In tutte le civiltà, presso ogni popolo, la musica ha costantemente subito le influenze delle tradizioni e dei luoghi dove essa nacque, si sviluppò. In essa gli strumenti musicali hanno avuto un ruolo predominante. Dalle loro caratteristiche, infatti, è dipesa l’evoluzione della musica nelle varie culture, compresa quella a cui noi apparteniamo. Nell’Antica Grecia, ad esempio, gran parte della teoria musicale (quella riguardante le scale), fondò i suoi principi sulla successione di suoni, che i primi e rudimentali strumenti riuscivano a produrre. Più tardi, quando le melodie diventarono un patrimonio sociale, teorici e matematici giustificarono i “sistemi” musicali con regole e leggi, riguardanti la natura fisica del suono.
In altri continenti della Terra, vi sono tutt’ora civiltà ove la musica non si è sviluppata attraverso un rigore teorico, come è avvenuto nel mondo occidentale: in Africa, in Sud-America, in tutto l’Oriente e in Oceania, i linguaggi e le pratiche musicali legati alla tradizione si sono caratterizzati, in maggior misura, per i loro tipi di scale, armonie, ritmi e per gli strumenti utilizzati.
Scale e armonie
In generale, le scale musicali sono costituite da una successione di suoni, disposti a distanze variabili all’interno di un intervallo d’ottava.
Alcune di esse fanno parte di “sistemi”, come la scala di modo maggiore e di modo minore, del nostro sistema tonale. Altre invece provengono da culture lontane, sia geograficamente sia culturalmente, e danno vita ad una musica completamente diversa da quella che siamo abituati ad ascoltare.
Dalla struttura di queste scale è possibile risalire alla civiltà d’appartenenza: quelle che si trovano alla base della musica slava, ad esempio, hanno, per conformazione e numero di suoni, origine dai “modi” dell’Antica Grecia.
Assai caratteristiche sono le scale appartenenti alla musica del mondo islamico, le quali, a secondo delle regioni, assumono strutture molto differenti, per via dei microtoni che le compongono, quegli intervalli più piccoli del semitono, difficilmente percepibili da noi “occidentali”, abituati alla musica tonale. Tra i popoli dell’Estremo Oriente vengono largamente impiegate scale musicali differenti per numero di suoni ed intervalli. Lo dimostrano, ad esempio, le “pentatoniche” ed “esatoniche”, formate rispettivamente da cinque e sei suoni, che conferiscono alla musica quell' inconfondibile carattere esotico, introdotto in Europa dai compositori impressionisti del primo Novecento, come Claude Debussy, Maurice Ravel, Paul Dukas, ed altri ancora.
Allo stessa stregua delle scale, anche l’armonia della musica extraeuropea varia a secondo delle culture prese in esame. Il modo di sostenere armonicamente le melodie, appartenenti ai vari gruppi etnici è, infatti, molto diverso poichè, generalmente, non si fonda su regole precise universalmente accettate, come accade da noi, ma viene spesso interpretato seguendo i principi della tradizione di una specifica area geografica.
Ritmi, strumenti e funzioni sociali
Anche i ritmi e gli strumenti, impiegati nelle musiche delle varie culture, risultano assai differenti tra loro. Per quanto riguarda i primi, essi vengono considerati, dalla maggior parte delle popolazioni extraeuropee, una componente fondamentale che, il più delle volte, assume un ruolo primario rispetto all’impianto melodico. Tutto ciò avviene, principalmente, nei territori dell’Africa sub-sahariana, in America Latina e in alcune regioni tropicali asiatiche, dove si è manifestato un grande sviluppo delle poliritmie, la sovrapposizione di ritmi diversi, eseguite da un’ampia varietà di strumenti a percussione. Questi ultimi, pur avendo le stesse caratteristiche di quelli impiegati nella musica occidentale, presentano notevoli differenze di forma, materiale e funzione sociale.
La musica eseguita da questi popoli lontani, infatti, non sempre è considerata un fattore artistico, ma, il più delle volte, un elemento socializzante, utile a riconoscersi in un gruppo etnico, in una collettività dalle origini comuni.
Un’altra funzione che la musica esercita presso gran parte delle civiltà extraeuropee tecnologicamente meno evolute, è quella di evocare, attraverso riti magici propiziatori, l’attenzione benevola delle divinità affinché favoriscano una copiosa battuta di caccia, un abbondante raccolto o l’allontanamento di malattie e sventure. L’autorità religiosa, interprete di queste pratiche svolte all’interno della tribù, è lo sciamano. Trascinato da una musica percussiva, ossessionante, eseguita dai partecipanti al rito, lo sciamano, detto più comunemente “stregone”, entra in un stato di esaltazione (“trance”) per comunicare con gli spiriti dei defunti, diagnosticare malattie o presagire accadimenti futuri. Nelle varie regioni indiane e in Tibet, infine, la musica svolge funzioni collegate ad una rigida preparazione spirituale, finalizzata ad armonizzare il proprio essere, la propria anima, con il creato circostante.
La Musica africana
In Africa, la varietà di musiche è talmente grande che diventa impossibile considerare la musica africana un fattore unitario. Tuttavia, gli stili musicali esistenti in questo immenso continente presentano, pur nelle loro diversità, un cospicuo numero di tratti comuni. Uno di essi, forse il più ricorrente, è la ripetizione costante di specifici moduli ritmici, sui quali il “solista” ha modo di sviluppare le sue variazioni melodiche, quasi sempre improvvisate. Un’altra caratteristica comune della musica “afro” è la forma dialogata, cioè l’intervento alternato di voci, strumenti, battiti di mani e piedi durante un’esecuzione. Detta forma, esercitata soprattutto tra le popolazioni dell’Africa sub-sahariana occidentale, risultò di fondamentale importanza per lo sviluppo del jazz e di gran parte della musica caraibica, generi nei quali la pratica più diffusa, in origine, fu quella della “chiamata e risposta” (call and reponse), che consisteva nell’esposizione di una breve ed estemporanea linea melodica, cantata da un solista, contrapposta alla ripetizione di un ritornello, sempre uguale, eseguito dai partecipanti di un coro.
Prima di esaminare i diversi aspetti e le caratteristiche che la musica assume nelle varie regioni africane, occorre ricordare quanto abbiano influito, sulla tradizione e sulle nuove generazioni, i moti di indipendenza e la nascita di nuovi Stati. Qui si vuole fare riferimento agli accadimenti politici, coincidenti con le significative trasformazioni sociali, dovute al progresso tecnologico e all’acquisizione di generi musicali di tipo urbano, provenienti dal mondo occidentale.
Africa del Nord e Medio Oriente
La musica eseguita nelle regioni sahariane, assai diffusa in diverse nazioni, è prevalentemente influenzata dalla cultura araba. Se a questa vasta area geografica aggiungiamo il vicino Medio Oriente, vediamo quest’arte discendere da tre grandi scuole tradizionali: la Magrebina (Marocco, Algeria, Libia), la Siro-Egiziana (Egitto, Siria, Libano, Giordania, Palestina), e la Irachena ( Iraq, Arabia Saudita, Emirati Arabi ed alcune regioni delloYemen).
