L’idea di produrre musica in modo meccanico spinse i costruttori di strumenti musicali ad elaborare, fin dall’antichità, congegni in grado di eseguire automaticamente determinate serie di suoni. Esperimenti di questo genere erano gia noti in Grecia e in Egitto, attraverso l’impiego di macchine musicali, risalenti al II secolo a.C., come il flauto idraulico, azionato dallo sgocciolamento dell’acqua, ed alcuni tipi di percussioni meccaniche: congegni progettati rispettivamente dagli alessandrini Ctesibio ed Erone.
Durante l’epoca medioevale (sec. XIV), comparvero in Europa i primi “carillons”, muniti di rulli dentati rotanti (cilindri fonotattici), i quali, agendo contro lamelle d’acciaio variamente intonate, procuravano i suoni e costituirono il principio funzionante di tutti gli strumenti musicali ad azione meccanica, prodotti fino alla metà del XIX secolo. Verso la fine del 1700, soprattutto in epoca napoleonica, ebbero particolare fortuna le varie “boites à musique” (scatole musicali), il cui meccanismo, ideato dallo svizzero Antoine Favre, era in grado di eseguire semplici motivi musicali, attraverso una manovella o carica a molla.
Dopo il 1850, una singolare anticipazione della “computer music” ebbe luogo negli Stati Uniti grazie al Componium: strumento provvisto di due cilindri fonotattici, capace di generare un numero infinito di combinazioni musicali. Più tardi, verso la fine del secolo, sempre in America, si diffuse un modello di pianoforte meccanico “a gettoni”, dal quale era possibile ascoltare i brani selezionati, alla stessa stregua di un moderno juke-box. Agli inizi del 1900, il sistema del cilindro fonotattico venne gradualmente sostituito da un nastro scorrevole di carta perforata, inserito, in un primo tempo, in congegni meccanici (come nel caso del Cartonium, strumento di scarsa rilevanza commerciale) e successivamente in apparati ad azione pneumatica, adottati con successo in alcuni tipi di pianole. Con la comparsa e la diffusione del fonografo, ideato da Thomas Alva Edison (1847-1931), questi strumenti musicali meccanici caddero rapidamente in disuso, lasciando spazio alle moderne tecniche di registrazione.
Il fonografo
A seguito dell’invenzione del telegrafo, Thomas Alva Edison, l’inventore statunitense che ebbe a suo attivo decine di importanti brevetti, realizzò, nella primavera del 1877, un ripetitore telegrafico in grado di incidere su un cilindro rotante (e di trasmettere più volte) lo stesso messaggio, fatto di linee e punti dell’alfabeto Morse, il codice universale usato in telegrafia. Durante gli esperimenti, Edison osservò che con tale cilindro, se fatto ruotare più velocemente, si ottenevano delle particolarità sonore abbastanza simili alla voce umana. Tanto bastò a questo scienziato per intraprendere la grande avventura della riproduzione dei suoni e delle voci attraverso l’utilizzo di un congegno meccanico, che egli stesso battezzò “Phonograph” (Fonografo).
il primo prototipo
Il fonografo (scrittore di suoni), presentato da Edison ad alcuni suoi collaboratori il 6 Dicembre 1877, era costituito da un tubo in grado di captare e convogliare le onde acustiche, prodotte dalla sua voce, con le quali porre in vibrazione una membrana posizionata sul fondo del tubo stesso. A quest’ultima, Edison collegò una puntina di acciaio, la quale, seguendo le oscillazioni della membrana, fu in grado di incidere un solco più o meno profondo sul cilindro fonografico, un cilindro ruotante di ottone, ricoperto da un sottile strato di stagno ben levigato.
Durante la registrazione, detto cilindro, oltre che ruotare per mezzo di una manovella e di un volano, poteva anche spostarsi in senso longitudinale, grazie alla sua collocazione su un asse filettato. Così facendo, sulla superficie di stagno si venne a creare una traccia di forma elicoidale.
