(fr.harpe; ingl.harp; ted.Harfe;)

Origini e diffusione

Il termine Arpa, di derivazione germanica - harpan - fu introdotto nei paesi di lingua latina da Venanzio Fortunato: Santo e poeta vissuto nel VI secolo d.C.

Le origini di questo strumento risalgono tuttavia alle più remote civiltà; ed è possibile affermare senza il timore di essere smentiti che, risalendo all’arco da caccia, l’Arpa affonda le proprie radici nella preistoria. All’inizio del mondo antico, fu utilizzata dagli egiziani, dai sumeri, elamiti e dagli assiro-babilonesi, e venne in seguito adottata, nelle sue varie forme e dimensioni, da tutte le culture mediterranee ed orientali, con l’esclusione di quella greca e della romana che, pur avendone conoscenza, preferirono dedicarsi a strumenti più maneggevoli come la lira, evolutasi successivamente in cetra.

In Europa, durante l’alto medioevo, l’Arpa ebbe una larghissima diffusione nei paesi nordici, in particolare in Danimarca e in Inghilterra, soprattutto nella sua isola maggiore; cioè in Irlanda, che elevò questo strumento a simbolo della sua tradizione musicale. Proseguendo nel tempo, l’arte trovadorica, la troveristica, e quella più umile dei giullari, diffusero l’Arpa in tutto il continente europeo.

Arpa celtica
Arpa celtica

Numerose testimonianze iconografiche, negli antichi codici musicali, ci mostrano questo strumento di dimensioni ridotte, con un numero variabile di corde, da 9 a 25, ad accordatura fissa.
A causa della difficoltà di stare al passo con i progressi musicali, che oramai permettevano i passaggi da una tonalità all’altra, l’Arpa visse un periodo di profonda stagnazione durante il Tardo medioevo e per buona parte del Rinascimento. Essa fece la sua prima apparizione solistica in orchestra, nel terzo atto dell’Orfeo di Claudio Monteverdi (1607); in seguito, venne utilizzata sporadicamente, e con un ruolo minore in altre opere.
Dopo vari tentativi tecnici volti a rendere l’Arpa idonea alla musica “moderna”, nel 1720 un costruttore bavarese ideò un sistema di 7 pedali che consentì allo strumento di produrre, mediante un leggero aumento di tensione, i suoni alterati con le stesse corde dei suoni naturali.
Con questa innovazione, ulteriormente migliorata in Francia alla fine del XVIII secolo, l’Arpa, assunse nel 1800 la sua forma definitiva che le permise, attraverso varie soluzioni di carattere tecnico, di entrare stabilmente a far parte delle orchestre sinfoniche e operistiche.

Arpa classica
Arpa classica

Nel ‘900 si cominciarono a sfruttare pienamente le sue risorse timbriche - i “glissandi”, gli “arpeggi” a mani alternate - e gli effetti sonori possibili con questo strumento, ispirarono le idee artistiche dei più grandi compositori moderni e di musica contemporanea.

Struttura

L’Arpa, in un’antica classificazione mediorientale, fu definita uno “strumento con le corde da suonare a vuoto”. Di forma quasi triangolare, essa si presenta con 46 corde tese da piroli o cavicchi girevoli, fissati nella mensola, cioè nella parte superiore che è a forma di “esse” rovesciata.
L’altra estremità delle corde, resta ancorata nel corpo che funge anche da cassa armonica e scende obliquamente fino a raggiungere lo zoccolo, nel quale si trovano 7 pedali che, dalla posizione di riposo, possono essere abbassati e collocati in due tacche differenti.
Mediante alcuni tiranti, piccole funicelle di acciaio che scorrono nella colonna frontale dello strumento, ciascun pedale agisce su una serie di dischi metallici muniti di 2 piccoli bottoni cilindrici posti uno di fronte all’altro, formando una specie di forcella nella quale passa la corda.
Se si abbassa il pedale, e lo si colloca nella prima tacca, il disco ruota su se stesso e di conseguenza la forcella “aggancia” la corda, che viene costretta ad una maggiore tensione, quindi ad un innalzamento prestabilito del suono di un semitono.
Abbassando ulteriormente lo stesso pedale, nella seconda tacca, la corda si tende ancora di più e l’altezza del suono si alza di un altro semitono, raggiungendo la variazione di un tono intero.
L’Arpa è accordata in Do bemolle e ha un’estensione tra le più grandi, superata solo dall’organo; essa parte dal Do bemolle “gravissimo” sotto il rigo in Chiave di basso, per finire al Sol diesis “sopracuto” in Chiave di violino. Le corde sono rosse per i Do, blu per i Fa e di colore avorio per tutte le altre note; esse possono essere di minugia o di naylon, mentre le 12 più gravi sono di metallo. Quasi sempre decorata a intagli, l’Arpa viene costruita in acero o in palissandro.

Tecnica

L’esecutore, che è seduto, pizzica le corde con le dita, trascinate dall’avambraccio in un movimento generalmente a rientrare verso il proprio corpo.
Uno degli effetti più caratteristici dell’Arpa, oltre l’arpeggiato, è il “glissando” che consiste nel far scivolare velocemente le dita sull’intera cordiera o su parte di essa.

Curiosità

  1. Dai dipinti e dai bassorilievi egizi, si apprende che le Arpe di quel tempo possedevano generalmente 5 o 7 corde; le motivazioni stavano nella simbologia di questi numeri, che rappresentavano rispettivamente la capacità di resistere alle sofferenze e il possesso di un animo di elevata spiritualità.

  2. L’Arpa eolia, un cordofono a mezza via tra la cetra e il salterio, ha la particolarità di far risuonare le corde attraverso un flusso di aria. Intorno all’anno mille, l’arcivescovo di Canterbury Dunstan fu accusato di stregoneria per aver osato di suonarla in pubblico.

  3. Durante la rivoluzione francese, l’impiego dell’Arpa nella musica sinfonica fu bruscamente vietato, costringendo in questo modo i più bravi “arpisti” di Francia ad abbandonare il proprio paese. Alcuni di essi emigrarono negli Stati Uniti, e la loro opera fu determinante per l’affermazione di questo strumento in America.