A queste tre scuole è possibile associarne una quarta, definita Arabo-africana, originaria del Sudan e della Mauritania. Nonostante queste diversificazioni, la musica nord-africana e quella medio-orientale posseggono caratteristiche strutturali e funzioni sociali pressoché identiche, dovute ad una forte adesione di questi popoli alla religione islamica e all’adozione della lingua araba.
Quasi sempre tramandata oralmente, in una grande varietà di dialetti, questa musica, conosciuta sommariamente con il nome di musica araba, è strutturata sui modelli di scale modali, dette “maqamat”, nelle quali l’intervallo di ottava è diviso in ventiquattro suoni equidistanti un quarto di tono.
Tuttavia, trattandosi di scale eptafoniche, cioè composte da sette gradi principali, la distanza intervallare tra questi ultimi risulta estremamente varia e permette di ottenere più di settanta scale differenti, subordinate a regole musicali stabilite dalle tradizioni di ogni singola etnia.
Alquanto diversa è la musica israeliana, che si distingue da quella araba per via del carattere cosmopolita, assunto nei vari paesi dove gli ebrei sono vissuti a lungo. L’unico punto in comune è rappresentato dalla funzione che la musica possiede in queste due differenti culture. Quasi sempre appartenente al genere vocale, essa svolge, in entrambi i casi, l’importante compito di esaltare i contenuti dei testi poetici, attraverso melodie ricche di fioriture ed abbellimenti, spesso improvvisate secondo il gusto e la sensibilità dell’esecutore.
Musica sub-sahariana
Anche nelle società tribali del Centro-Africa, la musica, unita alla parola e alla danza, svolge importanti funzioni. Ancor’oggi essa viene utilizzata per trasmettere valori e conoscenze, per celebrare riti e cerimonie, secondo le regole della tradizione. In Uganda, Ruanda e nel confinante Congo, i Griot (musici di professione) narrano, da tempi immemorabili, la storia di antiche dinastie con canti e musiche. In Nigeria, presso gli Yoruba, è usanza rendere ufficiale le dimissioni di un capo tribù, attraverso l’uso di particolari tamburi detti ”parlanti”, così chiamati per il loro suono, che ricorda vagamente il timbro della voce umana. La musica di queste popolazioni svolge un ruolo importante non soltanto per la comunità, ma anche nella vita di ogni singolo individuo. All’interno di queste società primitive, viene fatto largo uso di ninne nanne, nenie infantili, canti e musiche eseguite nei matrimoni, al seguito dei funerali e durante i riti di iniziazione, attraverso i quali i giovani maschi entrano a far parte della tribù in qualità di guerrieri. La musica viene, inoltre, praticata in tutte le attività quotidiane, in particolar modo per accompagnare il canto, la cui scansione ritmica è considerata una componente indispensabile per l’organizzazione del lavoro collettivo.
Tra le culture centro-africane, sono molto diffuse le formazioni musicali, dove prevale un’ampia varietà di strumenti a percussione. In questi gruppi, composti da un numero variabile di elementi, ogni esecutore produce, con il proprio strumento, suoni di altezze e timbri diversi, utilizzando tecniche particolari, tramandate da generazioni.
In Sud-Africa, infine, si sono avuti particolari sviluppi all’interno della musica vocale, soprattutto se eseguita coralmente, che dà vita, in tal modo, ad un ricco intreccio polifonico con assiemi di trombe e flauti.
Gli strumenti
La musica africana, nel suo insieme, utilizza un’ampia varietà di strumenti, tra i quali prevalgono quelli a percussione, primo fra tutti il tamburo, presente in varie forme e dimensioni: da quelli “a caldaia” e “a calice”, con il corpo in ceramica, come il tbilat e l’agouala, tipici del Marocco, al riqq-daff egiziano, un tamburello munito di sonagli posti su una cornice di legno finemente decorata, provvisto di una sola membrana ricavata dalla pelle di squalo. Sempre dal Nord-Africa provengono anche la darabukka e il bandir o bendir, tipici “membranofoni”, impiegati nella musica libica e tunisina. Ma è nelle culture sub-sahariane e nell’Africa meridionale che la maggior parte degli strumenti a percussione trae le proprie origini. Nelle società tribali di queste regioni troviamo un considerevole assortimento di tamburi a forma di calice, di clessidra, muniti di una o due pelli, tese da rudimentali tiranti di corda o di cuoio intrecciati. Oltre a questi strumenti, esistono anche particolari tamburi, provvisti di lamine di metallo forate, dove sono inseriti anelli che, vibrando, fungono da risuonatori. Una particolare menzione va fatta per i cosiddetti “tamburi parlanti”. Si tratta di strumenti dal corpo in legno, a forma di clessidra, sulle cui estremità sono collocate due membrane, tese da corde disposte longitudinalmente. Lo strumento viene posizionato sotto l’ascella dell’esecutore il quale, esercitando una pressione sui tiranti con il braccio, modifica la tensione delle pelli e, di conseguenza, la loro intonazione.
Un tipico “membranofono”, originario della Repubblica del Congo, è il tamburo “a frizione”, utilizzato normalmente durante le cerimonie funebri. Lo strumento è costituito da un corpo di legno cilindrico, sormontato da una pelle tesa, nel cui centro è presente un foro, in cui viene fatta scorrere una bacchetta di bambù. Questa azione produce alcuni effetti sonori caratteristici, che variano a seconda dell’inclinazione del bastoncino.
Altri strumenti a percussione, presenti nel continente africano, sono i vasi di creta, le zucche essiccate e tutta una vasta gamma di “idiofoni”, a suono determinato, come gli xilofoni, i gong, i tubi sonori, le varie campane, campanelli e sonagli. Una menzione particolare va fatta per alcuni tipi di sanze, meglio conosciute, data la loro capillare diffusione, con i nomi di mbira, obudongo e likembe. Si tratta di strumenti composti di tavolette in legno, più o meno sottili, dotate di casse di risonanza, sulle quali, in tempi passati, venivano applicate lamelle di bambù, sostituite in seguito da quelle in metallo; la loro intonazione è prevalentemente basata sulla scala pentafonica. Un altro “idiofono”, alquanto utilizzato nell’Africa nera occidentale, è il balafon, conosciuto anche con il nome di marimba. Esso è composto da tavolette di legno duro ed elastico (bosso o acero) di diverso spessore e lunghezza, disposte in successione orizzontale e variamente intonate. Percosso con piccoli mazzuoli di legno o, in particolari casi, suonato con le mani, il balafon è stato importato e diffuso in America Centrale dagli schiavi neri diventando, come nel caso del Guatemala, lo strumento nazionale.
