-culturali irrisolti, in parte dovuti alla carenza di idee musicali che induce molti artisti, anche famosi, ad attingere dai vari repertori i brani più noti e riproporli con sonorità ed arrangiamenti nuovi.

Per quanto riguarda la Canzone d’autore, essa tende, oggi più che mai, ad identificarsi con la personalità dell’autore stesso. In altre parole, la musica leggera non vive più una propria autonomia fondata sul valore artistico, ma, in molti casi, essa viene adattata, confezionata in prodotti commerciali “videos”, dove l’effetto “immagine” assume il ruolo più importante.