Per la riproduzione di quanto registrato, fu sufficiente ripercorrere la traccia incisa con un’altra puntina collegata ad una membrana più elastica. Le variazioni di profondità del solco, tramite le oscillazioni della puntina, fecero vibrare la membrana, la quale restituì il suono originale opportunamente amplificato dal tubo che, in questa fase dell’esperimento, funzionò da altoparlante.
La qualità sonora della breve filastrocca scelta da Edison per l’occasione, e che qui vi proponiamo, si presentò alquanto scadente, ma decisiva per gettare le basi di questa nuova portentosa invenzione.
Nonostante il fonografo di Edison avesse un aspetto ed un funzionamento rudimentale, il successo della scoperta fu immediato. La “meraviglia del secolo”, come la definirono i giornali newyorkesi dell’epoca, fece accorrere migliaia di persone allo Scientific American Istitute, al punto che le visite vennero più volte interrotte per ragioni di sicurezza.
Dal fonografo al grammofono
Il 19 febbraio 1878, Edison ottenne il brevetto della propria invenzione, senza, tuttavia, tentare di migliorarne la qualità ed applicarla ad attività pratiche. Due anni più tardi, Chichester Bell (cugino di Graham Bell, ritenuto per molti anni l’inventore del telefono) e Summer Tainter costruirono un nuovo tipo di fonografo, in cui lo strato di stagno del cilindro venne sostituito con uno di cera, che migliorò notevolmente il livello di registrazione, e quindi di riproduzione. Nel novembre del 1887, Emil Berliner, un ingegnere tedesco collaboratore di Bell, dopo anni di ricerche, brevettò un apparecchio che chiamò grammofono (registratore di suoni), in grado di registrare e riprodurre eventi sonori su un disco di materiale tenero, che sostituì il cilindro fonografico. Questa innovazione, a parte l’inconveniente dovuto alla variazione di velocità tangenziale che si manifesta durante la rotazione di un disco con solchi a spirale, presentò da subito enormi vantaggi, come la possibilità di duplicare questo prodotto a basso costo in un elevatissimo numero di esemplari. Tra le varie innovazioni, ci fu anche quella di fare oscillare la puntina non più in senso verticale, ma lateralmente, evitando, in questo modo, alcuni problemi causati dalla forza di gravità. Per consentire una migliore ricezione, venne collocato accanto alla membrana un tubo conico provvisto di padiglione, simile a quello di una tromba: una specie di megafono in grado di amplificare notevolmente quanto veniva registrato. In un primo tempo, molti cantanti e musicisti guardarono con sospetto e scetticismo la nuova invenzione, convinti che si trattasse di una novità che prima o poi sarebbe stata accantonata. Nel 1902, tuttavia, Enrico Caruso, famoso tenore italiano, entusiasmato da questa nuova opportunità, decise di incidere la celebre aria “Vesti la giubba” dall’opera “I Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo. Il successo fu tale, che le vendite di questa registrazione superarono in brevissimo tempo un milione di copie, dando origine in tal modo all’era della riproduzione sonora a scopo musicale.
Musica elettro-magnetica
L’avvento dell’elettricità, e la sua crescente diffusione di inizio ‘900, permise importanti progressi nelle varie tecniche di riproduzione sonora. Uno di questi, forse il più importante, consentì la registrazione dei suoni tramite incisioni per via elettromagnetica, attraverso l’uso del microfono, un apparecchio in grado di trasformare le onde acustiche in impulsi elettrici. Questi ultimi, grazie al comando di un elettromagnete ( il fonoincisore: in inglese cutter), permettevano alla puntina di compiere incisioni molto più precise delle precedenti. Ciò avvenne sia sul cilindro fonografico (che continuò a restare in commercio fino al 1929), sia sul disco di nuova concezione, garantendo una notevole fedeltà di riproduzione sonora.