Tra gli strumenti a corda, l’arco musicale è senza dubbio il più primitivo e diffuso; simile all’arco da caccia, esso è costituito da una corda tesa tra le due estremità di un’asta flessibile in legno. Variando la curvatura di quest’ultima, cambia il grado di tensione della corda e quindi anche il suono, dovuto dal pizzicamento con le dita, con un plettro, o dallo sfregamento di un archetto dentellato. Tra i vari “cordofoni”, presenti sul territorio africano, troviamo il rabab, strumento a due corde, notevolmente più evoluto dell’arco musicale, ricavato da un unico pezzo di legno. Secondo alcuni studiosi di musica etnica, esso sarebbe l’antenato del nostro violino. Per ottenere il suono, le due corde, intonate ad un intervallo di quinta, vengono sfregate da un archetto ricurvo, oppure pizzicate. Un altro “cordofono”, molto diffuso in Africa e in tutto il Medio Oriente, è il liuto di derivazione araba. Altri “cordofoni”, utilizzati in questo smisurato continente, sono i vari modelli di arpe, lire e la kora, strumento a 21 corde, dal suono che ricorda quello della chitarra. Munita di una cassa di risonanza, ottenuta da una mezza zucca vuota, la kora è lo strumento preferito dai griots ugandesi i quali, in tempi passati, oltre a svolgere funzioni musicali, avevano il prestigioso compito di custodire e tramandare i costumi e le tradizioni della comunità.
Flauti, trombe, oboi e una serie infinita di pifferi e zufoli costituiscono il corpo principale degli strumenti a fiato africani. Alla stregua dei “cordofoni”, che hanno l’arco musicale come loro progenitore, questi “aerofoni” derivano dalle grandi conchiglie marine e dalle corna di animali.
Da questi elementi naturali risalgono, infatti, i primi esemplari di flauti e trombe in uso nelle culture primitive africane. Solo in tempi posteriori, gli strumenti “a soffio” furono costruiti provvisti di imboccatura (a becco, ad ancia semplice e doppia) e di fori, attraverso i quali poter modificare i suoni, dando così vita a rudimentali scale musicali. L’aerofono più antico del continente africano è il ney o nägh, un flauto ricavato dalla canna di papiro, risalente all’Egitto arcaico, munito di sei fori e un “labium” (spigolo sul quale si infrange il flusso d’aria), che genera il suono primario. Dal ney, deriva tutta una serie di flauti e oboi, come lo zurna, una specie di oboe, e lo zummara, una sorta di clarinetto dalle corte canne doppie forate, ancor oggi in uso nella musica folcloristica dei paesi arabo-islamici. In questo contesto viene ricordato anche l’arghul, altra specie di clarinetto doppio il quale, a differenza del precedente, è dotato di una canna senza fori, molto più lunga dell’altra (forata) che, emettendo un suono fisso (detto bordone), sostiene la linea melodica. Nelle regioni sahariane, con il termine di al-ghaita o al-gaida, viene, inoltre, definito un oboe (strumento ad ancia doppia), con un numero variabili di fori, utilizzato, in modo particolare, nella musica folcloristica del Marocco.
Presso le popolazioni dell’Africa centrale e meridionale, oltre ai vari zufoli, fischietti, flauti semplici e doppi, sono molto diffuse le trombe, un tempo ricavate dalle ossa e dalle corna dei bovini; oggi, costruite prevalentemente in legno e, quelle di maggior pregio, in metallo o in avorio.
La Musica asiatica
Estremo Oriente In Cina
Nell’antica Cina, la musica era considerata elemento destinato all’educazione giovanile.
Le sue origini, come disciplina, vengono fatte risalire al 2600 a.C, periodo nel quale l’imperatore Houang-ti affidò al suo primo ministro Ling-luen (nome che significa “colui che dà le regole alla musica”) il compito di creare un sistema musicale. Egli prese, allora, una canna di bambù lunga 24 cm. (numero altamente simbolico) e il suono, che ottenne da essa, lo considerò il suono fondamentale da cui iniziare il suo sistema. Dopo di che, tagliò altre undici canne a diverse lunghezze, in modo che i loro suoni risultassero in progressione di intervalli di quinta. Con questa operazione, Ling-luen ottenne gli undici “lü o liù” (suoni) che, aggiunti al suono fondamentale (chiamato houang-tchon, letteralm. la campana gialla), diede vita al sistema musicale ancor oggi in vigore. Da quel che ci è dato a sapere, non esistono prove certe di questo episodio; anzi è probabile che esso sia frutto di una leggenda popolare. La cosa certa, poiché motivata da fonti storiche, è che la musica cinese, al pari di quella di altre civiltà antiche, fu strettamente legata a fenomeni di natura cosmica, come il movimento dei pianeti e la posizione assunta dalle stelle nell’universo. Proprio da queste osservazioni astronomiche vennero ricavati, più di quattromila anni fa, i rapporti matematici che intercorrono tra i liù della scala pentatonica (a cinque suoni). Più tardi, verso il 1000 a.C., con l’aggiunta di due nuovi liù “biangong e bianzi” (bian = mutare), detta scala venne trasformata in eptafonica (a sette suoni). Ciò nonostante, la scala pentafonica restò sempre la più importante, tanto che, partendo da ciascuno dei suoi suoni, si ottengono, almeno in senso teorico, i sessanta tipi di scale appartenenti al sistema musicale cinese. Nell’Antica Cina, la musica, unita alla danza, fu largamente impiegata nei cerimoniali religiosi e nelle varie occasioni sociali sia pubbliche che private, ed era opinione comune che essa potesse influire sui comportamenti individuali e che avesse forti poteri terapeutici.
Nel Memoriale dei riti sacri, si afferma che “la musica nasce dal cuore dell’uomo e ad essa obbedisce l’equilibrio dello spirito e dell’intero corpo”. Anche dal punto di vista sociale essa svolge un ruolo molto importante, un noto proverbio cinese dice infatti: “Quando vuoi sapere se un Paese è ben governato, ascolta la sua musica”.
Gli strumenti della tradizione
Alcuni strumenti musicali cinesi hanno una storia di oltre tremila anni. La loro classificazione, a differenza dei nostri, avviene secondo il materiale con cui essi sono costruiti (legno, argilla, metallo, pelle, e così via). Volendo identificarli utilizzando i nostri parametri, cioè per il modo con il quale producono il suono, si hanno quelli a corda. L’erhu, una specie di violino a due corde, con cassa di risonanza costruita in legno di sandalo rosso, è solitamente ricoperta da una pelle di serpente. Esso viene suonato utilizzando un archetto diritto, simile a quello del nostro violino. Alquanto simili all’erhu, ma di dimensioni diverse, sono lo jiengu, lo sihu e il banhu. Tra i cordofoni a pizzico, molto diffuso è il pipa, una sorta di liuto a quattro corde, che ricorda il modello europeo di epoca rinascimentale.
Tra gli strumenti a fiato, occorre ricordare lo xiao, appartenente alla famiglia dei flauti diritti in bambù, il dizi, un flauto traverso molto conosciuto, poiché venne impiegato, per molto tempo, nell’Opera di Pechino. Questa è una forma di opera teatrale sviluppatasi a partire dal XVIII secolo e giunta a noi attraverso profonde trasformazioni. Infine lo sheng, un organetto formato da un numero variabile di canne di bambù (da 14 a 24), forate e di diversa lunghezza, che ricevono l’aria da un serbatoio in metallo, alla stessa stregua di una cornamusa.
I più antichi e diffusi strumenti cinesi sono, tuttavia, quelli a percussione. Tra essi vanno menzionati il ban, lo strumento che scandisce il tempo nelle orchestre tradizionali, formato da tre pezzi di legno duro, molto simile alle nostre castagnette; lo xiagu, un piccolo tamburo composto da alcuni cerchi di legno, ricoperti da pelle di maiale e che, in determinati momenti, sostituisce il ban alla scansione del ritmo primario in orchestra; il dagu, infine, è il “grande tamburo”, ricoperto da una pelle di toro, utilizzato per creare particolari stati di tensione drammatica, all’interno di una esecuzione. Oltre ai vari tamburi, la musica tradizionale cinese si avvale di un numero imprecisato di piatti metallici, gong, tam-tam, campane, campanelli e varie specie di carillons.
La musica tradizionale giapponese
Prima dell’introduzione della musica europea in Giappone, avvenuta nel XVIII secolo attraverso i missionari cristiani, la tradizione musicale giapponese era influenzata unicamente da generi musicali provenienti dalla vicina civiltà cinese. Il più importante di essi è, tuttora, il Gagaku, la cui musica elegante, raffinata, viene eseguita da secoli nei palazzi imperiali durante feste e cerimonie. Il Gigaku, al contrario, è un genere musicale impiegato nelle manifestazioni popolari, durante pittoresche processioni mascherate, quasi sempre accompagnate da giochi acrobatici ed esibizioni di pantomime comiche. Non tutta la musica tradizionale giapponese deriva dall’antica Cina: l’Asuma Asobi è una musica accompagnata da canti e danze, praticata nelle celebrazioni annuali shintoiste, facenti parte della religione di Stato. Nonostante abbia una ricca tradizione musicale, il Giappone è stato uno dei primi paesi asiatici ad assorbire la musica del mondo occidentale, un fenomeno che si è evoluto negli ultimi cento anni, durante i quali intere generazioni hanno abbandonato, progressivamente, il culto delle antiche usanze. I primi sintomi di questo inarrestabile processo ebbero inizio verso la metà del 1800, periodo in cui si affermò la shoka, un genere musicale nato per facilitare la diffusione della musica europea nelle scuole giapponesi. Più tardi, nel 1914, il compositore nipponico Nakayama Shimpei scrisse la canzone “Kachûsha no uta”, che ebbe enorme successo perché inserita nel lavoro teatrale “Resurrezione”, tratto dall’omonimo romanzo di Lev Tolstoj. Questo brano, in chiaro stile europeo, fu una delle prime incisioni musicali effettuate in Giappone. Dagli anni cinquanta ai giorni nostri, come ormai accade in tutte le culture extraeuropee, la musica giapponese si articola su due grandi versanti: quello moderno-leggero, interpretato da giovani artisti di grande successo (come Ayumi Hamasaki, Namie Amuro, Koda Kumi ed altri ancora), e il genere che rispecchia la tradizione, il quale, oltre a rappresentare la musica colta, raggruppa il repertorio folclorico, inserito in tutte le manifestazioni sociali. Si tratta di canzoni di arti e mestieri, adatte al matrimonio, ai funerali, canzoni per l’infanzia e numerose altre. Un altro genere musicale, apparso di recente in questo paese, è quello dei cartoons e dei videogiochi. All’inizio, questo nuovo ed importante settore dell’intrattenimento trovò grandi difficoltà a reperire musiche idonee all’azione delle immagini. Più tardi, il progresso tecnologico mise a disposizione dei musicisti schede e programmi “audio” sufficientemente avanzati, tali da permettere la realizzazione di commenti musicali ad altissima fedeltà sonora. Si venne così a creare un mercato che fece aumentare, in modo straordinario, il numero di compositori specializzati in musica per videogames, tanto che il Giappone si pose all’avanguardia in questo genere di attività.
Uno dei migliori compositori di colonne sonore destinate ai videogiochi e agli “anima” (i cartoons giapponesi) è Nobuo Vematsu, famoso autore di arrangiamenti che hanno coinvolto intere orchestre sinfoniche.
Gli strumenti
La musica giapponese viene eseguita con strumenti tradizionali. Tra essi, i più importanti sono quelli “a corda”, come lo shamisen, un “cordofono” dal lungo manico e cassa rotondeggiante ricoperta, il più delle volte, da una pelle di serpente; per produrre il suono, le sue tre corde vengono pizzicate con le dita. Con il termine biwa i giapponesi indicano una serie di strumenti di diverse dimensioni, alquanto simili al liuto europeo; essi sono provvisti di un manico più o meno lungo (a seconda dei modelli), dotato di “capotasti” e di una cassa armonica piriforme. Importato dalla Cina, verso l’VIII secolo, il biwa viene utilizzato nella musica vocale sia per accompagnare il canto, sia per creare un sottofondo durante la recitazione di testi poetici. Assai diverso da questi è il koto: un “cordofono” dotato di una grande cassa armonica (lunga circa due metri), disposta orizzontalmente, sulla quale sono collocate tredici corde tese di uguale diametro, sostenute da altrettanti ponticelli mobili. Facendoli scorrere in apposite guide, l’esecutore ottiene i suoni desiderati. Il koto viene suonato pizzicando le corde tramite tre plettri, fissati sul pollice, indice e medio della mano destra, mentre quella sinistra si occupa dello spostamento dei ponticelli.
Negli strumenti “a fiato”, oltre ad una nutrita serie di flauti, troviamo lo sho, un particolare “aerofono” ad ancia libera, formato da un fascio di canne in bambù, tagliate a diversa lunghezza; esso viene associato allo shen cinese, dal quale probabilmente deriva. Tra le varie “percussioni”, il taikoo (o anche daikoo), è senza dubbio il più diffuso; esso è il “grande tamburo” a forma di botte, che i percussionisti giapponesi suonano con due mazze di legno. Esisono taikoo in svariate dimensioni, utilizzati nella musica popolare e religiosa fino agli inizi del ‘900. Solo negli ultimi decenni, essi sono ricomparsi in spettacoli pubblici, che hanno fatto conoscere questa secolare tecnica percussiva al resto del mondo.
La Musica dell’India
La civiltà indiana, più di ogni altra, ha sempre unito la musica alla vita spirituale. Le sue origini, infatti, sono rintracciabili negli antichi libri delle sacre scritture indù: i Veda. Il Sāma Veda (uno dei quattro Veda), offre una descrizione dettagliata della musica, definendola “Vimuktida”, ovvero “donatrice di liberazione”, in quanto detiene il potere di liberare l’anima dai dolori e dagli affanni, e di infonderle una grande gioia spirituale.
La musica indiana è, prevalentemente, di genere vocale poiché, essendo in gran parte di carattere sacro, mediante il canto possono essere offerte preghiere e testi poetici (spesso improvvisati) alle varie divinità. Essa si divide in due grandi stili: musica hindostana e musica karnatica; la prima appartiene all’area indiana settentrionale, la seconda è radicata delle regioni del centro-sud. Dato il suo collocamento geografico, lo stile hindostano, il più diffuso e conosciuto, ha esteso la sua secolare tradizione anche nei Paesi himalayani come Bhutan, Nepal, e Pakistan, ; solo il Tibet può vantare una musica sganciata dalla tradizione indiana, per via dei suoi secolari contatti con la cultura mongola e cinese. Le origini dell’arte musicale hindostana vengono fatte risalire ad Amir Khursaw, poeta e musicista persiano del XIII secolo, che visse gran parte della sua esistenza nel Sultanato di Dehli, autore delle famose “Otto novelle del paradiso”. Questa è una delle ragioni per la quale, nello stile hindostano, sono presenti le influenze della civiltà arabo-persiana.