Un’altra importante novità fu la trasmissione del moto rotatorio, ottenuta per mezzo di un motore elettrico, collegato all’asse del cilindro fonografico, o al piatto dove veniva posto il disco. Una rotazione, questa, predefinita e mantenuta rigorosamente costante da pulegge, sostituite poi da cinghie di gomma, sistema ancor oggi applicato nei migliori apparati giradischi.
I primi dischi di gommalacca, registrati da un solo lato, ideati da E. Berliner e apparsi nel 1893, avevano un diametro di 12,7 cm. con un’autonomia di ascolto di qualche minuto. Un decennio più tardi si iniziarono a produrre dischi incisi sui due lati, utilizzando una speciale mescola di celluloide, sostituita, a sua volta, verso la fine degli anni ’40, dal polivinile: una resina ottenuta chimicamente che rappresentò il prodotto ideale per tutta la produzione discografica futura.
Dischi e Giradischi
Nonostante i primi grammofoni fossero in grado di registrare e riprodurre eventi sonori, a partire dagli inizi del ’900, fu avvertita l’esigenza di separare le due operazioni, lasciando il compito di creare dischi pre-incisi a società specializzate le quali, nel loro insieme, avviarono un nuovo e promettente mercato: quello discografico.
Il procedimento per creare dischi su vasta scala è praticamente rimasto inalterato fin dagli inizi. Esso consiste nel realizzare un prototipo del disco che si vuole ottenere, detto “lacca”, dal quale viene ricavato il “master”, un disco metallico funzionante da “negativo”, cioè con i solchi della lacca posti in rilievo. Pressando un disco in polivinile riscaldato sul master, si ottiene il primo di un numero teoricamente infinito di dischi da immettere sul mercato.
Nel 1948 il fisico statunitense Peter Carl Goldmark inventò il “microsolco”, nel quale fu possibile accrescere da 4 a 12 il numero dei solchi presenti in un millimetro, grazie all’impiego del polivinile, che rese il disco infrangibile, sempre più grande ed in grado di contenere brani di notevole durata.
Da 12,7 cm. di diametro dei primi esemplari, si passò a 18, poi a 25, ed infine a 30,5 cm.: il diametro del cosiddetto “long-playing” ( LP ), apparso nel 1948 ed ancor oggi molto apprezzato, soprattutto dai collezionisti. Anche il materiale di cui era fatta la puntina, incise notevolmente sulle capacità di portata dei dischi. Prima di acciaio, poi di zaffiro e successivamente di diamante, essa consentì la riduzione del moto rotatorio dei dischi da 78 a 45 per poi passare ai 33 giri/minuto del long-playing, senza tuttavia compromettere minimamente la qualità di ricezione.
L’esigenza di ottenere una sempre più elevata fedeltà riproduttiva coinvolse in prima persona anche i costruttori di giradischi. I rapidi progressi in campo elettrico consentirono una serie di innovazioni, tutt’ora alla base del principio di funzionamento di questi apparecchi, diventati, a partire dagli anni ’30, oggetti di uso comune fino all’avvento delle musicassette e del compact disc.
Per riprodurre il contenuto sonoro di un disco, quest’ultimo viene posto su un piatto e fatto ruotare ad una velocità prestabilita, rigorosamente costante. In passato, il piatto veniva messo in moto da un dispositivo a molla, caricata da una manovella. Successivamente, il compito di tale movimento venne affidato ad un motore elettrico, collegato al piatto da una puleggia. Solo in tempi relativamente recenti, per garantire la massima regolarità di rotazione, motore e piatto furono direttamente collegati ed azionati da un circuito elettronico, a sua volta pilotato da un oscillatore al quarzo. Attualmente, i modelli di maggior prestigio si presentano con piatto e motore separati, uniti da una cinghia di gomma, soluzione che permette, nel giradischi, l’annullamento pressoché totale del rumore provocato dal motore.