La musica karnatica, invece, non ha subito, se non in modo marginale, le infiltrazioni culturali del mondo islamico, il che ha permesso, a questo stile, di mantenere pressoché intatte le sue caratteristiche induiste. Benché questi due stili musicali abbiano avuto, nel corso dei secoli, una diversa evoluzione, molte sono le loro affinità. Una di esse, ad esempio, è l’uso della “monofonia”, cioè di musica basata su una singola linea melodica, mentre, in entrambi i casi, l’armonia (concatenazione degli accordi) viene volutamente ignorata.
I fondamenti della musica classica indiana sono il raga e il tala. Il primo è costituito da una sequenza di suoni, il cui numero può variare ( 5, 6, 7 o più suoni), e non sempre è uguale quando si passa dalla fase ascendente a quella discendente. Le note appartenenti alla musica indiana sono sette e i loro nomi sono: sa (do) re (re) ga (mi) ma (fa) pa (sol) dha (la) ni (si); esse vengono utilizzate per la costruzione dei raga, a loro volta impiegati nella composizione di canti fondati sui poemi classici (come il mahabhàrata e il ramayana) e sulle “kirtane”, composizioni poetiche di carattere mistico, risalenti al XII secolo. Se l’impianto melodico dipende dai ragas, le varie strutture ritmiche, che sono molto complesse, sono governate dai tala, i quali si potrebbero paragonare alle figurazioni ritmiche della musica occidentale. Essi vengono insegnati, per imitazione, attraverso i suoni prodotti con le “tabla”, coppia di tamburi, di cui si parlerà in seguito.
Gli Strumenti
La civiltà indiana ha prodotto, nei secoli, un rilevante numero di strumenti musicali, che sono stati raggruppati in tre categorie. La prima, che è la più antica, è costituita dagli strumenti a percussione, divisi a loro volta in “idiofoni” e “membranofoni”. Ai primi appartengono i cimbali (piatti metallici variamente intonati), di svariate forme e dimensioni; ad essi, oltre ad un numero imprecisato di campane e campanelli, si aggiunge il ghatha, un curioso orcio (vaso) di terracotta, provvisto di una apertura, solitamente pressata contro il ventre del suonatore, il quale, attraverso specifici movimenti, riesce ad ottenere rudimentali sequenze di suoni.
Tra gli strumenti membranofoni (provvisti di pelli), le tabla sono, sicuramente, le percussioni indiane più conosciute. Si tratta di due piccoli tamburi di dimensione diversa, che ricordano i “bongos” sud-americani, accoppiati per essere suonati insieme con le mani, attraverso una sofisticata tecnica delle dita. Le tabla sono strumenti a suono determinato, intonate ad un intervallo di quinta. Costruite in legno o in terra cotta, esse vengono utilizzate in tutti i generi della musica indiana. Progenitore delle tabla è il packawaj, il più antico tamburo appartenente alla musica induista. Esso è provvisto di due pelli, di diversa dimensione, collocate alle estremità dello strumento, sul cui corpo, a doppio cono, passano i tiranti per la tensione delle pelli. Il suo impiego è strettamente connesso alla musica devozionale della cultura vedica. Altri tamburi tipici sono il dhol e il dholak, originari delle regioni nord-orientali del continente indiano (Bengala e Bangladesh), largamente diffusi in tutta l’India; il loro impiego riguarda sia la musica religiosa che quella folcloristica. Passando agli strumenti a corda, il sitar è il “cordofono” più diffuso negli Stati indiani, e il più conosciuto nel mondo occidentale. Questa fama è dovuta a gruppi musicali occidentali famosi degli anni sessanta, come i Beatles e i Rolling Stones, e a vari esponenti di primo piano del movimento “hippie”, che abbracciarono, come dottrina di vita, la filosofia orientale. Il sitar, probabilmente di derivazione persiana, in origine era dotato di tre corde ( si = 3; tar = corde). Sui modelli attuali, attraverso una lunga evoluzione, se ne contano sette principali da pizzicare, e tredici secondarie, che, vibrando per “simpatia”, conferiscono allo strumento un suono vibrante e molto suggestivo. Il largo e lungo manico in legno, monta una serie di tasti incurvati (da 16 a 20), di osso o metallo, i quali sostengono le sette corde principali, e possono essere spostati a piacimento, in modo da poter consentire l’esecuzione di tutti i tipi di raga. La cassa acustica del sitar è generalmente formata da una zucca vuota tagliata a metà ed essiccata, in cui trova posto una sottile tavola armonica di legno finemente decorata e traforata. Un altro strumento simile, ma di dimensioni maggiori, è il surbaha, dal suono più grave; esso viene utilizzato per creare particolari atmosfere da accompagnare al canto. Tra i “cordofoni “ di uguali funzioni, sono da ricordare il tambura, una specie di liuto simile al sitar, ma privo di tasti, e il saranghi, strumento a quattro corde da suonare con l’archetto e munito, anch’esso, di tredici corde di risonanza.
Il santoor, infine, è una specie di salterio le cui corde, tese sopra una cassa armonica, vengono percosse con martelletti di legno; le sue antiche origini rimandano alle regioni del Kashmir.
Per quanto riguarda gli strumenti a fiato, in India non sono molto utilizzati; questo dipende dalle caratteristiche della musica, che la tradizione classica impone dolce, rilassante e, soprattutto, meditativa. I vari “aerofoni” sono in grado di emettere suoni dal timbro tenue, delicato, in particolare i flauti, dei quali il bansoori è senz’altro il più comune. Ricavato da una canna di bambù, questo flauto, simile al nostro “traversiere” rinascimentale, può avere diverse taglie. Un altro “aerofono”, molto conosciuto nel continente indiano, è l’harmonium, una versione più semplice di quello europeo, ma con gli stessi principi di funzionamento. Utilizzato per accompagnare il canto, l’harmonium indiano produce un esile suono attraverso le vibrazioni di ance libere, messe in movimento da aria immagazzinata in un serbatoio e liberata da valvole, comandate da una tastiera, che solitamente raggiunge l’estensione di tre ottave.
Fuori dall’ambito religioso e dal genere vocale, l’unico strumento a fiato degno di nota è lo shanai, oboe indiano che, come tutti gli “aerofoni” a doppia ancia, possiede un timbro alquanto penetrante e possente. Lo shanai, uno dei tanti strumenti di origine persiana, viene utilizzato, soprattutto, in occasione di feste e cerimonie all’aperto, sia pubbliche che private.
La Musica indonesiana
L’Indonesia, lo Stato arcipelago più grande del mondo (più di 17000 isole), vanta una ricca tradizione musicale per lo più destinata a cerimonie di carattere religioso, devozionale, i cui centri più importanti sono le isole di Giava e di Bali. Nonostante la popolazione indonesiana conti quasi duecentoquaranta milioni di individui, raggruppati in più di trecento etnie, la musica folcloristica di questo Paese possiede molte analogie, riscontrabili non solo in generi e stili, ma anche nell’utilizzo di strumenti prevalentemente a percussione. Questi ultimi, nel loro insieme, formano il gamelan, l’orchestra tipica indonesiana, che comprende vari tipi di metallofoni, xilofoni, tamburi, cimbali e gong. Il termine “gamelan” ha origini antiche e deriva da “gambel”, che in balinese vuol dire “suonare con il martello”. Nelle orchestre gamelan, ai vari strumenti a percussione possono unirsi anche flauti e “cordofoni”, arrivando a formare organici di oltre ottanta esecutori. La struttura dei “gamelan” varia a seconda dei luoghi e delle occasioni in cui essi si esibiscono, e non è affatto raro vedere incluse, al loro interno, voci soliste e corali, così come è abbastanza comune la loro funzione di accompagnamento di varie danze. Ogni fase della vita sociale indonesiana è contrassegnata da riti e cerimonie, che si differenziano da regione a regione e, fin dal XVIII secolo, in ogni ricorrenza pubblica o privata, viene eseguita musica caratterizzata da uno specifico, determinato organico gamelan. Alla base della musica indonesiana vi sono due tipi di scale; una formata da cinque suoni, detta slendro, ad intervalli equidistanti; l’altra di sette, chiamata pelog, ad intervalli disposti in modo variabile. Dette scale hanno influenzato, a partire dai primi anni del 1900, alcuni grandi compositori classici europei come Claude Debussy, padre dell’impressionismo musicale, che ascoltò, per la prima volta, un’orchestra gamelan all’esposizione universale di Parigi nel 1889. Altri musicisti, affascinati dalla musica gamelan, furono il francese Olivier Messiaen, lo slavo Béla Bartòk e, in tempi più recenti, gli americani Lou Harrison, Jody Diammons e la celebre compositrice etno-musicologa Barbara Benary.
La Musica dell’Oceania
Australia
Verso la fine del 1700, quando i primi coloni si stabilirono nel continente australiano, ebbe inizio una massiccia immigrazione, che ha trasformato questo immenso territorio in uno dei Paesi più occidentalizzati al mondo. Prima di tale fenomeno, in Australia vivevano esclusivamente popolazioni aborigene, giunte dall’Asia circa 40.000 anni fa, che oggi rappresentano l’unica testimonianza di una civiltà sopravvissuta alla colonizzazione “bianca”.
Presso le tribù aborigene australiane, insediate, soprattutto, nel nord del continente, la musica svolge il prezioso compito di salvaguardare e tramandare il patrimonio culturale e religioso, attraverso il canto e la danza. Si tratta di una musica rituale, ricca di significati, utilizzata in particolari cerimonie, nelle quali vengono inseriti canti legati a pratiche tribali, come la circoncisione dei giovani guerrieri; a racconti di episodi “magici”, sovrannaturali, facenti parte del passato della comunità; o a danze collettive, hanno lo scopo di descrivere l’ambiente naturale nelle sue varie rappresentazioni.
La musica aborigena australiana, essendo fondata sul canto, è alquanto povera di strumenti musicali. Tuttavia, per le sue particolarità, il didjeridu è diventato lo strumento-simbolo dell’Australia. Si tratta di un “aerofono”, simile ad un flauto diritto, di notevoli dimensioni (può raggiungere anche i due metri di lunghezza e 8 cm. di diametro), ricavato da un ramo di eucalipto svuotato dalle termiti. Il didjeridu è privo di fori e viene suonato dagli aborigeni, attraverso una singolare tecnica respiratoria detta “circolare”, che consente di emettere un flusso di aria continuo, usando le guance come serbatoi, mentre si inspira con il naso.
La sonorità di questo strumento è in genere alquanto grave e, ad un ascolto prolungato, pare abbia proprietà ipnotiche. Utilizzato in esigui gruppi strumentali e accoppiato agli strumenti a percussione, le continue variazioni di tono del didjeridu sono ottenute, esclusivamente, dalla pressione e dalle vibrazioni delle labbra dell’esecutore.
Per quanto riguarda la musica diffusa tra le varie comunità australiane di razza bianca, generi e forme sono del tutto simili a quelle presenti nei Paesi del mondo occidentale, in particolar modo quello anglosassone. La ragione è data dal fatto che, nel 1786, il governo inglese decise di istituire sul territorio australiano alcune colonie penali, comunità che, in seguito, acquisirono una propria indipendenza, continuando, tuttavia, a conservare lingua, usi e costumi della madre patria.
Polinesia
La conformazione geografica della Polinesia è frammentata in arcipelaghi che, nel loro insieme, sono costituiti da più di diecimila isole, situate in una vasta area triangolare dell’Oceano Pacifico centro-meridionale, i cui vertici possono coincidere con le Isole Hawaii, la Nuova Zelanda e l’Isola di Pasqua. All’interno di questa singolare parte del mondo, vive una grande quantità di etnie, ciascuna con una propria politica, storia e cultura.
I processi di colonizzazione e di evangelizzazione, avvenuti soprattutto nella Polinesia francese, a partire dalla seconda metà del 1800, hanno contribuito, notevolmente, ad avvicinare le varie culture indigene, rimaste sempre isolate da grandi distanze oceaniche. In questo modo, nell’ultimo secolo, si è venuta a creare una tradizione culturale comune tra le varie popolazioni e anche la musica, di conseguenza, si è uniformata ai modelli “polinesiani”, che i mass media e il turismo ci hanno fatto conoscere.
La musica polinesiana viene spesso eseguita in funzione delle tipiche danze, svolte dalle “vahine” (ragazze), e occupa un posto di assoluto rilievo in tutte le manifestazioni sociali. In Polinesia, fare musica e danzare non sono considerate attività artistiche, ma più semplicemente, “professioni”, esercitate in occasione di avvenimenti sportivi, per accogliere gruppi di turisti o in cerimonie e serate danzanti. In Polinesia esistono parecchi generi di balli: vi sono quelli di coppia (come l’upa-upa), ed altri sia maschili che femminili (come l’otea e la hula), ed infine il tamurè, ballo collettivo, che, in passato, fu proibito dai missionari cattolici per il suo contenuto sensuale, e praticato solamente da qualche decennio. La musica polinesiana viene eseguita con strumenti di fattura artigianale: i tamburi (pahu e toere), ricavati da tronchi cavi, servono ad accompagnare i canti (himene) e le melodie del vivo, il tipico flauto tradizionale, che si suona insufflando l’aria con il naso. L’ukulele, infine, è una sorta di chitarra di piccole dimensioni, utilizzata dagli indigeni hawaiani per accompagnare le loro danze rituali. Quasi sempre munito di quattro corde, l’ukulele ebbe un suo momento di notorietà in Occidente grazie al grande chitarrista Brian May, che lo inserì in varie produzioni di “country-music” anglosassone.
La Musica dell’America Latina
Per musica dell’America Latina, detta anche “musica latino-americana”, generalmente viene intesa quella musica che raggruppa gli stili e le tradizioni musicali delle isole di Cuba, Puerto Rico, Barbados, Trinidad, Santo Domingo, Martinica, Guadalupa, Giamaica, e anche nelle regioni che si estendeno alla fascia costiera del Messico, del Guatemala, del Venezuela e del Brasile nord-orientale. Da essa derivano generi folcloristici come l’aguinaldo portoricano e il mento, originario della Giamaica, nonché forme di musica popolare come la salsa e il reggae.