Una volta avviato il disco, per ascoltare ciò che contiene occorre appoggiare la puntina di lettura, detta fonorivelatore (in inglese pick-up), sul bordo esterno del disco, attraverso un apposito braccio snodato che la sostiene e le fa seguire il percorso determinato dal solco inciso sul disco.
Durante il tragitto, il profilo irregolare del solco provoca le vibrazioni della puntina, la quale le converte in oscillazioni elettriche. Queste ultime, essendo di intensità molto debole, vengono a loro volta inviate ad un particolare dispositivo per essere amplificate e poi trasmesse agli altoparlanti dei diffusori, in grado di convertirle in veri e propri effetti sonori.
Il magnetofono
Un prototipo di magnetofono (registratore magnetico) fu brevettato nel 1898 dal fisico danese Valdemar Poulsen (1869-1942), un impiegato nell’azienda telegrafica di Copenaghen. Il principio della sua invenzione consistette nella trasformazione di onde sonore in una serie di variazioni di un campo magnetico, impresse, a loro volta, su un supporto magnetizzabile. L’apparecchio di Poulsen venne presentato nel 1900 all’Esposizione Internazionale di Parigi con il nome di “Telegraphone”; esso era provvisto di un sottile filo metallico come supporto da magnetizzare.
Nonostante quest’invenzione avesse vinto il primo premio all’”Expo” parigina, solo un decennio più tardi è stato possibile impiegare le sue risorse in campo commerciale.
Agli inizi degli anni ’30, infatti, i tecnici della tedesca Aeg-Telefunken perfezionarono l’apparecchio (al quale diedero il nome di “Magnetophon”), sostituendo il primitivo filo metallico con un moderno sottile nastro di cellulosa impregnato di particelle di ossido di ferro, una sostanza molto sensibile al magnetismo. Quattro anni più tardi, sempre in Germania, il colosso mondiale della chimica Basf produsse il primo nastro di materiale plastico-sintetico sul quale venne fissato un sottilissimo strato di ossido di ferro. La leggerezza di questo nuovo nastro (rispetto al filo metallico), la sua robustezza (quello di cellulosa si spezzava facilmente), e soprattutto la possibilità di poter essere cancellato e riscritto più volte, fecero del magnetofono l’apparecchio ideale per registrare qualsiasi tipo di messaggio sonoro.
Il registratore a nastro
Alla fine della seconda guerra mondiale, tecnici inglesi ed americani, presenti nella Germania occupata, entrarono in possesso di alcuni magnetofoni di fabbricazione tedesca ed iniziarono a studiarli per migliorarne le potenzialità.
Dopo qualche tempo, nel 1946, la società americana Ampex cominciò a produrre i primi registratori a nastro magnetico anche per scopi musicali e, due anni dopo, grazie ai continui miglioramenti qualitativi dei nastri, venne effettuata la prima registrazione commerciale trasmessa in differita per radio. Le apparecchiature, tuttavia, presentavano parecchi inconvenienti durante le registrazioni dal vivo, a causa delle loro grandi dimensioni, e notevoli difficoltà legate al loro trasporto e alla alimentazione da reti elettriche mobili. Nel 1949, lo svizzero Willy Studer risolse questi problemi, attraverso la realizzazione del primo registratore compatto, dando vita ad apparecchi come il Revox A77 e B77, dei quali verranno prodotti e venduti milioni di esemplari in tutto il mondo. Sarà però un altro svizzero, Stefan Kuldesky, a costruire il primo registratore a nastro professionale portatile, il famoso Nagra I, utilizzato fin dall’inizio da giornalisti e cine-operatori nelle più disparate situazioni di reportage.
CD, DAT, la musica laser
Il 17 agosto del 1982, i ricercatori della Philips Electronics di Hannover realizzarono il primo disco digitale della Storia. Questo sistema innovativo, in grado di convertire i segnali audio in una serie di numeri (digit, in inglese significa appunto numero semplice), letti e decifrati da un fascio di luce laser, rivoluzionò totalmente il principio fondante della riproduzione sonora. Il sistema digitale, che fin da subito fece compiere enormi passi avanti al mondo della memorizzazione di dati, è in grado, dal punto di vista musicale, di scomporre ogni suono in una serie di numeri 0 e 1. Detta serie, letta da un raggio laser, cioè un particolare raggio di luce formato da onde elettromagnetiche fortemente amplificate, viene analizzata e trasformata in segnali audio i quali, per mezzo di un amplificatore, sono tradotti in suoni. Uno degli indiscutibili vantaggi di questa radicale innovazione è l’assenza totale di rumori di fondo, quei fruscii che la puntina con le sue oscillazioni inevitabilmente era solita provocare.
Il sistema digitale ha trovato applicazione sia nella registrazione su disco, che in quella su nastro. Nel primo caso il compact-disc (abbreviato CD), un supporto a disco di solo dodici cm. di diametro, in grado tuttavia di contenere oltre 5 miliardi di informazioni, ha trovato in campo musicale un larghissimo impiego nella musica di consumo, sostituendo fin da subito il mitico long-play. Anche la riproduzione a nastro deve importanti innovazioni al sistema digitale. Con l’entrata in commercio del DAT (Digital Audio Tape: Nastro Audio Digitale) l’industria discografica si assicurò, a partire dagli anni Novanta, enormi vantaggi sia nella qualità sonora, che nel risparmio di tempi e di costi. Con il DAT, infatti, è possibile intervenire con estrema precisione in qualsiasi punto della registrazione, apportando modifiche in tempo reale, procedimento impossibile da applicare con i vecchi registratori analogici. Da qualche decennio, anche l’informatica è entrata a pieno titolo nella produzione musicale. Negli studi di registrazione, ormai, tutto avviene in forma digitale, con una qualità sonora giunta ai più alti livelli. Tuttavia, in anni recenti, un sempre maggior numero di estimatori, appassionati audiofili, è tornato a preferire il suono caldo e genuino del vecchio nastro analogico o del superato disco in vinile, alimentando un mercato che da tempo sembrava scomparso.
Musica e computer
Con il processo della digitalizzazione, a partire dagli anni Ottanta, l’elaboratore elettronico, cioè il computer, è entrato prepotentemente nel mondo della musica, aprendo nuove vie di sperimentazione nelle varie attività produttive. Sofisticati programmi e un’enorme banca dati di suoni, oggi, permettono una produzione musicale che si articola in tutti i settori di questo mercato. Uno di essi, forse il più avvantaggiato, è la musica per il cinema, in cui la “computer music” ha potuto esprimere tutto il suo potenziale di effetti sonori, rendendo sempre più realistiche le sequenze filmate. Per operare con questi strumenti altamente tecnologici, furono necessari, agli inizi, costi proibitivi, sopportabili solo da alcuni studi di registrazione professionali. Con il passare del tempo, queste apparecchiature, pur evolvendosi, hanno subito, per ragioni di mercato, una costante diminuzione dei prezzi ed oggi sono accessibili a chiunque voglia cimentarsi in questo tipo di attività. Da qualche anno, infatti, musicisti ed appassionati, grazie al computer, hanno potuto realizzare, in casa propria, studi di produzione e registrazione che garantiscono la stessa fedeltà sonora dei grandi studi delle case di produzione. Ovviamente queste macchine, per quanto sofisticate esse siano, si limitano ad elaborare e memorizzare, tramite appositi programmi, informazioni inserite precedentemente dall’uomo, un compito che riescono tuttavia a svolgere ad una velocità di calcolo impressionante.
Fare musica con il computer include varie possibilità come scrivere, comporre, eseguire, analizzare, stampare ed archiviare qualsiasi brano musicale, rendendo assai semplici anche le operazioni più complesse.