La musica latino-americana deve le sue origini, in senso ampio, alle tradizioni musicali spagnola, portoghese ed italiana. Ad esse, occorrono aggiungere le varie influenze della musica africana (importata al tempo degli schiavi neri ) e, in misura minore, il patrimonio musicale delle civiltà Azteca, Inca e Maya, che popolarono queste terre prima dell’arrivo degli esploratori europei.
La vastità del continente americano, definito come“America Latina”, ci induce ad una sua divisione in aree geografiche, corrispondenti alle differenze culturali manifestatesi durante il corso della storia. Le uniche testimonianze, che riguardano la musica delle civiltà precolombiane, emergono dai pochi resoconti dei “conquistadores” spagnoli e portoghesi e dei missionari cattolici al loro seguito. Tali scritti ci informano di pratiche musicali come l’aireto, una cerimonia tipica delle popolazioni indigene dell’arcipelago dei Carabi, alla quale partecipavano tutti i componenti della tribù, con canti e danze, al ritmo di piccole formazioni di tamburi, sonagli ed altri primitivi strumenti a percussione. Oltre all’aireto, nella cultura musicale caraibica precolombiana, esistevano forme di canti e danze propiziatorie, di ringraziamento, eseguite solennemente prima della semina e dopo un abbondante raccolto. A questi riti, si aggiungevano i canti sacri in onore delle varie divinità ed un cospicuo numero di canti tribali, da eseguirsi durante feste e cerimonie di carattere sociale.
A partire dalla Seconda metà del 1500, la musica latino-americana venne dominata dalla cultura spagnola e portoghese. In questo periodo e per quasi tre secoli, la Chiesa fu la principale promotrice delle attività musicali svolte nelle città del Messico, del Brasile e del Perù. Oltre alle autorità religiose, personalità politiche, ricchi proprietari terrieri o minerari si attivarono per cercare di diffondere la musica classica europea in questi Paesi. Dal successo di queste iniziative nacquero, ovunque, scuole di musica, di canto, che si svilupparono rigogliose fino alla seconda metà del 1600, quando la potenza navale e commerciale spagnola e portoghese declinò definitivamente. Questo portò l’affermazione di una musica indigena dalle chiare influenze europee, la quale, messa a contatto con la musica africana, importata dagli schiavi neri, diede origine ad un inedito genere di musica latino-americana. Quest’ultima ereditò dall’Africa una grande quantità di ritmi e quelle forme strutturate in “domanda e risposta”, che troviamo presenti in parecchi generi musicali.
Dalla seconda metà dell’800 in poi, in America Latina avvenne un progressivo avvicinamento ai modelli musicali classici europei. A questo fenomeno artistico-culturale contribuì, in modo determinante, il massiccio flusso di immigrati europei i quali, oltre ad essere una vitale forza lavoro per questi Paesi, rappresentarono la nuova società emergente, che seppe fare della musica colta il modello artistico da seguire. Di conseguenza, in tutte le città del Centro-Sud America, come era successo due secoli prima, sorsero scuole musicali, di canto e nuovi teatri, la cui programmazione ricalcò fedelmente quella delle migliori stagioni operistiche europee. Anche la musica italiana influenzò la produzione artistica di molti compositori latino-americani, primo fra tutti Antonio Carlo Gomes, il più noto compositore brasiliano della seconda metà ‘800. La passione per il genere operistico lo condusse in Italia, a Milano, dove, nel 1866, si diplomò in composizione. Un altro grande compositore brasiliano fu Heitor Villa Lobos, polistrumentista ed autore di musica classica, popolare, e di alcune opere teatrali, che fecero la storia della musica sud-americana. Nato a Rio de Janeiro nel 1887, Villa Lobos, fin dall’infanzia, si dedicò allo studio del violoncello, del pianoforte, del clarinetto e del sassofono; tuttavia, sarà la chitarra lo strumento prediletto, con il quale riuscirà ad imporsi a livello internazionale.
L’America Latina, più di ogni altro continente, ha fortemente influito sulla musica leggera europea. Basti pensare all’enorme popolarità ottenuta dai ritmi del samba, bossa nova, rumba, calipso, mambo, conga e cha-cha-cha; ritmi utilizzati da intere generazioni per danzare, ma anche fatti oggetto di ricerca da parte di jazzisti famosi.
Gli strumenti
Di provenienza africana, il berimbao è l’arco musicale brasiliano, munito di una piccola zucca vuota ed essiccata, collocata tra l’asta di legno e la corda metallica; esso viene suonato percuotendo la corda con una bacchetta di legno, mentre il suono viene modificato attraverso la pressione della corda con una piccola pietra.
Altri strumenti molto diffusi in America Latina sono quelli a percussione, come il surdo, tamburo cilindrico brasiliano a doppia membrana, le congas e i bonghi, che sono dei “membranofoni” ad una sola pelle, di derivazione “afro-cubana”, molto diffusi in tutto il mondo perché utilizzati nelle orchestre di musica leggera. Per le stesse ragioni, sono altrettanto conosciuti le maracas, le claves, il guiro e il cencerro, o campanaccio, strumenti di semplice fattura, che contribuiscono ad arricchire la sezione ritmica dell’orchestra. Quanto agli strumenti a corda, il cavaquihno è quello più diffuso in tutta l’America Latina, ancor più della chitarra e degli “archi” di tradizione classica. Questo “cordofono, importato dal Portogallo,” è munito di quattro corde da pizzicare con un plettro; molto simile ad una chitarra di piccole dimensioni, esso viene impiegato, soprattutto, per accompagnare il fado, la danza nazionale portoghese. Anche gli strumenti a fiato sono alquanto diffusi nelle culture latino-americane; i vari flauti e gli ottoni in modo particolare. Il suono squillante di questi ultimi costituisce la caratteristica prevalente della musica folcloristica di queste regioni.
La musica degli Amerindi
Per Amerindi o Amerindiani, vengono intese tutte quelle etnie, che abitavano il continente americano prima della colonizzazione degli europei.
Dopo aver effettuato importanti ricerche, alcuni eminenti studiosi di etno-musicologia sono concordi nell’affermare l’esistenza di notevoli affinità musicali tra le popolazioni nord-asiatiche e quelle amerinde dell’America Settentrionale. Tra questi ricercatori, il rinomato musicologo francese Jean Jacques Nattiez ha dimostrato che particolari vocalizzi, appartenenti alla tradizione musicale di Hokkaido, l’isola più settentrionale del Giappone, sono simili ai “jeux de gorge” (letteralm. “giochi di gola”), praticati dagli Invit, gli amerindi delle zone artiche canadesi. Queste scoperte sono avvalorate da canti esistenti presso le varie culture circumpolari dell’Alaska, della Siberia orientale, della Groenlandia, della Lapponia, e della Scandinavia settentrionale, dove sussistono tracce di un passato comune. Negli Stati Uniti è in corso, da qualche tempo, un rinnovato interesse per la musica “pellerossa”, cioè la musica degli indiani del Nord America che, per secoli, ha mantenuto uno stretto rapporto tra l’uomo, il proprio spirito e gli elementi della natura.