La conversione del segnale analogico in digitale
Come sappiamo, i computer sono in grado di operare solo attraverso sequenze di numeri binari 0 e 1. Questa limitazione, tuttavia, non impedisce a queste macchine prodigiose di utilizzare ed elaborare i suoni, dal momento che, in virtù di un dispositivo chiamato convertitore analogico-digitale o più comunemente ADC (Analogic Digital Convertitor), è possibile trasformare i suoni in sequenze di numeri. La conversione di una forma d’onda (Waveform) in una sequenza digitale di numeri binari è assai complessa ma, una volta effettuata, attraverso il computer siamo in grado di intervenire, manipolare, combinare tra loro eventi sonori in modo estremamente preciso e veloce. Per ascoltare il risultato delle nostre elaborazioni è necessario, però, riconvertire la sequenza numerica di 0 e 1 in un segnale analogico, che dovrà essere inviato ad un amplificatore e, tramite diffusori, trasformato in suono. Il componente che si occupa di questa riconversione si chiama DAC (Digital Analogic Convertitor: Convertitore digitale-analogico) e rappresenta la porta di uscita del suono del computer o di un qualsiasi altro dispositivo digitale.
ADC e DAC sono dunque rispettivamente porte di entrata e di uscita dei suoni, non solo nei computer, ma in tutti quei dispositivi (lettori CD, tastiere, strumenti midi in generale), che registrano e producono suoni provenienti da una serie digitale di numeri.
Oggi, esiste sul mercato una infinita serie di campionature di suoni programmati, perfettamente compatibili con i vari sistemi operativi (Window , Mac Intosh, Apple, ecc.) e in grado di soddisfare ogni esigenza musicale. I timbri degli strumenti, per così dire “tradizionali”, vengono generalmente campionati (cioè ricavati) dagli strumenti veri e propri, mentre, per alcune realizzazioni, si preferisce ancora utilizzare suoni digitali Midi, (da Musical Instruments Digital Interface: interfaccia digitale di strumenti musicali) soprattutto per quanto riguarda la produzione dei suoni sintetizzati.
Se il computer si limitasse a produrre, memorizzare e riascoltare musica, altro non sarebbe che un grosso e costoso registratore. Per soddisfare le nostre esigenze creative, esso si rivela lo strumento più adatto per organizzare e comporre musica. Pertanto, un computer può veramente trasformarsi in una “music work-station” efficientissima.
Per scrivere musica con il computer esistono in commercio svariati programmi, con i quali è facile depositare le nostre idee musicali: uno di essi, forse il più accreditato, è “Finale”. Con esso è possibile scrivere un’intera partitura d’orchestra, ascoltarla nell’insieme o nelle singole parti, tenere tutto sotto controllo ed intervenire in tempo reale in qualsiasi punto della composizione.
Il Midi
Un dispositivo digitale che per associare una serie numerica ad un’informazione, utilizza un codice.
Per tradurre una lettera fatta con la tastiera in una sequenza di bit, i nostri computer utilizzano il codice ASCII; nel caso dei suoni, viene impiegato il codice MIDI.
L’acronimo MIDI che, ricordiamo, significa Musical Instruments Digital Interface, non indica solo un codice; esso rappresenta un sistema per standardizzare le informazioni musicali, (standard midi) in modo da poterle utilizzare e renderle “compatibili” con qualsiasi computer o dispositivo digitale.
Lo Standard Midi ha reso inoltre possibile la comunicazione tra le varie apparecchiature digitali, permettendo così al computer di collegarsi (interfacciarsi) con periferiche come: strumenti musicali, expander (generatori di suoni), e sequenzer. Grazie a quest’ultimo dispositivo, vero prodigio della tecnica, il musicista è in grado di plasmare, a suo piacimento, la struttura di una composizione. Egli può, infatti, modificare note, ritmi, intere frasi; cambiare andamenti di tempo e tonalità in qualunque momento; ricopiare e trasportare (copia-incolla) parti musicali in ogni punto del brano con la massima precisione. Il sequenzer, che può essere disponibile come una periferica, oppure come un programma da inserire nel computer stesso, permette, inoltre, di variare la velocità d’esecuzione, facilitando gli strumentisti quando devono affrontare particolari passaggi tecnici.
Per scegliere il timbro dello strumento a cui affidare una parte (un flauto, piuttosto che un violino) esiste un’estensione del MIDI chiamata General Midi (GM), la quale stabilisce una sorta di “menù”, fatto di suoni standard che tutti gli strumenti digitali, in genere tastiere, devono contenere. Il cambiamento di timbro avviene tramite un messaggio detto “Program Change”, sempre seguito dal numero che corrisponde allo strumento virtuale scelto in una tabella.
Con il computer è possibile, inoltre, campionare e memorizzare su Hard Disk un suono proveniente dall’esterno, attraverso un microfono, un CD audio o uno strumento elettrico, come ad esempio la chitarra. Esistono poi due modi diversi per memorizzare e riascoltare musica con il computer: Il primo consiste nel registrare direttamente il suono di uno strumento su un file audio, utilizzando un microfono collegato alla scheda audio e un programma con funzione di registratore di suoni; nel secondo caso, le note scritte con un programma musicale, oppure “tastate” con uno strumento “midi control”, vengono registrate, ma senza il loro effetto acustico, il quale verrà fornito da un generatore di suoni. Quest’ultimo, a sua volta, può essere un sintetizzatore “sofware”, cioè un programma da installare, o un generatore esterno, un expander, interfacciato al computer con un cavo midi.
Il computer non è solamente un potente laboratorio musicale, dove la musica, come abbiamo visto, viene creata in tutti i suoi aspetti; esso può diventare un formidabile strumento di analisi di composizioni musicali, anche molto complesse. Attraverso programmi specifici, il computer riesce a dirci il tipo di armonizzazione, gli accordi utilizzati in un certo brano, come esso è strutturato ecc. Il computer è addirittura in grado di creare arrangiamenti ed orchestrazioni, avendo come spunto solo una semplice linea melodica.
Infine il computer diventa strumento indispensabile anche per il musicologo ricercatore, che studia la musica nei suoi aspetti storici, sociali ed estetici. Le sue enormi potenzialità di immagazzinare dati (funzione di “database”) permettono di allestire grandi archivi, nei quali conservare informazioni di ogni genere. Esse possono comprendere le opere e la storia dei musicisti, i cataloghi di libri, dischi e spartiti, suddivisi per denominazione, periodo, autore e così via.
Il formato MP3
Per convertire un suono analogico in digitale, occorre un enorme numero di “bit”; di conseguenza, per memorizzare detto suono, occorre avere a disposizione molto spazio nell’Hard Disk, cioè nella memoria del computer. A prova di quanto detto, si pensi che, su un normale CD (800 Megabyte di memoria), è possibile registrare appena una decina di secondi di musica audio di alta qualità. Per ovviare a questo inconveniente si è pensato di “comprimere” i suoni digitali, cioè di eliminare tutte le componenti armoniche e le frequenze sonore non percepibili dal nostro orecchio, ma che, tuttavia, accrescono le dimensioni del file-suono di circa il novanta per cento. In altre parole, un programma di “compressione” agisce come una sorta di “orecchio informatico”, che trasforma il suono nel suo spettro, cioè nella sua struttura armonica e, successivamente, toglie tutte quelle frequenze che non vengono percepite. Questo procedimento di compressione dei dati musicali viene chiamato Standard MP3 e rappresenta la sezione audio di uno Standard più completo: lo MPEG layer 3, utilizzato per compattare grossi file contenenti molte illustrazioni, o per codificare in formato digitale film su DVD, con una perdita di qualità quasi impercettibile. Tutto questo è oltremodo importante per la circolazione e lo scambio di informazioni su Internet, la grande rete, nella quale la velocità di trasmissione dipende esclusivamente dalla leggerezza dei files che si vogliono diffondere.