Tramandata oralmente, la musica “pellerossa” si è diffusa in tutto il continente nord-americano mantenendo, all’incirca, le stesse caratteristiche e, nel corso delle generazioni, la stessa funzione di preghiera invocativa, in rituali collegati al mondo degli spiriti e dell’invisibile a cui ogni pellerossa sa di appartenere. Gli strumenti musicali di queste culture sono il flauto e i tamburi. Il primo, generalmente costruito dagli sciamani delle tribù, aveva un grande valore spirituale poichè rappresentava l’essenza del vento e, per questa ragione, veniva ornato con piume di uccelli.
I tamburi, anch’essi considerati sacri in quanto capaci di imitare il tuono, il rumore della cascata e la carica del bisonte, costituivano la base ritmica di questa musica, che si univa al canto e alle melodie intonate dai flauti nelle frequenti cerimonie tribali.
Prima che l’ONU (l’Organizzazione delle Nazioni Unite), dichiarasse la tradizione pellerossa “patrimonio dell’umanità”, le uniche testimonianze di questa musica erano costituite dalle rare e difficilmente reperibili registrazioni di alcuni studiosi. Oggi, grazie ad un mercato discografico sempre più vasto, è possibile trovare fedeli riproduzioni di musica pellerossa, eseguita da artisti più o meno famosi.
Completamente diversa è la situazione della musica amerinda in America centrale e meridionale dove le tradizioni delle grandi civiltà precolombiane, Olmeca, Maya, Atzeca ed Inca, sono praticamente scomparse, o comunque fortemente contaminate dall’occupazione spagnola e portoghese e dalle successive influenze africane, le quali, come già sappiamo, hanno fortemente condizionato la musica latino-americana. Tracce decisamente più consistenti della musica amerinda si sono, invece, conservate nella zona occidentale del Sud America, cioè in Perù, in Cile e in gran parte dell’Argentina. Nonostante queste nazioni siano state oppresse a lungo dalla dominazione europea, esse hanno potuto conservare cultura e tradizioni sugli altopiani delle Ande, grazie ai “campesinos” (contadini), i quali, da tempi immemorabili, praticano una musica rituale, che varia seguendo i cicli delle stagioni. Anche gli abitanti delle “terre basse”, cioè quelle popolazioni insediate nelle sconfinate pianure argentine (Pampa) o nelle foreste pluviali, possono vantare una tradizione musicale sopravvissuta nel tempo. Questo fenomeno di conservazione è dovuto, in entrambi i casi, alla conformazione dei territori d’appartenenza, che sono tra i più inospitali del Sud America. Le musiche più importanti e conosciute di questo sub-continente, oltre a quella brasiliana, sono la argentina, la cilena e la peruviana. La prima si distingue in due generi principali: musica crolla, di derivazione spagnola, e musica mestizia, della quale fanno parte i diversi repertori della tradizione nazionale. Lo stile più diffuso di canto argentino è la vidala, che consiste in una alternanza continua di strofe e ritornelli; altri stili sono la baguala, la milonga, la cifra e la canción romantica. Ma è soprattutto nel tango che la musica popolare argentina manifesta tutta la sua bellezza. Diventato danza “simbolo” nazionale, il tango argentino si configura in tre versioni: il tango milonga (solo strumentale); il tango romanza ( vocale lirico-melodico) e il tango canción (dai testi fortemente drammatici).
Per quanto riguarda la musica popolare cilena, essa trae le sue origini dalla civiltà inca; questo riguarda, soprattutto, il Nord del Paese, dove si è sviluppata una ricca tradizione musicale, in parte indigena e in parte ancora influenzata dalla cultura spagnola. Nelle restanti regioni, centrali e meridionali, esiste un gran numero di canti e danze, eseguite in riti e cerimonie, come il cauzolor e il talatur, celebrati fin dai tempi delle antiche culture indios per invocare i favori delle divinità. Fuori dall’ambito tradizionale, la musica popolare cilena, negli ultimi quarant’anni, ha fatto conoscere al mondo la sua denuncia e protesta politico-sociale contro il regime militare del dittatore Augusto Pinochet. I maggiori esponenti di questa reazione sono stati la poetessa e cantautrice Violeta Parra, il cantautore e uomo di teatro Victor Jara, e il gruppo vocale e strumentale Inti-illimani, formatosi nel 1967 all’interno del movimento universitario della capitale Santiago del Cile, e costretto all’esilio dal regime politico di Pinochet, dopo il colpo di Stato, avvenuto nel settembre 1973.
Gli strumenti musicali della tradizione cilena, come in tutte le culture andine, appartengono, in gran parte, alla famiglia dei “cordofoni”, tra i quali la chitarra, che è senza dubbio la più diffusa. Un altro strumento a corda è il guitarron: chitarrone provvisto di un numero variabile di corde (da 21 a 25), utilizzato per accompagnare i canti e i balli del folclore contadino. In questo contesto, è molto frequente l’impiego del rabel, un particolare violino a tre corde; della fisarmonica, del bombo, tipico tamburo andino. Seguono i vari pifferi e flauti, ed infine il charango, anch’esso un cordofono che ricorda il mandolino, provvisto di cassa piriforme, costruita in legno, oppure ricavata direttamente dalla corazza dell’armadillo.
Anche la musica amerinda peruviana ha radici profonde nella civiltà inca, poiché essa si estendeva, prima dell’arrivo dei “conquistadores”, su gran parte della fascia occidentale sud-americana, ed aveva come capitale Cuzco, città situata a 3400 metri di altitudine, nel Sud del Perù.
Una delle musiche peruviane più caratteristiche e diffuse, risalente alla civiltà inca precolombiana, è il huayno, di carattere gioioso, esuberante, accompagnata da complessi strumentali, che si manifesta attraverso la danza e il canto. Strettamente congiunta all’huayno, troviamo la marinera, una danza a coppie indipendenti, di derivazione africana, supportata da una musica allegra, incitante, con chiari riferimenti al corteggiamento amoroso.
La tradizione musicale popolare peruviana è anche legata a feste e ricorrenze che si svolgono, nella maggior parte dei casi, in onore di santi patroni, presenti nel calendario cristiano, che questo popolo adottò fin dai primi tempi della colonizzazione europea. Durante questi riti, la musica viene eseguita con strumenti diversi, a seconda delle funzioni che essa deve svolgere. Dalla tradizione più antica provengono i vari flauti multipli, come il flauto di pan lupacha o la zampogna, e semplici, come la quena, il flauto diritto andino. Sempre di origine antica troviamo i puputos, grosse conchiglie marine utilizzate come trombe, ed una grande varietà di zufoli, fischietti, costruiti in argilla, legno, osso e in metallo. Un particolare strumento musicale, assai diffuso in tutta l’America latina e in modo particolare in Perù, è la quijada, costituita da una mandibola di equino (quasi sempre d’asino), che viene suonata attraverso lo sfregamento di un bastoncino sopra i denti, oppure percuotendola, con il pugno, sulla parte più ampia.
Dopo il progressivo avvicinamento della cultura peruviana a quella del mondo occidentale, anche gli strumenti di estrazione europea sono entrati a far parte dell’organico musicale della tradizione. Grazie a questo processo, la musica del Perù, e più in generale quella andina, pur mantenendo integri i suoi caratteri specifici, è riuscita a varcare i confini geografici, nei quali si è mantenuta per secoli, e a crearsi un posto di tutto rispetto, nel panorama musicale del mondo intero.